Resiliency & Cloud, il binomio vincente per la nuova normalità

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Resiliency & Cloud, il binomio vincente per la nuova normalità

Per superare i momenti di crisi, occorrono sistemi IT flessibili, scalabili e aperti. Ecco perché la nuvola si rivela un fattore di resilienza fondamentale. Il dibattito durante la sessione dedicata al Think Digital Summit Italy di IBM

24 Giu 2020

di Arianna Leonardi

In informatica, la resilienza può essere descritta come la capacità di un sistema di adattarsi alle condizioni di utilizzo, sostenere la richiesta di risorse (anche se anomala o improvvisa) e ripristinare l’operatività in seguito ad attacchi o disastri, garantendo la disponibilità dei servizi erogati sempre e comunque.

Gli impatti dell’emergenza Covid-19 hanno stressato le infrastrutture informative aziendali, testandone la solidità, le prestazioni, la flessibilità e quindi la prontezza di risposta in momenti di crisi. In questo contesto, la nuvola e il paradigma as-a-service si sono rivelati un fattore di resilienza fondamentale, come evidenziato durante la sessione dal titolo “Resiliency & Cloud”, che si è tenuta durante l’evento streaming Think Digital Summit Italy di IBM.

“Per poter attuare il lavoro a distanza – esordisce Patrizia Fabbri, Direttore Responsabile, Zerouno, nel ruolo di moderatore della tavola rotonda – è stato indispensabile l’utilizzo della tecnologia, ma le aziende che sono riuscite a passare allo smart working in tempi brevi e senza un impatto pesante sulla continuità del business sono state le organizzazioni che avevano già implementato un’infrastruttura ICT flessibile, agile e nella maggioranza dei casi in cloud. Il successo dell’operazione infatti è stata determinata da una strettissima relazione tra business continuity e resiliency”.

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Patrizia Fabbri, Direttore di ZeroUno durante Think Digital Summit Italy – Milano, 18 giugno 2020

Come ricorda Fabbri, una recente indagine firmata Gartner, condotta con l’obiettivo di esaminare gli effetti del lockdown e dell’emergenza Coronavirus sulla spesa Ict, ha stimato per l’anno in corso una flessione del mercato informatico pari all’8%. “Tuttavia – prosegue il Direttore – brilla una luce in questo disastro: nel 2020 gli investimenti in soluzioni cloud registreranno una crescita del 19%. Nel 2022 addirittura verranno raggiunti i livelli di spesa che erano stati previsti per il 2023-2024, quando ancora non si era manifestata la pandemia”.

Dopo le considerazioni iniziali, la discussione si sviluppa alternando le voci degli esperti di Big Blue e le testimonianze delle aziende clienti.

Le piattaforme tecnologiche per l’It aperto, flessibile, integrato

“Stiamo attraversando – suggerisce Raffaele Pullo, IBM Distinguished Engineer per l’Italia – una fase importante dell’Information Technology, che soprattutto negli ultimi mesi ha dimostrato di essere un elemento chiave nei momenti di cambiamento”.

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Raffaele Pullo, IBM Distinguished Engineer per l’Italia durante Think Digital Summit Italy – Milano, 18 giugno 2020

Come spiega Pullo, oggi ci troviamo già in un ‘capitolo 2’ della digitalizzazione, caratterizzato da tecnologie dirompenti come l’intelligenza artificiale, l’Internet Of Things e le reti 5G, che possono trasformare radicalmente i processi. “Sul mercato – puntualizza Pullo – esistono già gli strumenti che permettono di ripensare le modalità operative per lo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa o quotidiana. Per le aziende tuttavia non è immediato cogliere queste opportunità, che richiedono non solo l’adozione tecnologica ma anche un percorso di adattamento culturale”.

Pullo insiste però sulla necessità del cambiamento: “Bisogna ridisegnare l’It perché sia aperto, flessibile, integrato nell’ecosistema (dei fornitori, dei partner e dei clienti). Le piattaforme tecnologiche possono facilitare la trasformazione, permettendo di costruire un “datacenter esteso” attraverso l’integrazione di soluzioni differenti”. L’obiettivo a tendere insomma è un ambiente ibrido e multicloud, nonostante le potenziali difficoltà di governance. “La complessità di gestione – assicura Pullo – può essere aggirata con il ricorso a soluzioni as-a-service (che delegano l’onere al fornitore), l’impiego di competenze esterne e soprattutto l’automazione”.

