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Tecniche e metodi di integrazione nell’era dell’hybrid IT e del multicloud

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Executive Dinner

Tecniche e metodi di integrazione nell’era dell’hybrid IT e del multicloud

06 Dic 2018

di Patrizia Fabbri

L’estrema complessità degli attuali sistemi informativi, con un puzzle tecnologico fatto di applicazioni legacy o sviluppate con i nuovi paradigmi architetturali (microservizi, serverless, ecc) e fruite on premise o in cloud (anche su diverse piattaforme) determina problematiche di governance, application integration e gestione del dato. Di questo si è discusso nell’Executive Dinner organizzato da ZeroUno in collaborazione con Dell Boomi

La nuova application integration: muoversi agilmente nella complessità tecnologia e di business, è il titolo di un recente Executive Dinner organizzato da ZeroUno in collaborazione con Dell Boomi. Un tema complesso e spinoso, ma nel contempo strategico che riguarda la governance degli ambienti ibridi, la stratificazione di sistemi informativi che devono diventare più flessibili. Il tutto in rapporto a una complessità competitiva sempre più forte.

Stefano Uberti Foppa, Direttore di ZeroUno

“Il punto di partenza da cui dobbiamo derivare le nostre riflessioni su questa tematica è quello del business, rapido, complesso nelle esigenze della domanda. Una domanda – ha affermato Stefano Uberti Foppa, Direttore di ZeroUno, introducendo la tematica – che vuole essere ingaggiata in modo sempre più personalizzato e specifico. Un business che è spesso disruptive quando l’azienda non riesce a stare al passo con l’innovazione nell’erogazione di prodotti e servizi che è anche innovazione tecnologica che deve accompagnare questa trasformazione. Quindi cosa serve oggi? Servono agilità tecnologica e organizzativa, velocità di risposta capace di reggere una roadmap di innovazione che deve essere parte integrante dell’evoluzione del business. In questo scenario, uno dei temi più complessi e delicati da affrontare – ha proseguito il direttore – è quello dell’integrazione perché sappiamo che le nostre applicazioni derivano spesso da applicazioni legacy che devono integrarsi con applicazioni cloud native, abbiamo ambienti ibridi, dobbiamo gestire ambienti multicloud. Del resto, i dati parlano chiaro: secondo McKinsey, solo il 24% dei progetti di digital transformation ha successo e la responsabilità di questi scarsi risultati viene addebitata principalmente a una complessità di integrazione”; Gartner prevede infatti che nel 2020 il 50% dei costi e del tempo di un progetto digital riguarderà tematiche di integrazione. Quali sono dunque i modelli di riferimento? Quali le best practice? Quali le competenze necessarie? Come orchestrare i servizi, con quali tecnologie? Con quali piattaforme tecnologiche? Sono i temi approfonditi nell’incontro.

Integrazione applicativa per il successo dei progetti di trasformazione digitale

“Una delle principali esigenze emerse quest’anno dalla ricerca dell’ Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano è come governare questa integrazione applicativa. Sicuramente le aziende stanno evolvendo verso il cloud e questa evoluzione va governata”, ha dichiarato Stefano Mainetti, Direttore Scientifico dell’ Osservatorio, introducendo le principali dinamiche di crescita di questo mercato, per le quali rimandiamo all’articolo Osservatorio Cloud Transformation 2018 Politecnico di Milano: tutti i dati in anteprima.

Stefano Mainetti, Direttore Scientifico dell’ Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano

Tra i dati illustrati, sottolineiamo il fatto che le soluzioni iPaaS (integration Platform as a Service) sono tra quelle che presentano i più elevati tassi di crescita e, analizzando la figura 1 che illustra gli ambiti di investimento nei servizi public e hybrid cloud, vediamo che la tematica dell’integrazione è in modo prospettico quella che più focalizza l’interesse delle aziende.

Figura 1 – La spesa nei servizi Public & Hybrid CloudFonte: Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano

“La ricerca evidenzia che la scelta del cloud nella maggior parte dei casi (figura 2) è opportunistica, selettiva in base ai casi d’uso. Questo fa sì che una serie di scelte contingenti e cumulate nel tempo creino un problema di governance e razionalizzazione”, specifica Mainetti.

