Negli ultimi tempi si è assistito alla crescente diffusione del Design Thinking (DT) al difuori degli ambiti tradizionali, con l’adozione anche da parte di società di consulenza e aziende innovative. Per creare una sorta di bussola il Politecnico di Milano ha realizzato l’Osservatorio Design Thinking for Business. Come ZeroUno daremo evidenza delle varie tappe di questo percorso attraverso una serie di articoli. Il primo ha affrontato il tema del “Design Thinking, innovare il business attraverso la ricerca di senso“. Questo articolo invece approfondisce i risultati di un’analisi che l’Osservatorio ha realizzato coinvolgendo 62 realtà suddivise in 6 tipologie: fornitori, studi di design, agenzie digitali, consulenti strategici, sviluppatori, aziende della domanda particolarmente innovative che hanno acquistato servizi basati su DT. Sono stati identificate quattro modalità di interpretazione del DT, la più diffusa delle quali è il Creative problem solving (CPS), un approccio consolidato e già incorporato nelle pratiche manageriali. Le altre tipologie, ad oggi meno diffuse ma che ci descrivono il prossimo futuro, sono Sprint execution, finalizzato ad accelerare l’innovazione anche in termini di execution, il Creative confidence che sposta la lente sull’innovazione organizzativa per ingaggiare le persone, l’Innovation of meaning, che risale nella catena dell’innovazione offrendo il proprio contributo quando si devono delineare nuove visioni (figura 1).

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Creative problem solving: un approccio consolidato
Il primo tipo di DT fonda il proprio valore sulla capacità di risolvere problemi facendo leva sulla creatività, avvalendosi della capacità di interpretazione di un problema alla luce di bisogni sia espliciti sia nascosti, secondo una dinamica outside-in. “Il miglior innovatore è colui che riesce a scoprire i bisogni più profondi del mercato di riferimento”, sottolinea Claudio Dell’Era, professore associato di Design Thinking del MIP e direttore dell’Osservatorio Design Thinking for Business del Politecnico di Milano.

I dati indicano questo come il modello più diffuso nel contesto italiano attuale, con oltre l’80% del panel di aziende analizzato. Lo utilizzano il 94% degli studi di design come modello consulenziale verso i clienti, mentre nei nuovi segmenti scende l’adozione pur restando dominante. Per misurarne la rilevanza si sono analizzati i fatturati generati dalle società di consulenza che l’hanno adottato e i diversi domini progettuali: il 72% è stato generato da soluzioni (per creare nuovi prodotti, servizi, soluzioni esperienziali); l’8,7% per cambiare processi e cultura organizzativa; il 18,6% in progetti di natura strategica. I tre domini che hanno generato maggior fatturato sono l’innovazione di servizio (32%), l’innovazione di prodotto (21%) e il business model (12%).