Secondo Pullo, il nuovo approccio all’It deve partire dal presupposto che le soluzioni possono fallire; da qui la necessità di piattaforme tecnologiche progettate per garantire la continuità operativa e il ripristino veloce dei sistemi in caso di errore. In questa logica, trovano spazio anche tecnologie come i container e Kubernetes, che Pullo cita aprendo il capitolo del software aperto. “L’open source sta rappresentando l’area tecnologica dove l’innovazione avviene. Costruire oggi un It che non sia open è anacronistico e addirittura controproducente per le aziende”.

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Open e sicuro, il cloud di IBM risponde ai bisogni enterprise

Partendo da questi concetti preliminari, Big Blue ha derivato l’offerta della propria piattaforma cloud, che – come descrive Maurizio Luinetti, Executive Architect, IBM Italia – presenta tre caratteristiche distintive: enterprise grade (declinato sulle esigenze delle aziende di qualsiasi dimensione); security leadership (garantita dalle certificazioni e dalla possibilità per i clienti di gestire in autonomia le chiavi crittografiche); open innovation (basata sul ricorso a tecnologie aperte che vengono rese disponibili alle community e garantiscono l’integrazione tramite Api).

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Maurizio Luinetti, Executive Architect, IBM Italia durante Think Digital Summit Italy – Milano, 18 giugno 2020

“Il cloud – dice Luinetti – è importante non per la singola tecnologia ma come cambio di paradigma per l’erogazione e la fruizione dei sistemi It. L’ambizione di IBM è creare una piattaforma tecnologica che consenta alle aziende di gestire il proprio business e abilitare la trasformazione digitale. Deve essere quindi aperta (così da escludere il rischio di lock-in), ibrida (per valorizzare gli investimenti delle infrastrutture on-premise), in grado di estendersi fino al cloud e ai sistemi edge (a supporto delle applicazioni IoT)”.

Il ricorso alla containerizzazione è un elemento chiave all’interno dell’ecosistema costruito da IBM, con l’obiettivo di garantire la portabilità delle applicazioni in ambienti It eterogenei e garantire l’integrazione. Da qui si intuisce il valore portato dalla tecnologia OpenShift di RedHat (recente acquisizione di Big Blue), oggi disponibile su IBM Cloud. “OpenShift – sottolinea Luinetti – non solo permette l’orchestrazione dei container ma fornisce anche uno stack tecnologico per accelerare le pipeline di sviluppo e implementare processi DevOps”.

Sull’orchestratore di Red Hat, Big Blue ha sviluppato i Cloud Paks, ovvero soluzioni software caricate in container che permettono di spostare velocemente le applicazioni aziendali in qualsiasi cloud. Ogni pacchetto include il middleware IBM e i servizi software comuni per lo sviluppo e la gestione. “l clienti – chiarisce Luinetti – possono utilizzare i Cloudpaks su qualsiasi infrastruttura dove gira OpenShift: datacenter locale, nuvola di IBM, cloud di altro fornitore e piattaforme di edge computing”.

Come ricorda Luinetti, l’impegno della multinazionale americana per la costruzione di un cloud flessibile e interoperabile è culminato con il recente annuncio di IBM Satellite, la tecnologia che permette di fruire dei servizi di IBM Cloud da qualsiasi “location”: una nuvola pubblica (“anche di fornitori concorrenti”), nel data center aziendale o a livello di edge.

Luinetti cita l’intelligenza artificiale come un ulteriore elemento distintivo della nuvola di Big Blue, dove gira la piattaforma Watson. Le aziende hanno così accesso a tutta una serie di strumenti per creare e distribuire gli algoritmi di artificial intelligence, con la possibilità di automatizzare la gestione del ciclo di vita dei modelli e monitorare gli esiti dei processi analitici. La soluzione OpenScale permette proprio di risalire ai criteri che hanno generato determinati risultati, con funzione di controllo.

L’ultima nota riguarda la nuvola come ambiente che permette l’interazione e la collaborazione tra diversi attori per la creazione e la distribuzione di nuovi servizi. “Il nostro cloud – conclude l’Executive Architect – diventa un market place dove le aziende di tecnologia possono vendere i propri asset e creare il proprio ecosistema as-a-service. Ad esempio, abbiamo stipulato un accordo con Bank Of America per la costruzione del primo cloud pubblico pronto per i servizi finanziari, quindi disegnato su misura per rispettare le normative di settore con relativi obblighi di compliance. L’ambiente è stato quindi pensato per l’utilizzo da parte di altri istituti finanziari e dei loro fornitori, FinTech incluse”.

Costruire un piano efficace per la resilienza dei sistemi

Un quadro più specifico dell’offerta IBM rispetto ai temi della Resiliency viene invece offerto da Claudio Frignani, Executive IT Specialist della country italiana.

