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Etichetta UE per i data center: più trasparenza sui consumi


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Il 21 settembre Bruxelles ha adottato le regole per classificare i data center in base a efficienza energetica e uso dell’acqua. Nessuna soglia obbligatoria, per ora, ma i dati sui consumi diventeranno pubblici e confrontabili. Ecco perché i Chief Information Officer devono prepararsi a leggerli e a chiederne conto ai fornitori

Pubblicato il 5 ott 2026



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Punti chiave

  • La Commissione propone un etichettamento pubblico per i data center (classi A-G, QR) con indicatori standard PUE e WUE.
  • Consumi UE stimati da 68 TWh (2024) a 114 TWh (2030, ~3,2% domanda); l’intelligenza artificiale accelera la crescita e aumenta pressione su reti e costi.
  • Per il CIO: considerare PUE, WUE e quota di nuova capacità rinnovabile nelle gare; etichetta: impatto su incentivi e fornitori.
Riassunto generato con AI


Per anni i consumi dei data center sono stati un numero che il CIO trovava, se andava bene, in una slide del fornitore. Presto potrebbe invece trovarlo pubblicato in una scheda pubblica, con tanto di valutazione (attraverso un sistema di etichettamento con lettere da A a G) e codice Qr. Il 21 settembre scorso, infatti, la Commissione europea ha adottato il regolamento delegato che introduce un sistema comune di classificazione per i data center. Informazioni sui consumi e la produzione di energia elettrica e acqua o sul calore recuperato diventeranno dati confrontabili facilmente da un impianto all’altro.

Il testo deve ancora superare il vaglio di Parlamento e Consiglio europeo, ma il segnale è chiaro. I consumi dei data center non sono più solo una voce di costo o un tema di sostenibilità ma si stanno trasformando progressivamente in un criterio di scelta che orienta l’acquisto e, probabilmente, in un parametro di accesso a incentivi futuri.

Consumi dei data center: da dove si parte

Per capire perché Bruxelles intervenga ora basta guardare la traiettoria della domanda di energia. Prima dei dettagli del regolamento, conviene fissare il quadro di fondo per comprendere bene quanto consumano oggi i data center europei, quanto potrebbero consumare a fine decennio e quanto pesa l’intelligenza artificiale in questa crescita.

Da 68 a 114 TWh: la crescita europea al 2030

Secondo le stime richiamate dalla Commissione nel testo del regolamento, nel 2024 i data center dell’Unione hanno assorbito 68 TWh (Terawatt/ora) di elettricità e nel 2030 arriveranno a 114 TWh, pari al 3,2% della domanda elettrica europea totale. Oggi il settore pesa, invece, tra l’1,5 e il 2% dei consumi del continente. Si tratta di una proiezione, e la stessa Commissione avverte che potrebbe essere rivista al rialzo.

Anche la capacità installata è destinata a salire. Va però tenuto presente un elemento spesso trascurato, ovvero che l’obiettivo europeo di triplicare la capacità dei data center nell’arco di cinque-sette anni riguarda la potenza di calcolo, non necessariamente i consumi. Efficienza e densità dei nuovi impianti faranno la differenza tra i due scenari, ed è proprio questo il terreno su cui l’etichetta vuole fare luce.

L’effetto AI sulla domanda globale di elettricità

Il quadro europeo si inserisce in uno scenario mondiale. Un’analisi dell’Ufficio Studi di Confartigianato, basata su dati dell’International Energy Agency (IEA), stima che tra il 2025 e il 2030 Stati Uniti, Cina e Unione europea avranno bisogno complessivamente di 3.312 TWh di elettricità aggiuntiva, di cui 398 TWh assorbiti dai soli data center.

Gli Stati Uniti guidano la classifica con 203 TWh di domanda aggiuntiva legata ai data center, quasi la metà (47,5%) dell’intero incremento dei consumi elettrici americani previsto nel quinquennio (427 TWh), più del triplo del contributo atteso da industria e trasporti messi insieme. Per un CIO europeo, il messaggio è che la pressione sulle reti elettriche e sui prezzi dell’energia non è un fenomeno locale e che i costi dell’infrastruttura digitale difficilmente resteranno stabili.

Le pagelle europee: come funziona l’etichetta dei data center

Il regolamento poggia sulla direttiva sull’efficienza energetica del 2023 e su un regolamento del 2024 che ha istituito una banca dati europea dei data center. Le informazioni, quindi, in parte già esistono. La novità è che diventano pubbliche, standardizzate e confrontabili.