Figura 2 – Le scelte di adozioneFonte: Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano

Analizzando quella che nel tempo è la percezione delle aziende sulle problematiche che può comportare l’adozione di un approccio public cloud, se i temi della sicurezza, della scalabilità, della compliance ecc. hanno trovato una risposta positiva nell’evoluzione dell’approccio al cloud, quello dell’integrazione è ancora un tema fortemente critico (figura 3): “Ci sono dei miglioramenti perché le aziende si sono rese conto che se affrontata con gli strumenti giusti si semplifica, ma l’integrazione rimane la spina nel fianco dei sistemi informativi”.

Figura 3 – Public cloud: percezione delle aziendeFonte: Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano

Il mondo è sicuramente ibrido e multicloud (figura 4): “Un ambiente hybrid cloud utilizza cloud pubblico, cloud privato e soluzioni on-premises, con l’obiettivo – ha ricordato Mainetti – di trarre il meglio delle varie modalità di erogazione delle tecnologie a seconda delle esigenze aziendali. In ambienti multicloud l’azienda utilizza e coordina servizi public cloud di due o più provider per rispondere al meglio alle proprie esigenze economiche, tecniche o funzionali. Tre quarti delle aziende che hanno adottato public cloud lo hanno integrato con il proprio sistema informativo aziendale (con integrazioni ad hoc o con ESB). Un quarto delle aziende che hanno adottato public cloud stanno sperimentando configurazioni multicloud infrastrutturali o applicative”.

Figura 4 – Il mondo ibrido e multicloudFonte: Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano

Ne consegue la grande problematica dell’orchestrazione delle risorse che Mainetti ha approfondito illustrando il modello sviluppato dall’Osservatorio, per il quale rimandiamo all’articolo Modello di riferimento per una suite di orchestrazione multicloud, che si sostanzia nel presidio di 4 ambiti fondamentali: Automazione, Integrazione, Sicurezza e Governance (figura 5). “Come vediamo nella figura che mostra i livelli di adozione dei diversi tool che vanno a coprire le differenti aree, ci sono parecchi ambiti che devono essere messi in ordine e tra questi quello dell’enterprise cloud application integration è sicuramente uno di quelli che richiede la maggiore attenzione”.

Figura 5 – Un modello di orchestrazione: percentuali di adozione dei diversi toolFonte: Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano

Dell Boomi come abilitatore del cambiamento

“Boomi nasce nel 2000 e il cliente principale era Dell (insieme a Linkedin) che, nel 2010, decide di acquisirla dando vita appunto a Dell Boomi, perché Michael Dell lo ritenne un asset strategico per tutta la campagna di merge&acqusition lanciata nel 2010 (circa 23 aziende). Strategico perché abilitava tutta la parte di post integration tra tutti i sistemi IT delle aziende acquisite”, così Fabio Invernizzi, Sales Director EMEA South di Dell Boomi, ha illustrato la genesi dell’azienda mostrando come Dell, che poi nel 2016 acquisirà EMC dando vita a DellEMC, abbia sperimentato questa tecnologia prima di tutto su se stessa e come questa abbia rappresentato uno strumento vitale, a giudicare dalle parole dello stesso Michel Dell, riportate da Invernizzi: “Senza l’aiuto di Dell Boomi l’integrazione tra Dell e EMC sarebbe stata praticamente impossibile nei tempi, modi, costi e successo che abbiamo ottenuto”.

Fabio Invernizzi, Sales Director EMEA South di Dell Boomi

“Dell Boomi è un abilitatore del cambiamento con la mission di soddisfare le richieste in termini di tempo, governance e abbassamento dei rischi in progetti di digital transformation”, ha quindi affermato il top manager che ha illustrato una serie di casi d’uso italiani per i quali rimandiamo all’articolo Dell Boomi: casi concreti di integrazione applicativa in aziende italiane.

A Paolo Fabbri, Sales Italy di Dell Boomi, il compito di presentare più nel dettaglio come funziona la piattaforma. “I fattori differenzianti per affrontare la trasformazione digitale sono i tempi e le competenze. Se partiamo da una realtà on premise che deve combinarsi con il nuovo paradigma dell’hybrid, quindi del cloud e di piattaforme cloud diverse, la velocità con la quale sono in grado di sfruttarne le opportunità è vitale perché il business è sempre più veloce e vuole le risposte nei suoi tempi. Nel contempo devo avere le competenze per effettuare questa transizione. Altrimenti il progetto è fallimentare”, introduce il manager.

Paolo Fabbri, Sales Italy di Dell Boomi

Ricordando che Boomi nasce quando il cloud inizia ad affacciarsi come modello di fruizione delle risorse, Fabbri spiega come il fattore differenziante sia stato quello di “avere pensato a una piattaforma unificata che avesse tutti gli strumenti per consentire l’integrazione sia dei dati sia dei processi. Quindi i nostri clienti si trovavano a poter effettuare, con la stessa piattaforma, sia data integration sia business process integration a differenza dall’on premise dove questo avveniva con strumenti diversi. Il tutto utilizzando le stesse persone”, risolvendo quindi anche parzialmente il problema delle competenze.

Se però nei primi anni 2000 quelli che si dovevano affrontare, e quindi automatizzare e gestire, erano processi consolidati, oggi vi è un grande cambiamento da questo punto di vista: per far fronte al paradigma della digital transformation, l’organizzazione è fluida e i processi vengono continuamente rimodellati.

“Il vero problema che ha un’azienda che affronta un modello ibrido è capire come portare il proprio background tecnologico nel nuovo paradigma architetturale del cloud. Con la tecnologia Dell Boomi (figura 6) è possibile unire il mondo tradizionale, attraverso connettori predefiniti, per integrare le soluzioni di mercato e, nel contempo, attraverso API, integrare soluzioni customizzate. Dell Boomi ha sempre utilizzato le API per fare integrazione ibrida in modo da capitalizzare gli investimenti fatti”, ha specificato Fabbri, ricordando come l’altro aspetto importante nell’integrazione sia quello che riguarda i dati: “La combinazione delle esigenze di business con quelle di rispetto delle normative, per esempio, ha fatto nascere silos informativi per il controllo del dato con soluzioni che indirizzano la security da un lato e altre dirette alla data integration. Salvo poi sviluppare progetti per integrare le due”. L’integrazione nativa del dato è invece uno dei pilastri della piattaforma Dell Boomi che, attraverso Flow, consente poi di orchestrare anche i processi.

Figura 6 – La piattaforma Dell Boomi

Per approfondire ulteriormente le caratteristiche della piattaforma, consigliamo la lettura dell’articolo Dell Boomi: l’iPaaS che abilita l’innovazione

Il dibattito: come una piattaforma iPaaS risponde alle esigenze di interazione

Al termine dell’intervento di Fabbri si è aperto il dibattito tra i partecipanti alla Tavola Rotonda. “Nei confronti che abbiamo avuto nei giorni scorsi con alcuni dei CIO presenti anche questa sera, quello che è emerso è ben rappresentato nella frase ‘un’esperienza di integrazione è un’esperienza di sofferenza’. E allora – chiede subito Uberti Foppa aprendo il dibattito – partiamo dalle vostre esperienze per capire realmente quali sono le problematiche principali che vi trovate ad affrontare”.

Massimo Pernigotti, CIO di Edison

Il primo a rispondere è Massimo Pernigotti, CIO di Edison: “I problemi che ci troviamo ad affrontare tutti i giorni sono quelli di una realtà più che centenaria con, di conseguenza, una stratificazione importante all’interno dell’azienda di applicazioni, ma anche di strumenti di integrazione. Nel frattempo però l’azienda va avanti con nuovi sviluppi; noi siamo sicuramente cloud first, ma tutto quello che viene realizzato deve ovviamente integrarsi con l’esistente, compresi gli strumenti, vecchi e nuovi, di integrazione”. Una delle problematiche che solleva Pernigotti riguarda proprio questi ultimi: “Anche in questo caso abbiamo soluzioni acquisite anni fa e strumenti più recenti, per ciascuno dei quali vengono rilasciate nuove release che richiedono una verifica sulle integrazioni effettuate con quello strumento. Se è vero che l’integrazione è una sofferenza, mi piacerebbe avere uno strumento che mi faccia soffrire meno, che evolva senza impatti sulle integrazioni già effettuate, per esempio”.

