sponsored story

M&A, come integrare le infrastrutture acquisite senza compromettere la business continuity


Indirizzo copiato

Le fusioni e acquisizioni falliscono più spesso di quanto si pensi, e una delle cause è l’IT coinvolto troppo tardi, solo dopo il closing. La chiave è eseguire una IT Due Diligence nei tempi corretti e gestire l’integrazione per fasi, senza compromessi sul fronte della continuità operativa

Pubblicato il 30 set 2026

Emanuele Villa

Giornalista



AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti
m&a / IT due diligence


Punti chiave

  • Le M&A spesso falliscono perché l’IT entra troppo tardi: 70–75% delle operazioni non raggiunge gli obiettivi; solo il 45% effettua l’IT Due Diligence prima del closing.
  • L’integrazione comporta reti, applicazioni, dati e sicurezza eterogenei; serve uno strato comune di connettività, visibilità e orchestrazione per garantire continuità.
  • Soluzioni come ThreadSpan, IZO Multi Cloud Connect e modelli SASE consentono integrazione progressiva, Day One operatività e minore disruption senza sostituzioni immediate.
Riassunto generato con AI


Le fusioni e acquisizioni (M&A) nascono per accelerare la crescita, acquisire quote di mercato o incorporare competenze e tecnologie. Eppure, secondo la NYU Stern School of Business, tra il 70% e il 75% delle operazioni di M&A non produce i risultati attesi.

Il vero problema: l’IT scende in campo troppo tardi

Tra i principali rischi nascosti delle operazioni M&A c’è la componente tecnologica, perché una fusione o acquisizione richiede di far convivere e integrare infrastrutture, reti, applicazioni, dati e sistemi informativi nati separatamente e spesso molto diversi tra loro.

Questa complessità non sempre viene analizzata con attenzione prima della firma dell’accordo. Secondo la società di consulenza Wavestone, solo nel 45% delle operazioni M&A la componente IT viene analizzata prima della firma del contratto. La Due Diligence continua, infatti, a concentrarsi soprattutto sugli aspetti finanziari, legali, HR e di business, mentre il reparto IT viene spesso coinvolto a transazione conclusa, quando molte decisioni sono state prese.

Emergono così criticità tecnologiche che possono rallentare l’integrazione, aumentare i costi operativi e ritardare le sinergie attese dall’operazione, spostando più avanti nel tempo la creazione di valore. A questo si aggiungono i rischi di sicurezza e compliance, più difficili da governare quando dati, sistemi e policy devono essere armonizzati tra organizzazioni differenti.

Il percorso verso un modello operativo unificato

Per Tata Communications, l’integrazione è soprattutto una sfida di connettività, visibilità e orchestrazione. L’obiettivo è costruire un modello operativo digitale unificato, capace di far funzionare progressivamente ambienti, tecnologie e processi diversi come un unico ecosistema e di creare fin dal Day One le condizioni per sostenere continuità operativa, crescita, innovazione e resilienza.

Si tratta, naturalmente, di una sfida tutt’altro che banale. Per esempio, acquirente e target utilizzano normalmente operatori, contratti, appliance di sicurezza e architetture di rete differenti, per cui collegare sedi e filiali può richiedere mesi di attività tecniche e logistiche. Sul fronte applicativo, il problema è la frammentazione: le aziende usano decine o centinaia di applicazioni SaaS diverse, sistemi interni e più cloud provider, rendendo l’interconnessione un progetto di rara complessità. La sfida diventa ancora più complessa con l’integrazione di piattaforme di intelligenza artificiale, applicazioni cloud-native e ambienti dati sempre più distribuiti, che rendono l’integrazione post-acquisizione molto più articolata rispetto all’epoca dei tradizionali data center.

La situazione, inoltre, può cambiare molto da un’operazione all’altra. Nel white paper M&A: l’IT, un asset critico per il successo di un’acquisizione, Tata Communications distingue due scenari ricorrenti: nelle acquisizioni di aziende mature pesa soprattutto il legacy, tra hardware e software non più supportati e applicazioni sviluppate internamente; quando invece è coinvolta una startup, il tema riguarda più spesso standard di sviluppo, sicurezza e compliance non allineati a quelli di un grande Gruppo.

IT Due Diligence: come preparare l’integrazione prima del closing

Prima del closing, è opportuno ricorrere allo strumento dell’IT Due Diligence nei tempi e con modalità corrette. L’IT, ovviamente, dovrebbe essere coinvolto fin dalle prime fasi di valutazione dell’azienda target, integrando la tradizionale Due Diligence finanziaria con un’analisi specifica di infrastrutture, applicazioni, sicurezza, reti e contratti. L’obiettivo è intercettare in anticipo un debito tecnico rilevante, infrastrutture incompatibili, applicazioni difficili da migrare e costi di sostituzione potenzialmente molto elevati, in grado di condizionare l’operazione.

