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Docebo, un’offerta formativa flessibile grazie all’APM di nuova generazione

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Docebo, un’offerta formativa flessibile grazie all’APM di nuova generazione

19 Lug 2018

di Patrizia Fabbri

Venduta in oltre 80 Paesi e disponibile in più di 40 lingue, la piattaforma di e-learning Docebo ha più di 1.300 clienti in tutto il mondo. Per sfruttare le potenzialità in termini di scalabilità di un’architettura a microservizi, l’azienda si è dotata della soluzione di application performance management di Dynatrace. Ottenendo anche risultati inaspettati

Se fino a qualche anno fa il mondo dell’e-learning professionale era limitato all’utilizzo di LMS (Learning Management Systems), piattaforme che sostanzialmente presidiavano la distribuzione di corsi on-line strutturati, l’iscrizione degli studenti e il tracciamento delle attività on-line, oggi anche in quest’ambito si stanno verificando profondi cambiamenti.

A metà degli anni ’80 il Center for Creative Leadership (organizzazione no profit focalizzata sullo sviluppo della leadership) aveva sviluppato il modello formativo 70:20:10 che ripartisce la formazione in tre categorie:

  • 70%: informale, sul posto di lavoro, basata sull’esperienza;
  • 20%: coaching, mentoring, sviluppo attraverso gli altri;
  • 10%: interventi di formazione formale e corsi strutturati.

Traslando questo modello all’e-learning, gli LMS sono andati fino ad oggi a coprire solo l’esigenza di quel 10% di corsi strutturati, ma grazie a tecnologie innovative, come l’intelligenza artificiale o la realtà virtuale e aumentata, è ora possibile approcciare anche percorsi formativi informali o di mentoring/coaching, integrando nella propria proposta formativa quella di realtà terze.

Un’evoluzione di questo tipo implica però, per chi offre la piattaforma di e-learning sulla quale l’azienda cliente inserisce poi i propri contenuti per fornire corsi interni o a partner della propria filiera, la disponibilità di un’infrastruttura tecnologica scalabile, flessibile e performante.

Abbiamo quindi incontrato Andrea Spoldi, Infrastructure Architect di Docebo, per capire quale impatto ha avuto questa evoluzione nella sua azienda.

Andrea Spoldi

Infrastructure Architect di Docebo

Docebo, learning company con percorsi formativi formali e informali

Venduta in oltre 80 Paesi e disponibile in più di 40 lingue, la piattaforma di e-learning Docebo (dal Latino “io insegnerò”) ha più di 1.300 clienti in tutto il mondo.

“Siamo nati nel 2005 fornendo una classica piattaforma LMS, ma ormai possiamo definirci una e-learning company completa, avendo pienamente abbracciato il modello 70:20:10. Docebo è una piattaforma estremamente modulare e molto spinta sulla user experience”, spiega Spoldi. Fino al 2012 la piattaforma veniva fornita sia in modalità as a service sia installandola on premise presso i clienti di maggiori dimensioni; successivamente l’azienda è passata a un’offerta esclusivamente in modalità SaaS migrando la piattaforma su cloud AWS, con un futuro aperto ad altri cloud provider per quanto riguarda l’erogazione di alcuni servizi specifici: “Stiamo sviluppando alcuni servizi basati su intelligenza artificiale; il nostro team ha valutato varie possibilità e riteniamo che quella che risponde meglio alle nostre esigenze sia Google Cloud Plaform per cui porteremo alcuni servizi su quella piattaforma”, spiega l’Infrastructure Architect.

Per comprendere la complessità di cui stiamo parlando, riassumiamo brevemente alcune delle funzionalità di Docebo: dotata di un robusto sistema di API, consente l’integrazione con sistemi interni di gestione degli account, amministrativi, HR ecc.; permette di implementare le logiche della gamification nei percorsi formativi; semplifica la gestione dei corsi implementando una serie di automatismi che consentono, per gli utenti che soddisfano determinati criteri, di effettuare l’iscrizione automatica a corsi o percorsi formativi sulla base di regole predefinite; è progettata per la massima scalabilità in modo da essere già pronta per l’implementazione di corsi di nuova generazione che richiedono maggiori potenza e ampiezza di banda; è fruibile in modalità mobile consentendo di accedere ai corsi anche offline, con il tracciamento e la sincronizzazione dei progressi; monitora fruizione e completamento dei corsi, controllando l’efficacia della propria formazione con report integrati e dashboard personalizzate.

