Gestire i rischi dell’AI in azienda con risorse e competenze che crescono meno delle responsabilità assunte: è la prospettiva indicata dall’81% dei Ciso italiani per i prossimi due anni. Il dato emerge dal report Voice of the CISO 2026 di Proofpoint, che fotografa l’evoluzione del ruolo dei Chief Information Security Officer, i responsabili della sicurezza delle informazioni, nell’adozione delle nuove tecnologie aziendali.
Le preoccupazioni per la sicurezza dell’AI generativa aumentano di 24 punti percentuali rispetto al 2025, raggiungendo l’81% degli intervistati italiani. Parallelamente, il 90% considera una priorità assoluta per il prossimo biennio abilitare l’uso sicuro di assistenti AI, copilot e automazione.
«L’AI sta cambiando radicalmente il mandato del CISO – spiega Patrick Joyce, global resident CISO di Proofpoint – Ai responsabili della sicurezza viene richiesto di svolgere due attività in contemporanea: proteggere l’azienda dai rischi tecnologici e aiutarla ad adottare tecnologie trasformative in modo sicuro e rapido».
«Mentre assistenti AI, copilot, automazione e strumenti di GenAI pubblici vengono integrati nei processi aziendali quotidiani, ci si affida ai CISO per abilitare l’innovazione – prosegue – impedendo al contempo che dati sensibili, accessi privilegiati e flussi di lavoro critici vengano esposti. Questa doppia responsabilità sta rapidamente diventando una delle sfide che ne caratterizzano il ruolo».
Indice degli argomenti
Migliora la resilienza, il 55% si sente impreparato a un attacco mirato
Il report registra segnali di miglioramento nella resilienza informatica delle imprese italiane. La quota di Ciso che ritiene la propria organizzazione a rischio di un attacco con conseguenze rilevanti nei successivi dodici mesi scende dall’84% del 2025 al 49% del 2026. Anche la percentuale di aziende che segnala perdite significative di dati diminuisce, passando dal 77% al 51%.
Resta al 55% la quota di responsabili che considera la propria azienda impreparata ad affrontare un cyberattacco mirato. Le preoccupazioni riguardano diverse tecnologie integrate nelle attività quotidiane: le applicazioni SaaS, ossia software erogati come servizio, e le integrazioni di terze parti sono indicate dal 41% degli intervistati.
Seguono le piattaforme di archiviazione cloud e condivisione dei file, al 39%, e quelle di collaborazione, al 38%. Gli strumenti pubblici di AI generativa raccolgono il 33% delle indicazioni; le infrastrutture Active Directory e di gestione delle identità il 32%.

Il fattore umano resta la principale vulnerabilità
Per il 75% dei Ciso italiani il rischio umano rappresenta la maggiore vulnerabilità informatica dell’azienda, rispetto al 68% rilevato nel 2025. A livello globale la percentuale raggiunge il 79%, in crescita dal 66% dell’anno precedente.
Tra le imprese italiane che hanno subito perdite significative di dati, gli intervistati individuano come causa principale gli insider malintenzionati o criminali, citati nel 41% dei casi. Seguono i dipendenti negligenti, al 39%, e quelli compromessi, al 33%. Nello stesso gruppo di aziende, il 94% dei Ciso afferma che i dipendenti in uscita hanno avuto un ruolo nella perdita di informazioni.
Il comportamento del personale è anche al centro delle preoccupazioni sull’uso dell’intelligenza artificiale. L’80% dei responsabili italiani ritiene probabile che i dipendenti utilizzino questi strumenti in modi che potrebbero esporre dati sensibili. Il 79% teme la perdita di informazioni dei clienti attraverso servizi pubblici di AI generativa e la stessa percentuale blocca o limita l’utilizzo della GenAI da parte dei lavoratori.
Sul fronte delle difese, l’87% degli intervistati ritiene che i controlli adottati mitighino efficacemente i rischi introdotti da AI, applicazioni SaaS e modalità di lavoro moderne.
Perdita di dati, gli effetti economici e reputazionali
Le conseguenze degli episodi di perdita di dati presentano andamenti differenti. Secondo i risultati italiani, le perdite finanziarie diminuiscono dal 40% al 37% e i costi di ripristino dopo un attacco scendono dal 26% al 16%.
Le sanzioni normative registrano invece un incremento dal 32% al 33%, così come il danno reputazionale, che passa dal 34% al 35%. Il comunicato rileva nel complesso un’attenuazione dell’impatto sul business, insieme alla riduzione degli episodi segnalati.
Cresce l’allineamento con i consigli di amministrazione
Il rapporto con i vertici aziendali mostra un maggiore allineamento sulla cybersecurity: l’86% dei Ciso italiani dichiara di essere allineato con il proprio consiglio di amministrazione, rispetto al 64% del 2025.
Le preoccupazioni dei board riguardano il valore aziendale, i tempi di indisponibilità dei sistemi, il danno reputazionale, l’interruzione delle attività e la perdita di dati sensibili. Il 77% degli intervistati considera eccessive le aspettative riposte sul proprio ruolo. Inoltre, l’84% ritiene che ai componenti dei consigli di amministrazione debbano essere richieste competenze di cybersecurity, una quota in crescita rispetto al 59% dell’anno precedente.
«Il miglioramento della resilienza è un segnale incoraggiante, ma non significa che l’ambiente di rischio stia diventando meno complesso – continua Joyce – Il pericolo è sempre più legato a come persone, dati, applicazioni e AI interagiscono ogni giorno, mentre ai CISO viene chiesto di gestire questa esposizione in termini di business. I risultati evidenziano come i progressi continui dipenderanno dall’evoluzione delle strategie di sicurezza in linea con la direzione verso cui si stanno muovendo lavoro e rischio».
La metodologia dell’indagine
La ricerca è stata condotta da Censuswide a maggio 2026 e ha coinvolto Ciso di aziende con almeno 1.000 dipendenti, attive in diversi settori. Il campione comprende 100 intervistati in ciascuno dei 16 Paesi esaminati, tra cui l’Italia. Gli altri mercati sono Stati Uniti, Canada, Brasile, Messico, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Australia, Giappone, Singapore e India.












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