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I 5 domini della Piattaforma Digitale per il Business

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I 5 domini della Piattaforma Digitale per il Business

03 Feb 2017

di Rinaldo Marcandalli

Entro tre-cinque anni assisteremo alla nascita di un vero e proprio ecosistema aziendale digitale, che interagirà con ecosistemi di clienti, partner, fornitori e con gli stessi competitor per una penetrazione ulteriore del mercato, possibile solo in collaborazione. Ma è indispensabile dotarsi di una nuova Digital Business Platform di livello Enterprise, articolata in cinque dominî. Con un “costruttore” cui Peter Sondergaard Senior Vp e Head of Gartner Research costantemente si rivolge: il Cio.

BARCELLONA – Presto vedremo le aziende, almeno le leader, offrire prodotti e servizi a contenuto digitale superiore in valore al non digitale. Chi ci riuscirà avrà cambiato il motore stesso dell’organizzazione produttiva in filiere parallele che abbracciano il ciclo di vita di ogni prodotto-servizio digitale, da quando nasce (R&d), a quando è distribuito sul mercato (Supply chain), ha detto Peter Sondergaard Senior Vp e Head of Gartner Research. Riprendiamo, per approfondire questi concetti, la keynote tenuta dall'analista allo scorso Gartner Symposium di Barcellona: “È anche ora di comprendere che non si tratta più solo di trasformare parte del business in business digitale mantenendo l’organizzazione interna intatta”. Ma, nella prospettiva di una Rivoluzione Digitale del Business in arrivo, bisogna predisporci ad attuarla al nostro interno (magari in isole digitali) sia per sopravvivere sia per coglierla come opportunità per prosperare. Ogni fase del nuovo motore, da ricerca e sviluppo, a produzione, a esperienza e supporto del prodotto-servizio, avrà bisogno di essere in costante presa diretta sulla tecnologia digitale”.

Ogni fase del ciclo di vita del prodotto-servizio dovrà potersi appoggiare su una Digital Business Platform (Dbp) di livello Enterprise che si compone di cinque dominî:

  • It System, per farla funzionare;
  • Customer experience (Cx), come si ingaggia chi ne fruisce;
  • Thing, per percepire tramite IoT la relazione del prodotto-servizio erogato con il mondo fisico;
  • Intelligence, per decidere come agire di conseguenza in base all’analisi di quello che accade;
  • Ecosistemi digitali, per relazionarsi con ecosistemi complementari di clienti, fornitori ecc.. (vedi figura in basso)

È grazie alla Dbp che l’azienda competerà per offrire prodotti e servizi digitali, in modo scalabile, interagendo con l’universo di Ecosistemi Government, Business e Consumer, naturale sbocco del business digitale. Per costruire i cinque dominî Dpb, tutti con il proprio ruolo ma interconnessi e interdipendenti, il Cio deve “investire oltre l’infrastruttura It tradizionale, in tecnologie anche non familiari al suo Dipartimento”, ricorda Sondergaard che entra poi nel dettaglio, spiegando le caratteristiche di ogni dominio.

It System per garantire alte performance in modo scalabile

It System è l’insieme di reti, server e App del data center che conduce le operazioni ad alta performance in modo scalabile. Dominio su cui capitalizzare, ma da modernizzare, è ora in parte interno e in parte esterno all’organizzazione, con dati sempre più pervasivi e aperti. Le organizzazioni (almeno le leader) sono “a metà del guado nella transizione al cloud, per una sempre maggior scalabilità di App e processi”.

Dovrà continuare la migrazione verso mobile e cloud, naturalmente questo dovrà avvenire per quelle applicazioni per le quali la migrazione ha un senso: “pulire” l’in house il più possibile resta strategico. Secondo Gartner la velocità annua di migrazione al cloud per le App è in continuo aumento: a fine decade le App di Marketing, vendite e customer service (Crm e Salesforce) saranno in prevalenza usufruite in cloud: seguite da Hr, Procurement, e Financial Management. Ma sistemi che nascono on premise come supply chain e altre App proprietarie resteranno in house. Approccio ibrido dunque: vanno bilanciati cloud, mobile e social per i servizi esterni in modo appropriato con capacità esclusive interne sulla base delle necessità. E resta sempre da investire in resilienza, business continuity e disaster recovery, sia all’interno che all’esterno.