Un layer comune di connettività, visibilità e orchestrazione

Dopo il closing, la priorità diventa garantire la business continuity mentre prende forma il nuovo assetto IT. Framework e metodologie possono cambiare, ma il principio resta lo stesso: l’integrazione deve procedere per fasi, riducendo al minimo l’impatto sul business. Dipendenti, sedi e applicazioni delle due organizzazioni devono poter continuare a lavorare e collaborare anche quando reti, ambienti cloud, directory e policy di sicurezza sono ancora eterogenei.

Questo significa non dover uniformare tutto fin dall’inizio. Al contrario, un approccio rip-and-replace, soprattutto nelle prime fasi successive a un’acquisizione, può aumentare costi, tempi e rischio operativo. La strategia di Tata Communications consiste invece nel creare uno strato comune di connettività, visibilità e orchestrazione, capace di governare ambienti eterogenei collegandosi direttamente agli strumenti esistenti, senza condizionare la continuità del business.

Raggiungere questo livello di visibilità e orchestrazione richiede piattaforme in grado di gestire ambienti eterogenei senza imporre una sostituzione immediata dell’infrastruttura. Piuttosto che avviare programmi di consolidamento costosi e potenzialmente disruptive, le organizzazioni devono poter connettere, monitorare e governare reti, ambienti cloud e strumenti di sicurezza differenti attraverso un unico layer operativo.

È qui che entra in gioco ThreadSpan, la piattaforma SaaS che l’azienda ha progettato per ambienti distribuiti, ibridi e multi-cloud. La soluzione consolida in un unico punto la visibilità e il controllo su infrastrutture multi-fornitore, dal cloud alla sicurezza, offrendo un quadro coerente anche quando acquirente e target usano strumenti diversi. Questo significa policy di accesso, segmentazione e sicurezza uniformate su tutti gli ambienti, con rilevamento proattivo delle anomalie e remediation automatica, per ridurre il MTTR. Il vantaggio principale è che ThreadSpan si integra direttamente con gli strumenti già in uso, cloud, ITSM, SecOps, senza richiederne la sostituzione: è un livello aggiuntivo di orchestrazione, non un rimpiazzo dello stack esistente.

Visibilità e orchestrazione sono fondamentali, ma le organizzazioni hanno anche bisogno di collegare in modo sicuro e scalabile ambienti spesso costruiti in modo indipendente e basati su provider, architetture e modelli operativi differenti. La priorità è stabilire rapidamente la connettività senza interrompere le attività in corso e senza imporre una standardizzazione immediata dell’infrastruttura. È qui che entra in gioco IZO Multi Cloud Connect, il fabric che collega in modo privato e sicuro data center, sedi e cloud provider delle due aziende, ovunque si trovino. Attraverso appliance virtuali, permette di estendere la rete verso le aree acquisite senza dover installare hardware fisico, riducendo drasticamente i tempi di attivazione. La piattaforma supporta il concetto di BYON, Bring Your Own Network: le aziende acquisite possono continuare a operare con i propri fornitori di rete esistenti, senza dover affrontare una migrazione immediata.

Sicurezza e compliance devono evolvere di pari passo con la connettività. Durante l’integrazione, dati, applicazioni e utenti si muovono tra ambienti differenti e servono quindi controlli di sicurezza coerenti, senza aumentare ulteriormente la complessità operativa. L’instradamento privato di IZO Multi Cloud Connect protegge il trasferimento di dati sensibili, evitando i rischi legati alla rete pubblica. A questo si affianca un modello di sicurezza moderno come SASE, che centralizza nel cloud la gestione degli accessi, semplificando un lavoro che tradizionalmente richiederebbe l’intervento manuale su numerosi sistemi e infrastrutture separate.

Con l’accelerazione delle operazioni di M&A e la crescente complessità degli ambienti digitali, la tecnologia non può più essere considerata soltanto dopo la conclusione dell’operazione. Le organizzazioni che coinvolgono l’IT fin dalle prime fasi e adottano una strategia di integrazione progressiva sono nelle condizioni migliori per realizzare più rapidamente le sinergie attese, ridurre il rischio operativo e costruire fondamenta resilienti per la crescita futura.

Articolo realizzato in collaborazione con Tata Communications.

Partecipa alla community

guest
0 Commenti
Più recenti Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati