MongoDB vs Sql: così si disputa la guerra dei dati, chi sarà il vincitore?

MongoDB vs SQL: così si disputa la guerra dei dati, chi sarà il vincitore?

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MongoDB vs SQL: così si disputa la guerra dei dati, chi sarà il vincitore?

Base installata o performance e innovazione? SQL è una tecnologia consolidata con numerosi utenti, ma l’innovazione offerta da Mongodb, grazie al suo impiego nativo di JSON (in realtà BSON) e API integrate, potrebbe insegnare alla piattaforma SQL che non può più permettersi di riposare sugli allori

20 Ott 2020

di Pablo Cerini

SQL (Structured Query Language) è stata la soluzione per la gestione dei dati più diffusa in Italia, soprattutto grazie al successo ottenuto dalla piattaforma SQL Server di Microsoft, che nel nostro paese si è imposta de facto come standard per la gestione dai dati in tutto il segmento della PMI, ma oggi non può non fare i conti con MongoDB.

L’affermazione di SQL

Oltre alla versione di Microsoft, grazie alla diffusione dei siti web dinamici, si sono poi diffuse anche varianti di SQL legate al mondo Linux. Con l’avvento dell’e-commerce, alcuni system integrator italiani, iniziando ad impiegare le soluzioni di gestione web basate su LAMP (acronimo di Linux, Apache, MySQL, PHP/Perl/Python, è una piattaforma software per lo sviluppo di applicazioni web), hanno affiancato alla proposta Microsoft anche la varietà MySQL, fondata strutturalmente sempre sulla sintassi SQL e sul concetto portante di database relazionale. Le differenze tra i due sistemi, da un punto di vista “filosofico” di alto livello, infatti, non sono tali da compromettere l’appartenenza dei vari sistemi al medesimo “ceppo” linguistico del SQL.

SQL può vantare, quindi, in Italia una base di installato davvero ampia, andando ad abbracciare sia la semi-totalità dei gestionali ERP, sia i numerosissimi siti web che cono sorti negli ultimi anni. Tutto questo grazie a una semplicità di setup e a un ambiente di programmazione intuitivo e dalla amichevole curva di apprendimento.

Come sono cambiate le cose con le app mobili

Con l’avvento delle App mobili, però, SQL ha iniziato a mostrare i limiti sempre più evidenti della sua architettura. Anche se SQL è l’indiscusso leader negli ambienti informatici desktop e LAN, con l’avvento del cloud si è assistito alla crescente necessità di mettere in comunicazione front-end residenti sui device più disparati con una base dati spesso fuori dal perimetro della rete aziendale. Per arrivare a uno scambio di dati sicuro e performante, è stato necessario costruire sopra alla base dati delle API (Application Programming Interface) in grado di esporre e rendere consumabili a tutti i device sul mercato i dati tenuti “in pancia” dai database aziendali.

Le API hanno a loro volta introdotto dei nuovi formati di gestione dei dati. Per fare transitare le moli di informazioni spesso impegnative prelevate dai database SQL, le API hanno fatto ricorso a formati di interscambio tra gli endpoint snelli ed efficienti, i cosiddetti oggetti JSON, che, insieme al formato XML, si sono presto imposti come il nuovo standard di interscambio dati multipiattaforma.

Come nasce MongoDB

Si può quindi considerare inevitabile, senza per questo volerne diminuire la genialità e la carica disruptive, che qualcuno decidesse di promuovere il formato JSON da “semplice” mezzo di scambio dati tra un server e uno smartphone, a fondamento vero e proprio di una tecnologia database, che grazie a questo formato di immagazzinamento dati ha potuto presentarsi con innovazioni tecnologiche tali da renderla un vero game changer. Stiamo parlando della piattaforma MongoDB.

Nata come piattaforma database cloud, MongoDB dismette le tabelle relazionali di SQL per impiegare nativamente documenti in formato BSON (un JSON in grado di gestire anche i tipi di dato), consumabili per mezzo di API realizzabili con il linguaggio di programmazione nativo della piattaforma. MongoDB risiede in cloud e può essere gestito attraverso il software proprietario Compass, una interfaccia intuitiva e di semplice apprendimento. MongoDB offre inoltre una infinità di driver software per permettere l’accesso e la fruibilità dei database dai più disparati ambienti di programmazione: Android Studio, Xamarin, e molti altri.

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La forza rivoluzionaria di questa soluzione software è stata tale che negli Stati Uniti molte aziende hanno iniziato ad impiegarlo, grazie alla sua scalabilità anche in contesti di big data. Per citare un nome tra tanti: Google.

Perché in Italia ha una diffusione di nicchia

In Italia, invece, questa innovativa soluzione di database in cloud ibridato con API native, è riuscita solo a conquistare una fascia di appassionati di nicchia. Esportata nella nostra nazione con un’immagine più vicina al contesto degli “smanettoni” open source che delle integrazioni istituzionali, MongoDB ha sofferto di una diffusione ridotta, quasi riservata a un pubblico di specialisti, anche se con qualche piacevole eccezione mainstream (basti pensare alla neo-quotata in borsa Sourcesense).

La quasi indifferenza con cui la PMI ha ignorato quella che, invece, è una delle più promettenti rivoluzioni informatiche degli ultimi tempi, lascia non poco stupiti. Occorre ammettere che, di primo acchito, la soluzione MongoDB appare più complessa della controparte SQL, e abbracciare la filosofia del BSON richiede un certo cambio di mentalità, a cui forse, per pigrizia informatica, in Italia si arriva qualche volta con un po’ di ritardo.

Forse, si può imputare la scarsa diffusione anche a una strategia errata di comunicazione, per cui i vantaggi della soluzione MongoDB non sono stati percepiti o esposti chiaramente, e l’intero sistema è passato per l’ennesima “bravata” No-SQL destinata a un ristretto pubblico di amatori di questi misteri esoterici.

Contro la diffusione di MongoDB, anche se non intenzionalmente, ha pesato molto la dominante base di installazioni SQL, legata soprattutto al fenomeno squisitamente italiano dei software ERP orizzontali: questi programmi monolitici così diffusi nelle aziende del bel paese che fanno scontare tutta la loro comodità di utilizzo imponendosi come anticorpi contro molte forme di innovazione informatica.

Individuiamo proprio nelle basi dati SQL legati ai software ERP onnipresenti il principale freno alla diffusione dell’innovativa piattaforma MongoDB: per la quasi totalità dei system integrator, infatti, la semplice idea di dover fare dialogare il loro rassicurante software on premise con questo universo smart di dati e API in cloud deve essere sembrato un tale shock da farli desistere ancora prima di aver abbozzato un’analisi del progetto.

Ci auguriamo che questa tendenza venga presto invertita anche in Italia, e che la tecnologia di MongoDB conquisti fasce sempre più ampie di utilizzatori, visto i numerosi vantaggi che questa soluzione è in grado di apportare, sia in termini di resilienza che di scalabilità.

Pablo Cerini

Giornalista

Sviluppatore software, cresciuto nel mondo ERP, ma appassionato del mondo DEV a 360°. Affascinato dalla statistica e dal machine learning, con un chiodo fisso per le candele giapponesi

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