Customer Experience, il luogo della differenziazione competitiva

Nella Customer Experience (Cx), il secondo dominio, l’ingaggio digitale può benissimo essere l’unica esperienza che il cliente ha di un prodotto-servizio; non basta più cioè esser bravi nel multicanale integrato. “Si possono e si dovranno prevedere esperienze ambientali senza schermo, o intrinseche ai dati del cliente, o schermi multipli con interazioni coordinate con realtà virtuali (Vr) o aumentate (Ar). In tutti i casi, con il cliente (passeggero, paziente, cittadino, fan o uomo di business che sia) siamo nella Experience Economy: lo si fidelizza solo a colpi di business moment”, ha sottolineato Sondergaard.

“Nell’universo dei chatbot e degli assistenti virtuali perderanno rilevanza le App mobile e la stessa presenza Web: il nuovo mantra è ‘capire l’intento’ del cliente, attraverso algoritmi avanzati ed intelligenza artificiale (Ai), per creargli spazi che gli offrano esperienze di interesse, magari ancora prima che l’interesse nasca nel cliente stesso”, ha detto il Vice Presidente Gartner che rivolge un pressante invito ai Cio: "E' cruciale un posto al tavolo del Concilio Cx dove siedono Cmo, Cco, Vendite, Operazioni, Ceo, Prodotti e Legale”, ma molti Cio a quel tavolo non ci sono ancora.

Thing, un’area cross disciplinare che richiede molteplici punti di attenzione

Thing è il dominio che governa come l’organizzazione percepisce il mondo fisico e vi agisce. Area cross disciplinare, fonde ingegneria tradizionale e computing engineering, deve affrontare rischi elevati: le Smart Machine non si limitano ad acquisire dati dal mondo reale ma ci operano fisicamente; è evidente che il rigore nella sicurezza (fisica oltre che informatica) deve essere ai massimi livelli.

La strategia di ingegnerizzazione dell’IoT va costruita con due lenti, Consumer ed Enterprise, dice Sondergaard. Nella Consumer IoT le “cose” crescono con diverse velocità in mercati differenti: oggi sono in testa Information & Entertainment (2.428 milioni di dispositivi installati, erano 1.512 nel 2013, saranno 4.773 nel 2020) e Automotive (erano 437, saranno 2.956 nel 2020). Dal 2019 al 2010 i dispositivi della Domotica sono visti dilagare su tre branche da 1.644 a 2.729 per Automation; da 856 a 1.419 per Security & Safety; da 531 a 1.107 per Energy Management.

La lente Enterprise IoT mostra un mondo di infrastrutture pubbliche e commerciali, più lento in partenza, ma che balzerà in testa: al 2020 avremo 790 milioni di dispositivi di Utility (284 nel 2016); 1.149 di Physical Security (381 nel 2018); 1.074 di Energy (565 nel 2019).

Ma miliardi di “cose” restano senza una piattaforma software e servizi IoT che, facendo leva sulla crescita esponenziale delle connessioni tra loro, ne catturi il valore: nel 2010 (con milioni di server virtuali iperconnessi) si sono toccati 61 trilioni di connessioni fisse; con il decollo del cloud si sono connessi dinamicamente dispositivi al ritmo di 53,7 milioni di connessioni al secondo. Al 2020 avremo 26 miliardi di dispositivi connessi, 215 trilioni di connessioni stabili e 63 milioni di connessioni/secondo.

L’iperconnessione crea un ammontare di dati immenso: se Google occupa “solo” un esabyte (un miliardo di Gigabyte), IoT ha già prodotto tre ordini di grandezza in più di dati, 4,583 esabyte nel 2016, che arriveranno a 27,445 nel 2020. Occorreranno nuovi modi di interpretare l’informazione, con connessioni native, che diano responsi in tempo reale, molto più veloci di quanto sia dato a esseri umani di capire e interpretare: è già scritto che l’interpretazione stessa e la conseguente operazione dovrà passare a “macchine non supervisionate”, vedi dominio Intelligence.