Con un’architettura a microservizi, l’APM diventa strategico

Con la migrazione su AWS, l’azienda ha iniziato a sviluppare un’architettura basata su microservizi: “Fino a quel momento l’applicazione era monolitica e, di fatto, un synthetic monitoring [monitorggio delle metriche funzionali basiche ndr] era più che sufficiente. Quando siamo passati su AWS, abbiamo subito compreso che era assurdo non sfruttare le potenzialità in termini di scalabilità di un’architettura a microservizi e quindi abbiamo iniziato a sviluppare la nuova architettura su Docker”, spiega Spoldi, precisando che Docebo è stata una delle prime aziende a portare in produzione un’applicazione sviluppata su container Docker. E questo ha cambiato tutto: “Era impossibile monitorare l’attività su applicazioni che mutavano continuamente, in una logica dove microservizi si compattano e scompattano continuamente: è una svolta culturale non solo per gli sviluppatori, ma anche per chi effettua manutenzione perché, per esempio, l’analisi dei log non può essere fatta sul singolo servizio dato che quando devo effettuarla quel singolo servizio è composto in modo del tutto differente”.

Circa un anno fa, l’azienda, dopo l’analisi di altre due piattaforme, ha deciso di implementare Dynatrace. Abbiamo quindi chiesto al manager di Docebo quali sono state le principali motivazioni che lo hanno spinto a questa scelta: “Prima di tutto la facilità di configurazione, anzi, la non necessità di una configurazione. Quando lo scorso anno le persone del vendor vennero a proporci la soluzione, mentre parlavano installammo un agent Dynatrace su uno dei nostri 18 reverse proxy. In pochi minuti nella dashboard sono iniziati a comparire i primi dati: l’agent stava riconoscendo l’host, CPU, RAM, stato dei dischi; vi erano già degli alert preconfigurati. E questa è una cosa importante perché significa che, una volta installato l’agent, abbiamo già tutte le informazioni che servono per monitorare lo stato di quel servizio: se poi sappiamo che un’applicazione è, per esempio, CPU intensive, si potrà decidere di modificare il parametro che fa scattare l’alert, ma non si parte da un foglio bianco che richiede un grande lavoro di configurazione. L’unico lavoro che abbiamo dovuto fare è stato rinominare alcuni servizi in un modo che a noi fossero più chiari”.

Tornando ai microservizi, Spoldi sottolinea che Dynatrace ha un’integrazione con Docker molto profonda sia per il monitoraggio dei servizi all’interno dei container sia perché permette di capire molto chiaramente su quale container sta girando un determinato servizio: “Quando un servizio viene rilasciato su un container, Dynatrace ne fa un’immagine che viene taggata con data e ora; se un servizio presenta problemi di performance siamo in grado di capire su quale ‘immagine’ (container) sta girando. Questo è molto importante perché se si riscontra che il problema è, per esempio, sull’immagine più recente, si ritorna immediatamente alla versione precedente, rimandando il codice allo sviluppo per le opportune verifiche”.

Un altro beneficio importante è il monitoraggio delle query: “Ci siamo così resi conto che una istanza effettuava la stessa query tre volte per estrarre lo stesso dato, a detrimento delle performance complessive dell’applicazione”. Ma Spoldi segnala anche risultati inattesi: “Per esempio dal punto di vista della security. Senza voler sostituire le funzionalità Dynatrace con quelle di un Siem [Security information and event management ndr], è comunque possibile identificare tentativi di exploit o di scansioni non autorizzate se l’APM rileva un aumento immediato e inatteso del tasso di errori di un’applicazione”.

Patrizia Fabbri

Giornalista

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno.

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