Red Hat punta su Kubernetes per rendere fluido l’IT provisioning negli ambienti multi cloud

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Red Hat punta su Kubernetes per rendere fluido l’IT provisioning negli ambienti multi cloud

In un incontro a margine del Red Hat Open Source Day 2019, Paul Cormier, Executive Vice President e President Products and Technologies di Red Hat, ha illustrato la relazione con IBM e fornito una prospettiva sulle prossime evoluzioni della tecnologia di orchestrazione dei container

16 Dic 2019

di Giorgio Fusari

“L’innovazione basata su Linux e l’open source sta davvero prendendo il sopravvento, e credo che anche l’acquisizione di Red Hat da parte di IBM lo dimostri”: lo sottolinea Paul Cormier, Executive Vice President e President Products and Technologies di Red Hat, rispondendo a una domanda sul rapporto tra le due realtà, e definendo l’operazione da 34 miliardi di dollari, la più grande acquisizione software nella storia. Il contesto è un incontro stampa con i top manager di Red Hat, a margine del Red Hat Open Source Day 2019, svoltosi i primi di dicembre a Milano.

Tra le domande, anche chiarimenti e approfondimenti, non solo sulla collaborazione di Red Hat con IBM ed altri partner, tra cui Amazon, Google, Intel, Microsoft, ma anche sui principi chiave alla base dell’attività di business della società, e sulla visione che guiderà lo sviluppo tecnologico futuro, in uno scenario in cui sullo sfondo ci sono open source, cloud ibrido e multi cloud. Presenti all’incontro, oltre a Cormier, anche Werner Knoblich, Senior Vice President e General Manager per l’area Europa Medio Oriente e Africa (EMEA); Gianni Anguilletti, Vice President Mediterranean Region per Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Israele, Grecia, Cipro; Rodolfo Falcone, country manager di Red Hat per l’Italia.

Autorevolezza nelle open source community, valore chiave di differenziazione

Con IBM, Red Hat collabora a livello commerciale per diffondere maggiormente i propri prodotti sul mercato, ed evitare sovrapposizioni che potrebbero confondere la base clienti; ma, chiarisce Cormier, essa mantiene una posizione separata e neutrale dal punto di vista tecnologico. La neutralità è un valore core, perché Red Hat, in qualità di fornitore di software enterprise che adotta un modello di sviluppo open source, non collabora soltanto con i principali cloud provider, ma anche con altri soggetti, e società di consulenza e integrazione di sistemi, come Atos e Capgemini, che competono quotidianamente con IBM.

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“C’è però anche un altro valore chiave che ci differenzia, ad esempio, rispetto alla maggior parte dei numerosi vendor di distribuzioni Kubernetes – aggiunge Cormier – ed è che gli ingegneri Red Hat rappresentano figure di riferimento molto autorevoli, influenti in queste comunità e progetti open source di sviluppo upstream”. Di conseguenza, le necessità dei clienti sui prodotti software possono essere soddisfatte direttamente a livello “upstream”, quindi di codice sorgente originale, sviluppato a monte e depositato nel repository dagli autori. “Red Hat lavora inoltre su molti progetti, il kernel Linux, Kubernetes, Hadoop, solo per citarne alcuni, e su questi costruisce prodotti commerciali stabili, per i quali crea un ecosistema” fornendo, come nel caso di Red Hat Enterprise Linux (RHEL), pieno supporto e un ciclo di vita che arriva a dieci anni. Lo stesso modello vale, esemplifica, anche per la piattaforma di orchestrazione di container Kubernetes, su cui si basa OpenShift.

foto Red Hat
Da sinistra, Paul Cormier, Executive Vice President e President Products and Technologies di Red Hat; Werner Knoblich, Senior Vice President e General Manager per l’area EMEA; Gianni Anguilletti, Vice President Mediterranean Region

Microservizi strumento privilegiato

Cosa c’è all’orizzonte, quali saranno i prossimi passi, nella prospettiva di evoluzione tecnologica che sfrutta sempre più le potenzialità dei container? “I container sono solo un building block e potranno permettere di fare molte cose” risponde Cormier. “Ad esempio, una di queste sono i microservizi, tramite cui è possibile scomporre grandi applicazioni monolitiche in aree funzionali, ciascuna delle quali ha il suo contenitore: ogni container, poi, può girare dov’è più conveniente”, nel cloud pubblico o nell’infrastruttutra di back-end del data center aziendale, quando è essenziale che i dati restino privati. In questo modo, attraverso una sola piattaforma tecnologica, OpenShift, che funziona come motore di astrazione delle applicazioni sulla nuvola pubblica e privata, è possibile eliminare la rigidità dei sistemi IT legacy e raggiungere la massima fluidità e flessibilità di amministrazione dei workload nel cloud ibrido. Come, chiediamo, Kubernetes può sfruttare l’intelligenza artificiale per migliorare l’orchestrazione di tali workload? “Kubernetes è solo un framework” risponde Cormier, spiegando che, per agire realmente sulla base dell’analisi delle risorse disponibili nei vari ambienti, la piattaforma di orchestrazione dovrà richiamare i servizi AI,e utilizzare motori d’automazione e provisioning dell’IT come Ansible. “Quali saranno i prossimi step? “Lavoreremo attorno al framework Kubernetes per renderlo molto più sofisticato” conclude Cormier.

Giorgio Fusari

Giornalista

Nel settore giornalistico dal 1989, Giorgio Fusari negli anni ha collaborato per numerose pubblicazioni nel panorama tecnologico e ICT italiano, tra cui la rivista NetworkWorld Italia (gruppo IDG); il settimanale di tecnologia @alfa, del quotidiano Il Sole 24 Ore, la testata Linea EDP. Dal 2012 collabora con il gruppo Digital360 e in particolare con ZeroUno. Tra le aree di maggior specializzazione di Giorgio, il crescente universo dei servizi cloud, il networking, le tecnologie di cybersecurity.

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