“I CIO – evidenzia tornando a riflettere sull’emergenza Coronavirus – sono andati sottopressione per mantenere attivi i sistemi informativi e contemporaneamente garantire alle persone di lavorare da casa. Così la business continuity ha acquisito ancora maggiore valenza e priorità, anche nell’ipotesi di una nuova crisi. Oggi stiamo entrando nella fase di nuova normalità, per cui i sistemi It devono essere al massimo della resilienza”.

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Claudio Frignani, Executive IT Specialist IBM Italia durante Think Digital Summit Italy – Milano, 18 giugno 2020

Come spiega Frignani, le principali problematiche da affrontare in tempo di crisi sono state: abilitazione dello smartworking; supporto di picchi improvvisi di workload verso l’alto o verso il basso; impossibilità di accesso ai datacenter; crescita esponenziale dei cyber attack.

“Per sostenere i picchi di carico – sostiene Frignani – occorre un’infrastruttura It flessibile e il cloud, proprio perché assicura scalabilità, diventa un elemento di resilienza. La nuvola inoltre elimina la necessità di interventi fisici all’interno del datacenter, una caratteristica preziosa se, come è successo durante il lockdown, l’accesso ai luoghi di lavoro è limitato”.

La possibilità di spostare i workload su ambienti ibridi e multicloud, grazie alla conteinerizzazione e – nel caso specifico di IBM Cloud – a OpenShift, è un’ulteriore garanzia di resiliency: come spiega l’Executive IT Specialist, in caso di attacco a un sistema o di failure, le applicazioni possono migrare su un altro ambiente sicuro.

Frignani porta quindi l’attenzione su IBM Resiliency Orchestration, la piattaforma che fornisce un’automazione intelligente ai flussi di lavoro per la protezione dei dati e il disaster recovery, consentendo la verifica, il monitoraggio, la gestione e la produzione di report sul ripristino. Pensata per ambienti ibridi e multicloud, la soluzione include anche le funzionalità di Cyber Incident Recovery, che permettono di recuperare molto rapidamente i dati e le configurazioni di sistema a seguito di un attacco informatico.

Parlando della proposta IBM per la resilienza, Frignani riporta due sottolineature importanti: “Orchestrare è un concetto diverso da automatizzare. L’orchestrazione infatti sfrutta le caratteristiche di automazione delle singole tecnologie per restituire una visione di insieme, con strumenti di controllo, monitoraggio e reportistica centralizzati. Ugualmente, Cyber Recovery non significa backup. Il backup è un processo che permette di salvare una copia dei dati per ripristinarli in caso di necessità dal punto in cui si è verificato un errore. Il problema è che molto spesso non si conosce il momento esatto in cui si è stati attaccati e può succedere che il sistema di backup abbia replicato dati ad attacco in corso, quindi già compromessi. Una soluzione di Cyber Recovery si assicura invece che i dati copiati siano integri”.

Il cloud per consentire risposte più veloci al business

Durante la tavola rotonda c’è stato spazio anche per un paio di casi utente, che dimostrano il contributo delle soluzioni IBM come fattori abilitanti per la continuità e l’efficacia operativa delle aziende.

Polynt Reichhold Group, società globale attiva nel settore dei polimeri e intermedi chimici, è un esempio di innovazione portata avanti attraverso la migrazione al cloud del sistema gestionale. A raccontare l’esperienza sono le parole di Annamaria Codari, Global IT Director della società.

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Annamaria Codari, Global IT Director di Polynt Reichhold Group durante Think Digital Summit Italy – Milano, 18 giugno 2020

Contando 44 sedi distribuite a livello mondo, la multinazionale aveva la necessità di garantire la disponibilità del dato sempre e ovunque, secondo la tridimensionalità, ovvero: nello spazio per raggiungere tutte le sedi; nel tempo per coprire i fusi orari dall’America alla Cina; con qualsiasi strumento per consentire l’accesso da smartphone, tablet e desktop.

“La continuità del dato – sottolinea Codari – ci permette di velocizzare le risposte che un reparto It deve dare alle esigenze di business. Da qui la scelta di portare SAP, il sistema Erp adottato a livello di gruppo, dalle infrastrutture on-premise al cloud di IBM, progetto attualmente in corso che ci permetterà l’accessibilità alle informazioni in qualsiasi orario da qualunque sede e dispositivo”.

