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Dal mobile first all’app first, il nuovo ruolo del cloud

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Dal mobile first all’app first, il nuovo ruolo del cloud

Tra propensione e resistenze delle aziende ad adottare il cloud, cresce l’esigenza di conoscere i suoi principali vantaggi e di evitare i rischi che derivano da una gestione non oculata dei vari ambienti private e public. Dopo aver affrontato il tema della cyber security, Sabino Trasente, Senior Business Solution Strategist di VMware, ci accompagna a scoprire le ragioni che dovrebbero far propendere per il multi-cloud

29 Set 2021

di Carmelo Greco

Il legame fra digitalizzazione e adozione del cloud oggi è assodato. Lo si ricava ad esempio dagli ultimi dati dell’Osservatorio Cloud Transformation della School of Management del Politecnico di Milano che parlano di un mercato italiano che nel 2020, in piena pandemia, ha raggiunto una cifra di 3,34 miliardi di euro. Non solo.

L’Osservatorio evidenzia anche che è soprattutto il public e hybrid cloud, ovvero l’insieme dei servizi forniti da provider esterni e l’interconnessione tra cloud pubblici e privati, ad aver fatto un balzo di +30% rispetto al 2019, per un valore pari a 2 miliardi di euro. Non che questo elimini le resistenze che tuttora permangono sia nel nostro Paese sia in Europa nei confronti del cloud computing, se è vero che nel vecchio continente, in base a quanto riporta l’Eurostat, sono solo un terzo le aziende che finora lo hanno scelto.

Per comprendere quali sono queste resistenze e su che cosa le organizzazioni debbano porre attenzione nel loro journey to the cloud, ne abbiamo parlato con Sabino Trasente, Senior Business Solution Strategist di VMware, insieme al quale in precedenza avevamo affrontato il tema della cyber security nell’era del lavoro diffuso.

Sabino Trasente, Senior Business Solution Strategist di VMware

Public o private cloud? Meglio il multi-cloud

“Il cloud è un concetto a cui ci riferiamo sia quando parliamo di public cloud provider, cioè di hyperscaler quali Google, Amazon e Microsoft, sia nel caso in cui si abbia il proprio cloud fatto in casa”, esordisce Trasente. Concetti tradizionali propri del cloud, quali la scalabilità delle risorse e la possibilità di usufruirne in modalità self-service, come nel caso sempre più diffuso del DevOps, si possono applicare a diverse tecnologie. L’ottica del multi-cloud sintetizza la parte migliore del private e del public cloud, facendo in modo che prevalgano i vantaggi di entrambi.

Ci sono pro e contro nell’adozione pura di un public cloud, così come in quella del private cloud. Per il cloud pubblico non si tiene conto, ad esempio, dei costi che a un certo punto potrebbero diventare quasi insostenibili.

Dall’altro lato, riuscire ad aggiornare costantemente le tecnologie potrebbe essere un problema che, invece, con un hyperscaler viene risolto alla fonte, perché è il provider stesso che se ne occupa. “Se guardiamo al motivo principale per cui il cloud viene abbracciato – continua Trasente – è perché si ottengono alcune risorse soprattutto nella parte infrastrutturale, la parte IaaS che occupa l’80-90% del journey to the cloud di molte aziende. L’estensione multi-cloud permette di essere indipendenti, senza dover necessariamente fare una serie di modifiche a ciò che si è già portato in cloud. Passare dall’uno all’altro abilita la vera agilità, la vera dinamicità in una scelta che può essere fatta in base ai costi, al momento storico, alle strategie, ai trend di mercato”.

Come si gestisce la coesistenza dei vari cloud

La spinta verso il multi-cloud non ha soltanto una ragione di natura tecnologia, ma è anche dettata dai nuovi modelli di business che si stanno imponendo. “Il fenomeno che osserviamo in particolare, sia nelle aziende di grandi dimensioni sia nelle PMI – spiega Trasente -, è quello del cosiddetto ‘app first’. Siamo passati dal ‘mobile first’ al ‘cloud first’ per approdare all’app first. Con la differenza che le aziende che partono da zero sono avvantaggiate nel mondo digitale, mentre quelle che devono creare nuovi servizi non possono dimenticare la parte legacy ereditata”.

Le istituzioni finanziarie rappresentano un classico use case di questa seconda categoria. “Le banche generalmente hanno una parte di front-end su un public cloud provider, ma la parte dei dati sensibili molto spesso risiede on-premise. Questo, da un lato, favorisce la gestione dei picchi perché teoricamente il cloud provider ha risorse illimitate, ma dall’altro pone una serie di complessità. Avere due tecnologie necessita che si parlino, significa avere più latenze e costi maggiori legati al traffico in uscita. In una soluzione ibrida molti di questi problemi vengono superati”.

La possibile coesistenza dei vari cloud può avvenire sia quando occorre un’osmosi tra private e public cloud, sia laddove c’è un’offerta nativa completamente in cloud. Ciò che serve, in entrambi i casi, è uno strumento di gestione e di management che riesca a tenere sotto controllo i costi e l’utilizzo delle risorse. “Il mondo app first – dice ancora Trasente – si traduce nell’architettura dei microservizi che a loro volta si traducono nei container. Non a caso oggi tutti i cloud provider offrono il servizio Kubernetes”.

L’edge e la fruizione dei dati nel posto giusto

C’è un ulteriore elemento che va considerato in questo nuovo scenario del multi-cloud ed è l’importanza crescente che l’edge assume soprattutto, ma non solo, nel paradigma di Industry 4.0. “La fabbrica intelligente – ricorda Trasente – è fatta da edge e cloud, ma anche da cose e da persone. Il tutto legato da un virtual cloud network o, secondo la definizione di Gartner, dal Secure access service edge, il ‘sassy’. La potenza computazionale o gli algoritmi vengono così elaborati nel posto giusto: localmente per quanto riguarda l’edge, centralmente per il management, sul cloud per i data lake”.

La fruizione di questi dati, poi, avviene da parte degli oggetti nell’universo IoT all’interno del plant o da parte delle persone che possono trovarsi in ufficio, nello stabilimento o in qualsiasi altro luogo. “È uno scenario ampio, su cui il 5G influirà in maniera determinante, nel quale tutti i componenti trovano il loro spazio”. E che non si tratti soltanto di una trasformazione che interessa le aziende di produzione, lo si evince dall’analisi dell’Osservatorio Cloud Transformation che, pur segnalando il primato del manifatturiero in termini di spesa assoluta, a seguire elenca i settori Bancario, Telco e Media, Servizi, Utility, PA e Sanità, GDO, Retail e Assicurativo. “Tutte le industry devono abbracciare la loro trasformazione digitale, perché è il modo per restare rilevanti dal punto di vista competitivo e per garantire il proprio sviluppo” sostiene in conclusione Sabino Trasente.

Di questo e di tanto altro sull’evoluzione del cloud si parlerà il 6 e il 7 ottobre al prossimo VMworld 2021.

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Carmelo Greco

Giornalista

Giornalista professionista, si occupa come freelance e formatore di temi connessi all’innovazione digitale, all’economia civile e alle trasformazioni del mercato del lavoro. È anche autore di opere teatrali e di narrativa. Ultimo romanzo pubblicato, Focara di sangue, Edizioni Fogliodivia, 2020.

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