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Hybrid cloud computing, definizione, significato e vantaggi: perché utilizzarlo

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Best practice

Hybrid cloud computing, definizione, significato e vantaggi: perché utilizzarlo

16 Set 2016

di Laura Zanotti da Digital4

Nel cloud ibrido (in inglese hybrid cloud) la gestione di macchine e risorse è assolutamente dinamica, sfruttando al meglio le logiche dell’on demand, del pay per use e dell’As a Service. In base a esigenze, priorità e gerarchie di attività infatti, con l’hybrid cloud computing si può programmare la combinazione ideale, modulando un software defined data center scalabile e performante

Le aziende ci hanno messo un po’ a capire che cosa fosse il cloud computing. Quando finalmente lo hanno capito, ai manager si sono immediatamente spalancate nuove prospettive in termini economici ma anche di qualità della governance.

Cos’è l’ Hybrid Cloud: una definizione

Cos’è l’hybrid cloud? L’hybrid cloud è un ambiente di cloud computing che utilizza cloud pubblico, cloud privato e soluzioni di terze parti, mettendo a fattor comune il meglio delle varie piattaforme. In che modo? Permettendo ai carichi di lavoro di alternare le modalità di servizio, attingendo tra cloud pubblico e privato in base alle esigenze di elaborazione. Al cambio dei costi, l’hybrid cloud offre così alle aziende più flessibilità e possibilità di sviluppo.

Più in dettaglio, nel cloud ibrido la gestione delle macchine e delle risorse è assolutamente dinamica e flessibile. Sfruttando il meglio delle logiche dell’on demand, del pay per use e dell’As a Service, il governo dei sistemi IT acquisisce una marcia in più. In base alle esigenze, alle priorità e alle gerarchie di attività, infatti, è possibile programmare la combinazione ideale, modulando un Software Defined Data Center massimamente scalabile e performante.

Perché tra cloud pubblico e cloud privato, Gartner sostiene che entro il 2017 la metà delle grandi aziende sceglierà l’hybrid cloud?

I vantaggi dell’Hybrid cloud: scalabilità, sicurezza e flessibilità

Prima di tutto va chiarito bene che cosa sia il cloud. L’idea di partenza non è molto lontana da quella più nota della virtualizzazione: grazie all’intelligenza di una programmazione software di nuova generazione, le risorse fisiche si trasformano in risorse logiche.

La softwarizzazione dei server e degli storage in un’ottica di consolidamento è stata solo il primo passo dello sviluppo. Trasformare le macchine fisiche in numerose macchine virtuali, configurabili via software e gestibili da un unico cruscotto centralizzato, ha velocizzato non solo il rilascio di nuove risorse (parliamo di qualche minuto rispetto a un lavoro di molte ore in termini di cablaggio, configurazione e fine tuning), ma ha anche consentito di ridurre l’infrastruttura hardware e di ottimizzare i tempi di lavoro a supporto del business.

In seguito sono state virtualizzate anche le appliance, gli switch, gli apparati di sicurezza, i firewall, i router fino ad arrivare a deduplicare gran parte della rete. In pratica, oggi sul cloud può risiedere un intero data center virtuale. A questo punto la decisione di spostare sulla nuvola una o più risorse del data center e farle gestire a un provider su una rete pubblica o privata, oppure detenerne la gestione (sempre decidendo se avvalersi di una rete pubblica o privata) è solo una questione di analisi dei bisogni.

Indipendentemente dalle dimensioni aziendali, oggi i processi di procurement e approvvigionamento dell’IT spesso non sono ancora in linea con il modello cloud, e ciò porta in vari casi all’incapacità di monitorare in maniera adeguata quali servizi siano attualmente utilizzati, e se siano in grado di portare reale valore per il business, senza sovrapposizioni con altri servizi già esistenti. Insomma, occorre sviluppare una strategia dedicata, specifica per il cloud procurement e per tutte le relative implicazioni di governance e compliance.

In estrema sintesi, i vantaggi dell’hybrid cloud sono che:

  1. non si comprano più macchine fisiche (perché si usa la loro emulazione software)
  2. non si contratta più con un fornitore che dopo tre anni bisogna rivedere per fare una rivalutazione dell’installato (perché si fa un contratto in base a delle Sla che includono aggiornamenti continui)
  3. non si devono più configurare le macchine fisiche a livello di cavi e di installazioni (perché si usano gli snapshot, ovvero dei template con una serie di impostazioni preconfigurate che consentono di installare qualsiasi macchina in pochi clic)
  4. non bisogna più preoccuparsi della sicurezza di queste macchine (perché lo si stabilisce nero su bianco sul contratto con il cloud provider che, avendo come core business il cloud, ha tutte le competenze più verticali a livello tecnologico per garantire la qualità dei risultati)