In questo stadio iniziale, è cruciale il ruolo del Cio costruttore e integratore del dominio IoT, data l’immaturità del mercato delle Piattaforme IoT. Ma presto centinaia di software house affermeranno di avere una soluzione per gestire l’IoT, innescando il tipico processo dei nuovi mercati Ict (una miriade di applicazioni nelle quali diventa difficile districarsi e molte delle quali destinate al fallimento con successivo consolidamento delle piattaforme di riferimento). E intanto, due terzi degli early adopter hanno dovuto revisionare il dominio It System per supportare il dominio IoT: naturalmente, aggiungere nuovi dispositivi è stata la parte relativamente facile; altro discorso è stato adattare processi, applicazioni, workflow, integrazione dati e procedure di sicurezza. A tutto ciò si aggiunge un forte impatto IoT sugli Analytics: i tempi decisionali devono ridursi da giorni, a minuti a … momenti, da offline a ”inline”. In generale, gli investimenti si sposteranno sugli Analytics Real time, che al 2020 saranno il 30% del mercato.

Intelligence per abilitare le decisioni di umani e…macchine

Il dominio per decidere è l’Intelligence. È il luogo in cui i sistemi imparano e decidono, in modo sempre più indipendente. Lo costituiscono l’Analisi dei dati (Data Intelligence, coltivata dai Data Scientist) che però è solo “passiva” senza l’Algorythmic Intelligence, gli Algoritmi, che decidono l’Azione sulla base di script. E un terzo tipo di intelligence (ri)emersa gradualmente, l’Artificial Intelligence (AI), trainata dal Machine learning, macchine che imparano dall’esperienza e producono risultati non esplicitamente immaginati dai loro disegnatori, sistemi in rete (neurali) che sperimentando raccolgono dati, attraverso i quali si adattano al mondo che li circonda. Machine Learning ed AI si muovono alla velocità dei dati e non delle versioni di codice rilasciato. Il loro “codice base” è l’informazione. Cambia l’approccio all’insight aziendale: di nuovo, il business non potrà che, gradatamente, fidarsi, a tendere senza supervisori.

E “verranno assunti non sviluppatori per programmare le Smart machine ma istruttori per istruirle ad apprendere dalle esperienze”, ha sottolineato Sondergaard. Entro il 2020 il 20% delle grandi organizzazioni assumerà questi istruttori dedicati ad addestrare reti neurali.

Ecosistemi digitali per interagire con tutti gli attori della catena

Il quinto dominio è quello degli Ecosistemi digitali, che costituiscono la capacità di interagire con clienti, partner, settori di industria adiacenti, concorrenza. Gartner li definisce come “reti di business interdipendente che offrono benefici di innovazione e produttività ai membri attraverso l’interscambio elettronico”.

Questa capacità di interagire trasformerà il business digitale in una rete tra ecosistemi: ma per cogliere l’opportunità servirà darsi una strategia di partnership, quali partner scegliere. “Con questo interscambio elettronico, in due anni i Cio si aspettano di raddoppiare il numero di partner”, ha detto Sondergaard e ha aggiunto: “I Cio costruiranno con i partner dei Touchpoint, punti di contatto elettronici [in pratica Api ndr], che stanno a un Sistema di Ecosistemi come le sinapsi stanno al cervello”.

Rinaldo Marcandalli
Giornalista

Consulente aziendale e giornalista. 40+ anni di esperienza nello sviluppo software, laboratorio IBM e field, nelle telecomunicazioni prima e poi nelle applicazioni e nel governo del Dipartimento It. Esperienze sul campo in settori bancario, in particolare interbancario, assicurativo e pubblica amministrazione. Da 20+ anni segue prima da consulente e poi come giornalista l’evoluzione dei processi nei settori e da 10+ anni la loro trasformazione progressiva al digitale, specializzandosi nello studio della riorganizzazione agile, digitale e smart delle Aziende.

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