Una prima risposta al problema sollevato viene da Mainetti: “Il tema è sempre quello di poter governare le proprie scelte architetturali in presenza di un business che chiede di andare veloci con nuove soluzioni. Al momento, per non avere un blocco critico [o mancando l’obiettivo di dare una risposta alle esigenze del business o perdendo la governance con inevitabili impatti sulla sicurezza, le performance ecc. ndr], quello che mi sento di dire è di coinvolgere sempre più il business anche su questi aspetti; per farlo bisogna dotarsi di strumenti che favoriscano l’approccio visuale nel disegno dei workflow, in modo che sia facilmente accessibile anche al business, e che supporti il più possibile gli standard di cooperazione e l’API management che oggi rappresenta una porta fondamentale sul web. Quindi pluralità delle metodologie di integrazione e semplicità d’uso sono caratteristiche fondamentali di uno strumento di integrazione senza dimenticare le metodologie di gestione del dato”.

“La piattaforma Dell Boomi – aggiunge Invernizzi – va proprio a coprire tanti tipi di integrazione, utilizzando connettori e la gestione delle API, ma anche coprendo tutte le nuove tecnologie che man mano vengono implementate. Investiamo circa il 20-25% sullo sviluppo della piattaforma. Per esempio abbiamo già la possibilità di connettere e integrare blockchain e stiamo lavorando su quella che Gartner definisce citizen integration [la possibilità per alcuni utenti business(o consumer) di occuparsi essi stessi dell’integrazione di alcune applicazioni, già fruite in cloud ndr]”

Aldo Chiaradia, CTO di Fluida

Aldo Chiaradia, CTO di Fluida (piattaforma HR mobile by design), dopo avere evidenziato le positive esperienze avute con la piattaforma Dell Boomi, sottolinea un aspetto importante: “Posto che comunque bisogna sviluppare nuovo software, ci si può dotare di uno strumento che consenta di velocizzare questo sviluppo per poi integrare il nuovo software nell’architettura applicativa aziendale: un vero e proprio gioiello da questo punto di vista è Cloud Foundry [PaaS open source che fa sempre parte della galassia Dell ndr]. L’utilizzo combinato di una Paas come questa con soluzioni come Dell Boomi rappresenta un’ottima soluzione per quelle realtà che hanno uno sviluppo software importante”.

A questo proposito Invernizzi, ringraziando dell’endorsement, ricorda che è stata appena annunciata una nuova modalità di connessione diretta tra Cloud Foundry e Dell Boomi.

Roberto De Martin, CIO di Hyundai Italia

Roberto De Martin, CIO di Hyundai Italia, ricorda comunque che “un progetto di integrazione, come qualsiasi altro progetto IT, ha successo quando c’è un commitment forte all’interno dell’azienda che si accompagna alla capacità dell’IT di parlare la lingua del business dando risposte efficaci alle richieste. E un tema che, alla luce di questa premessa, è sicuramente importante è quello del GDPR che ha dato al business una nuova consapevolezza su come devono essere affrontati i processi e quindi sulla necessità di strumenti adeguati per governarli”.

“Oggi – sottolinea Fabbri – è impensabile non implementare processi che consentano di rispettare le normative, in particolare per quanto riguarda la gestione del dato. Spesso in azienda ci sono tanti sistemi sparsi per cui non è detto che si sappia dove si trova il dato e si rischia di non essere in grado di rispondere, per esempio, al diritto alla cancellazione. Utilizzando il nostro MDM-Master Data Management, che collega tutti i dati, indirizziamo proprio questa problematica. E poi le normative portano nuovi processi, come questo del diritto alla cancellazione, e questi processi devono essere costruiti: con la nostra piattaforma tutto questo può essere effettuato molto rapidamente”.

Mauro Murazzi, IT Director Loro Piana

Infine viene sollevato da più partecipanti il problema delle competenze: “C’è mancanza di competenze proprio sul tema dell’integrazione, non solo all’interno dell’azienda ma anche nei partner, nei system integrator”, dice Mauro Murazzi, IT Director Loro Piana, sostenuto da Alessia Mardessich, Governance ICT di Alba Leasing, che, dopo avere illustrato la complessa situazione architetturale che si trova a dover gestire, sottolinea come “il problema non sia solo tecnologico, ma soprattutto di processi e di competenze”.

Alessia Mardessich, Governance ICT di Alba Leasing
Patrizia Fabbri
Giornalista

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno.

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