PUE e WUE: cosa misurano

Le classi previste ed “etichettate” con un sistema di scoring in lettere – da A a G -, sono due e misurano due aspetti differenti ma interdipendenti.

La prima si basa sulla PUE (Power Usage Effectiveness), il rapporto tra l’energia totale del centro e quella assorbita dalle apparecchiature informatiche. La classe A richiede un valore di PUE inferiore a 1,15, la G uno superiore a 1,9.

La seconda usa la WUE (Water Usage Effectiveness), che mette in relazione l’acqua dolce impiegata con l’energia dei server: si parte da 0,1 litri per kilowattora per la classe A e si supera 1 litro per la G.

Un ottimo punteggio sul primo indicatore, dunque, non garantisce un basso impatto idrico né basse emissioni. Per aiutare la lettura, a ogni etichetta sarà allegato un documento della Commissione che spiega come il Pue dipenda dal clima del luogo, quali compromessi esistano tra produzione di energia e acqua e quanto pesi un dato consumo idrico in una zona a rischio siccità. Ragion per cui la scheda riporta anche i gradi giorno di raffrescamento, una misura del caldo della località in cui ha sede la facility stessa.

Chi è coinvolto e cosa compare nella scheda

L’obbligo di comunicare i dati vale già oggi per gli impianti con almeno 500 kW di potenza informatica installata. Il nuovo testo consente l’adesione volontaria alle realtà che si trovano al di sotto di questa soglia e ai proprietari degli impianti che non sono ancora entrati in funzione, con l’indicazione dei valori dichiarati che si prevede di raggiungere dopo due anni di attività.

Restano escluse le facility al servizio esclusivo di difesa e protezione civile. L’etichetta viene generata in automatico dai dati già trasmessi, il che significa anche che chi non li invia non la riceve.

Oltre alle due lettere, la scheda indicherà operatore, localizzazione, dimensioni, periodo di riferimento e servizi di flessibilità offerti alla rete. Comparirà anche un grafico con la provenienza dell’energia: rinnovabili prodotte in sito, acquistate con contratti di lungo periodo o attestate da garanzie d’origine, nucleare e quota di origine non specificata.

Energia rinnovabile: il tema dell’origine

Uno dei passaggi più rilevanti per chi sceglie un provider è come viene raccontata l’energia “verde”. Il regolamento tenta di distinguere ciò che è dichiarato da ciò che è dimostrabile.

Nuova capacità e garanzie d’origine

Nel primo ciclo di rendicontazione il fattore di energia rinnovabile medio ponderato è stato 0,86 e oltre il 70% dei siti ha dichiarato di coprire su base annuale il 100% dei consumi con fonti rinnovabili. Ma un contratto di acquisto o una garanzia d’origine non dimostrano da soli che sia stata realizzata nuova produzione, né che l’energia arrivi nell’istante in cui serve. Per questo motivo, l’etichetta mostra a parte il contributo alla “nuova capacità” richiesta, valutata con criteri più stringenti. I contratti contano, infatti, solo se riguardano impianti entrati in servizio o rinnovati in modo sostanziale non più di dieci anni prima.

Le garanzie d’origine devono corrispondere al periodo di consumo, secondo la granularità temporale più fine disponibile nello Stato, e provenire dalla stessa zona di mercato o dallo stesso Paese.

Il nucleare diventa una categoria distinta, con una regola analoga.

Resta un limite di fondo: l’etichetta rende visibile ciò che l’operatore dichiara, non certifica che ogni chilowattora sia privo di emissioni.

I dati che mancano

Prima di trarre conclusioni, il CIO deve sapere quanto è solida la base dati su cui poggia il sistema. La fotografia del primo rapporto, riferito al 2024, è utile ma purtroppo incompleta.

Solo 770 impianti hanno trasmesso i dati – circa il 36% di quelli stimati come assoggettati all’obbligo, e sei Stati membri non ne hanno inviato nessuno.

La Commissione considera attendibile il 70,1% dei dati ricevuti.

Il PUE medio dichiarato è 1,36, ma sale a 1,64 negli impianti tra 500 e 1.000 kW.

Il WUE medio è 0,58, calcolato su 458 impianti con valori affidabili e senza chi ha dichiarato consumi idrici nulli, quindi non rappresenta l’intero parco europeo.

Per proteggere i segreti commerciali, i dati aggregati per tipo o dimensione saranno pubblicati solo quando la categoria comprenderà almeno tre impianti.