Efficienza e risparmio con l’hybrid cloud: bilanciamento di risorse e costi

Come gli altri modelli di cloud computing, anche il cloud ibrido si fonda sul paradigma dell’IT As a Service: i servizi sono erogati via rete, consumabili su richiesta in base alle tipologie e ai volumi e alle quantità di cui si necessita. Il tutto con una forma di pagamento in funzione del reale consumo. La differenza, in termini di efficienza dei costi, è che l’hybrid cloud fornisce una soluzione intermedia tra i due estremi, ossia tra le massime economie di scala ottenibili con l’adozione del public cloud e le economie di scala più contenute raggiungibili applicando il paradigma del private cloud. Basti ricordare che, a livello di efficienza dei costi, i cloud pubblici possono fornire economie di scala maggiori rispetto ai cloud privati, facendo leva, ad esempio, sulla gestione centralizzata delle risorse IT da parte del cloud provider. Il modello del cloud ibrido, in sostanza, permette di estendere questi vantaggi di costi a quante più funzioni di business è possibile, affidandosi comunque al private cloud quando occorre proteggere con la massima sicurezza applicazioni e dati sensibili.

Il plus del cloud ibrido è legato al fatto che la natura stessa della tecnologia di virtualizzazione consente di spostare in qualsiasi momento le risorse in maniera assolutamente dinamica. Questo significa che è possibile riportare le macchine virtuali e i carichi di lavoro associati, così come le risorse di rete o lo spazio di storage al proprio interno, ripristinando una configurazione precedente dell’infrastruttura informatica.

In ogni caso va tenuto presente che avere un cloud ibrido non significa avere un po’ di cloud privato e un po’ di cloud pubblico. La chiave di volta è l’integrazione il che significa poter amministrare e controllare ogni risorsa IT, applicazione, dato e workload in modo armonico, minimizzando i rischi e incrementando la produttività. Il che, per altro, toglie ogni tipo di dubbio a chi pensa che scegliere il cloud ibrido possa far perdere la governance. Anzi è proprio il contrario.

Hybrid Cloud Azure, IBM, EMC o altri? Come scegliere il contratto con i fornitori

Le aziende devono valutare con molta attenzione la tipologia e qualità di servizi forniti dal cloud provider, le clausole comprese nel contratto di fornitura, ma anche la struttura, l’affidabilità e la dislocazione dei suoi data center. Gestire la compliance con le normative di privacy e security riguardo alle informazioni degli utenti, ad esempio, deve essere un fondamentale.

In ogni caso i cloud provider possono ottemperare alle norme di compliance più di quanto un’azienda possa fare da sola, perché si focalizzano unicamente sulla tecnologia, e nella maggior parte dei casi usano meccanismi di cifratura dei dati per proteggere le informazioni dei loro utenti. Non va trascurato inoltre il fatto che, per essere sempre in regola e conforme alle normative di compliance, un’azienda da sola dovrebbe assumere personale, e creare un team dedicato alla risoluzione delle quotidiane problematiche di IT security. Ciò non toglie che, nei casi in cui si deve proteggere applicazioni particolarmente mission-critical per l’attività di business dell’impresa (ad esempio in una banca), mantenere il controllo dei dati il più vicino possibile può rimanere la soluzione preferibile.

I fornitori di servizi cloud, inoltre, mettono a disposizione delle aziende utenti portali web, cruscotti di controllo e API (application programming interface) che consentono di integrare i tool del fornitore cloud con quelli interni utilizzati dall’azienda stessa, in modo da farle ottenere una completa visibilità sul cloud ibrido. A questo livello, il problema semmai diventa sapere se tali API sono proprietarie di quel provider, oppure sono cross-platform, e pertanto possono essere utilizzate per accedere alle risorse cloud non solo sulla sua piattaforma, ma anche su quelle di altri cloud provider.

Il livello di flessibilità dell’infrastruttura IT raggiungibile implementando un cloud ibrido permette di fondere i vantaggi di controllo e sicurezza del cloud privato con la scalabilità e le economie di scala del cloud pubblico. Il percorso di implementazione dell’hybrid cloud però non è semplice e richiede l’instaurazione nella direzione IT di un ruolo di mediazione e orchestrazione dei vari servizi cloud.

Laura Zanotti da Digital4
Giornalista

Ha iniziato a lavorare come technical writer e giornalista negli anni '80, collaborando con tutte le nascenti riviste di informatica e Telco. In oltre 30 anni di attività ha intervistato centinaia di Cio, Ceo e manager, raccontando le innovazioni, i problemi e le strategie vincenti delle imprese nazionali e multinazionali alle prese con la progressiva convergenza tra mondo analogico e digitale. E ancora oggi continua a farlo...

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