Falsi miti della migrazione a Windows 10: cosa c’è da sapere

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Falsi miti della migrazione a Windows 10: cosa c’è da sapere

Perdita di controllo sugli updates e incompatibilità applicativa sono i dubbi ingiustificati che frenano il passaggio a Windows10. Ma è ora di procedere sbaragliando i falsi miti

13 Dic 2019

di Arianna Leonardi

A gennaio 2020 Windows 7 raggiungerà il fine vita e per non incorrere in rischi di sicurezza e inefficienze, le aziende devono finalizzare la migrazione a Windows 10 quel che sta accadendo ora è che stanno circolando diversi falsi miti in merito.

Secondo un documento interno di Microsoft, che è diventato di dominio pubblico nel maggio 1019, le installazioni dell’ultimo sistema operativo hanno raggiunto la quota di 825 milioni, ben inferiore agli auspici della multinazionale di Redmond. La softwarehouse americana infatti aveva preventivato di superare il milione di dispositivi entro due o tre anni dal lancio (29 luglio 2015). Secondo le statistiche di Net Applications, basate sul monitoraggio di 40mila siti web e 160 milioni di visitatori unici, oggi Windows 10 detiene oltre la metà del mercato, ma la versione 7 continua a essere ampiamente utilizzata (è presente infatti sul 30,34% dei dispositivi). La release 8.1 è decisamente poco popolare (4,20%), tuttavia il sistema operativo Windows raggiunge complessivamente uno share dell’87,50%, sbaragliando la concorrenza (macOS si attesta al 9,74%, Linux al 2,14% e Chrome OS allo 0,36%).

Se gli obiettivi di Microsoft sono stati disattesi, le colpe vanno ricercate almeno parzialmente nei falsi miti che accompagnano l’ultimo sistema operativo, ritardando la migrazione da parte delle aziende. I deterrenti più significativi vanno ricercati infatti nella preoccupazione degli amministratori It circa la mancanza di controllo sugli aggiornamenti automatici e l’incompatibilità delle applicazioni supportate invece da Windows 7.

Controllo sugli aggiornamenti

È ormai un pensiero diffuso ritenere che il sistema operativo di Microsoft esegua il download e l’installazione degli update in modalità automatica, senza possibilità da parte dei Sistemi Informativi di pianificare le operazioni di aggiornamento sui dispositivi degli utenti. Si tratta tuttavia di un preconcetto fuorviante.

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Come è noto, con il lancio di Windows 10, Microsoft ha semplificato il processo di aggiornamento, distribuendo soltanto due tipi di update: qualitativi (ovvero riguardanti la sicurezza, con cadenza mensile) e funzionali (con il rilascio di feature aggiuntive due volte all’anno). L’approccio ha permesso di ridurre la portata e la complessità degli aggiornamenti, aumentando la frequenza di distribuzione. In sostanza, non esiste più l’upgrade “mastodontico” a nuove versioni (ad esempio, da Windows 7 a 8.1), ma gli updates contengono cambiamenti minori e diluiti nel tempo.

La preoccupazione degli amministratori It è che gli utenti aziendali possano essere bloccati nell’operatività a causa dell’attivazione automatica del frequenti aggiornamenti. In realtà, Windows 10 offre la possibilità di pianificare centralmente il download e l’installazione dei rilasci grazie alle Group Policy. Il dipartimento informatico ha quindi a disposizione tutti gli strumenti per definire in piena libertà quali aggiornamenti vanno eseguiti e quando, in base alle esigenze degli utilizzatori.

Tra i falsi miti la compatibilità delle applicazioni con Windows 10

L’altra barriera comune nel passaggio a Windows 10 è il timore della discontinuità e della non compatibilità applicativa. Si ritiene infatti che prima di optare per la migrazione al nuovo sistema operativo Microsoft, ogni computer debba essere testato preventivamente onde evitare brutte sorprese. Tuttavia, per molte organizzazioni, attività di test così sistematiche richiederebbero un dispiegamento di risorse non sostenibile. In realtà, Microsoft ha dedicato particolare attenzione all’aspetto della compatibilità software proprio per garantire il funzionamento delle applicazioni per Windows 7 e 8 / 8.1 anche sul nuovo sistema operativo. Se i programmi dovessero mostrare difettosità dopo la migrazione, molto probabilmente si tratta di un problema legato all’obsolescenza dell’applicazione stessa o dell’hardware. In effetti, alcuni modelli di computer potrebbero mancare dei requisiti per supportare correttamente Windows 10, almeno nelle funzionalità più innovative (ad esempio, il riconoscimento biometrico). Se l’inadeguatezza del dispositivo risulta bloccante, si rende ovviamente necessaria la sostituzione.

Insomma, data l’urgenza della migrazione, le amministrazioni It dovrebbero gettare le perplessità alle spalle e procedere verso il necessario ammodernamento del parco macchine aziendale.

Arianna Leonardi

Giornalista

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