Il progetto è appena partito con la fase di pianificazione e prevede un golive già ad agosto, un obiettivo molto ambizioso che vedrà impegnati il team It interno a fianco degli specialisti di Big Blue. “Abbiamo scelto IBM – afferma Codari – perché nel corso degli anni abbiamo consolidato una vera partnership che ci ha permesso di lavorare serenamente anche su progetti molto sfidanti”.

Secondo Codari, tra i benefici attesi, il cloud permetterà innanzitutto di cambiare i paradigmi dell’It, che attualmente è visto come un team di tecnici ma dovrà in futuro assumere un ruolo più strategico di orchestratore. “Inoltre – prosegue Codari – la nuvola garantirà la semplificazione e razionalizzazione dei sistemi, consentendo risposte rapide al business grazie alla scalabilità. L’ultimo vantaggio riguarda l’ottimizzazione dei costi con il modello di pagamento a consumo”.

Gestire la filiera digitale con un datacenter moderno

L’altra esperienza portata sotto i riflettori è il caso di Gruppo Veronesi, che riunisce due noti marchi dell’industria alimentare italiana (Aia e Negroni) e il produttore di mangimi Veronesi.

“Il Gruppo – spiega Lorenzo Didonè, Direttore ICT della holding – ha fatto la scelta strategica di costruire una filiera integrata oltre sessanta anni fa, con l’obiettivo di controllare i processi, migliorare la qualità dei prodotti ed essere più efficienti”.

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Lorenzo Didonè, Direttore ICT di Gruppo Veronesi durante Think Digital Summit Italy – Milano, 18 giugno 2020

L’approccio richiede strumenti adeguati per la raccolta delle informazioni di processo e pertanto il gruppo ha identificato nelle tecnologie informatiche una leva competitiva. “Investiamo continuamente negli asset It – prosegue Didonè – per ottenere un’immagine digitale allineata ai processi reali. Oggi tutti i processi sono guidati tramite il corrispettivo digitale e pertanto la business continuity è fondamentale per l’efficienza delle attività aziendali”.

Per raggiungere l’obiettivo, la società ha deciso di appoggiarsi a un’infrastruttura in-house avvalendosi delle soluzioni e dei servizi di IBM.

“Abbiamo scelto di mantenere il datacenter in casa – dichiara Didonè – perché abbiamo la necessità di una soluzione personalizzata, in grado di rispondere alle nostre esigenze, ovvero: centralizzazione dell’It per tutti i siti produttivi; digitalizzazione dei processi; supporto alla suite di applicazioni proprietarie per la supply chain”.

Il Ced è stato recentemente interessato da un progetto di aggiornamento infrastrutturale, per dotarsi delle più recenti tecnologie server Power 9 e storage DS8000. “La tradizionale collaborazione con IBM – afferma Didonè – ci ha consentito di sfruttare la mutua conoscenza durante il processo di upgrade, garantendo il rispetto degli obiettivi e delle tempistiche. Grazie ai sistemi flash, abbiamo aumentato la capacità e le performance dello storage, mentre i nuovi processori hanno garantito maggiore potenza, elaborazione più veloce e consumi ridotti”.

L’architettura It di Gruppo Veronesi prevede due datacenter direzionali speculari, disposti su siti distinti e connessi da rete in fibra ottica con percorsi geografici diversi. Come descrive Didonè, la sincronizzazione dei dati tra le due strutture avviene con un Rpo trascurabile e un Rto di 4 ore.

“Aumentando la velocità di elaborazione e la capacità di storage – sostiene il Direttore Ict – i datacenter speculari permettono oggi una più estesa e profonda digitalizzazione dei processi, migliorando il supporto al business aziendale. Avendo così il completo controllo della filiera reale e digitale, possiamo garantire la tracciabilità e la rintracciabilità dei processi e dei prodotti, accelerando le attività produttive e logistiche così da preservare la freschezza degli alimenti”.

Contemporaneamente al progetto di innovazione infrastrutturale, Gruppo Veronesi ha portato avanti anche la sostituzione del gestionale proprietario con il passaggio a SAP S/4 Hana. Anche in questo caso, come sottolinea Didonè, IBM si è rivelato un alleato prezioso, garantendo il rispetto dei tempi di implementazione previsti.

A chiusura dell’intervento, Didonè condivide la ricetta per un’Information Technology efficace: stretta relazione con chi guida il business; conoscenza avanzata dei processi aziendali; direzione Ict con elevate competenze tecniche e umane; collaborazione con le Risorse Umane per l’acquisizione dei talenti e i percorsi di formazione; forte collaborazione con le aziende leader del mondo digitale. “Come diceva il fondatore di Gruppo Veronesi – conclude Didonè -, per innovare bisogna sempre lavorare con i migliori”.

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