Il tema della riservatezza è peraltro oggetto di discussione, visto che già alcuni grandi operatori hanno esibito una clausola di segretezza del diritto Ue per limitare l’accesso pubblico a informazioni sull’impatto ambientale dei propri impianti.

Calore di scarto il capitolo più deludente

Solo 67 impianti dichiarano un qualche riutilizzo del calore prodotto dai data center e la quota recuperata sul totale prodotto si aggira intorno all’1,8%. La dicitura “pronto al riuso del calore” sbandierata da alcuni provider di servizi di data center va letta con cautela e indica la capacità dell’impianto, progettato o adattato allo scopo, di catturare il calore e metterlo a disposizione di utenti esterni attraverso scambiatori, circuiti dedicati e contatori termici al confine della struttura. Vale anche in assenza di una rete di teleriscaldamento, quindi non significa che il calore sia già effettivamente riutilizzato. Il potenziale teorico citato dalla Commissione – recuperare in media metà del calore di scarto per scaldare quasi 4 milioni di famiglie – resta, appunto, un obiettivo sulla carta. Servono utenze vicine, reti di trasporto e una domanda compatibile con le stagioni.

Cosa cambia per i CIO: governance, acquisti e scelta dei fornitori

Il regolamento non impone nulla direttamente a chi utilizza servizi cloud o colocation. Ma le sue conseguenze indirette, soprattutto sul fronte degli acquisti, sono concrete.

Un nuovo criterio nelle gare e nei contratti

La Commissione indica esplicitamente la valutazione delle classi come strumento per l’acquisto di servizi digitali più sostenibili. Un’azienda o un ente pubblico che deve decidere dove ospitare i propri dati potrà valutare due impianti simili, magari ubicati nella stessa area, con la garanzia di avere accesso a parametri effettivamente confrontabili.

Per il CIO significa poter inserire PUE, WUE e quota di nuova capacità rinnovabile tra i parametri di valutazione di un provider, accanto a SLA, sicurezza e costi.

Anche senza attendere l’obbligo, ha senso cominciare a chiedere questi dati ai fornitori perché gli impianti sopra i 500 KW sono già rendicontati e chi non sa rispondere alla richiesta specifica manda, di per sé, un segnale.

Costi, reputazione e possibili incentivi

Il testo prevede che il sistema sia usato per valutare la sostenibilità dei data center in altre norme europee, a cominciare dal Cloud and AI Development Act, ed è stato tenuto presente nella revisione degli atti delegati della tassonomia.

Le classi potrebbero diventare in futuro un criterio per incentivi o finanziamenti. Nelle intenzioni di Bruxelles, inoltre, la trasparenza dovrebbe anche spingere gli operatori a intervenire su raffreddamento, consumi idrici e recupero del calore, ma si tratta di un incentivo reputazionale, non di un obbligo.

Una scheda pubblica con energia e acqua potrebbe inoltre diventare un riferimento per comuni, comitati e gestori di rete quando un nuovo impianto arriva sul territorio. Per chi sta pianificando nuove capacità on premise o in colocation, è un fattore da considerare fin dalle prime fasi del progetto.

Per i CIO, la direzione è quella di un’infrastruttura in cui efficienza energetica e disponibilità di energia diventano variabili di pianificazione tanto quanto la potenza di calcolo.

Le prossime tappe: calendario e questioni aperte

Il regolamento entrerà in vigore il ventesimo giorno dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, ma prima deve superare il controllo di Parlamento e Consiglio. Le prime etichette saranno generate entro il 15 agosto 2027 e poi ogni anno, con validità da metà agosto a metà agosto dell’anno successivo e una proroga fino al 31 dicembre se uno Stato è in ritardo nella comunicazione dei dati.

Revisione del sistema e standard minimi

Un primo riesame è previsto entro il 31 dicembre 2028 e poi ogni tre anni. Tra le ipotesi, c’è quella di un punteggio unico che sintetizzi tutti gli indicatori, la certificazione dei dati e il conteggio di altre fonti a basse emissioni, come geotermia e sistemi di accumulo.

Sul fronte più delicato, quello degli standard minimi di prestazione, la partita è aperta. Fino al 14 dicembre è in corso una consultazione pubblica e la Commissione prevede di presentare la proposta nel secondo trimestre del 2027. Soglie obbligatorie e tempi di applicazione non sono ancora stati decisi.

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