digital360 awards 2026

Sovranità digitale, il 38% dei CIO ha già cambiato le scelte di acquisto IT


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La sovranità digitale comincia a incidere sulle decisioni di sourcing delle imprese italiane, come emerge dalla ricerca di Nextwork360 presentata ai Digital360 Awards. Governance dei dati e continuità del servizio sono i criteri prioritari, anche a costo di spendere di più o avere minori funzionalità

Pubblicato il 9 ott 2026

Vincenzo Zaglio

Direttore ZeroUno



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sourcing e sovranità




Il 38% dei CIO di grandi imprese italiane ha modificato almeno una decisione di sourcing ICT negli ultimi dodici mesi per aumentare il livello di sovranità digitale. Il 20% lo ha fatto una volta, il 18% in più occasioni. Un ulteriore 11% ha valutato questa possibilità, senza poi cambiare la decisione.

È uno dei risultati più significativi della ricerca presentata a Lazise, durante i Digital360 Awards 2026, da Raffaello Balocco e Andrea Rangone, professori del Politecnico di Milano e co-founder di Digital360 e Nextwork360.

L’indagine, condotta attraverso una survey su 203 CIO di grandi aziende italiane, ha analizzato quanto la sovranità digitale sia già entrata nei processi di selezione dei fornitori, quali dipendenze tecnologiche siano state individuate e quali compromessi le imprese siano disposte ad accettare.

La rilevazione, di carattere esplorativo e priva di significatività statistica, restituisce comunque alcune indicazioni interessanti.

La sovranità digitale sta cominciando a modificare il modo in cui le aziende valutano soluzioni e fornitori. Accanto a costi, funzionalità e prestazioni entrano considerazioni relative al controllo dei dati, alla continuità dei servizi e alla dipendenza da tecnologie sulle quali le imprese hanno margini di intervento limitati.

Il cambiamento è già visibile nelle decisioni. Meno avanzata, come vedremo, è la capacità di analizzare le dipendenze lungo l’intero stack tecnologico.

Sovranità digitale nel vendor rating: prima i dati, poi la continuità del servizio

La ricerca ha preso in esame quattro criteri riconducibili alla sovranità digitale, verificando quanto siano entrati nei processi di sourcing ICT e vendor rating nell’ultimo anno.

Al primo posto figurano localizzazione, governance e protezione dei dati: il 55% dei CIO dichiara che questi aspetti sono già stati formalizzati nei criteri di selezione dei fornitori (29%) oppure hanno direttamente influenzato una scelta di acquisto (26%).

Segue la continuità del servizio e il rischio di switch-off, con il 41%: nel 28% dei casi il criterio è formalizzato, mentre nel 13% ha già condizionato una decisione.

Più distanziati gli altri due fattori: la nazionalità del fornitore raggiunge il 30%, mentre il rischio di lock-in e i costi di switching si fermano al 23%.

Il dato suggerisce che le imprese stiano affrontando la sovranità digitale a partire dagli ambiti in cui hanno maturato più esperienza e dispongono di strumenti di valutazione consolidati.

La gestione dei dati, in particolare, si inserisce in un percorso avviato ben prima dell’attuale dibattito sulla sovranità tecnologica. Privacy, protezione delle informazioni e requisiti di compliance hanno già spinto le aziende a interrogarsi sulla localizzazione dei dati e sulle responsabilità dei fornitori.

Le valutazioni dei CIO trovano riscontro anche nelle priorità dei CISO. In un’indagine analoga condotta su 50 Chief Information Security Officer, localizzazione e governance dei dati raggiungono il 65%, mentre continuità del servizio e rischio di switch-off si attestano al 52%.

Le priorità risultano quindi sostanzialmente allineate, pur riflettendo responsabilità organizzative diverse.

Il prezzo della sovranità digitale: i CIO accettano costi più elevati

Quanto pesa la sovranità digitale quando entra in conflitto con i criteri tradizionali di acquisto?

La ricerca ha approfondito questo aspetto interrogando i 77 CIO che avevano dichiarato di aver modificato almeno una decisione di sourcing. Il risultato mostra che il 53% ha dovuto accettare un compromesso.

Nel dettaglio, il 37% ha sostenuto costi maggiori, mentre il 16% ha accettato funzionalità o performance inferiori. Il restante 47% dichiara di non aver dovuto affrontare trade-off.

Sono percentuali che descrivono un cambiamento significativo nel processo decisionale IT. Il criterio della sovranità può infatti prevalere, in determinate circostanze, su vantaggi economici o tecnologici offerti da altre soluzioni.

La survey non quantifica l’entità dei costi aggiuntivi, né permette di stabilire quali tipologie di soluzione abbiano richiesto i compromessi più onerosi. Evidenzia però che una parte delle imprese ha già accettato quello che viene definito un “premio di sovranità”.

Il fenomeno appare ancora più marcato tra i CISO che hanno modificato decisioni di sourcing: il 53% dichiara di aver accettato maggiori costi e il 12% minori funzionalità o performance.

Il 73% dei CIO non ha ancora analizzato le dipendenze dello stack IT

Se le decisioni di sourcing stanno cambiando, la conoscenza delle dipendenze tecnologiche appare molto meno sviluppata.

Soltanto il 27% dei CIO intervistati dichiara di aver effettuato un’analisi interna dei propri sistemi rispetto alla sovranità digitale. Il restante 73% non ha ancora condotto nessuna valutazione.

In sostanza, le imprese stanno cominciando a modificare le scelte tecnologiche, ma nella maggior parte dei casi manca ancora una mappatura strutturata delle dipendenze presenti nell’architettura IT.

L’analisi condotta sui 55 CIO che hanno effettuato la mappatura distingue nove livelli tecnologici, dall’hardware e dai data center fino alle applicazioni SaaS, alle piattaforme e ai sistemi di intelligenza artificiale.

Gli ambiti sui quali si concentrano maggiormente gli interventi pianificati o già in corso sono il cloud (33%), i dati (31%) e l’hardware/data center (31%).

Merita attenzione anche il risultato relativo all’AI e ai Large Language Model: il 67% dei CIO che hanno analizzato questo livello segnala una dipendenza identificata, ma soltanto il 16% dichiara interventi pianificati o in corso.

L’assenza di problemi percepiti (soprattutto su hardware, networking e orchestrazione) può dipendere dal fatto che un intervento sulla sovranità non viene ritenuto in grado di produrre effetti pratici significativi. Mentre sui dati esiste una consapevolezza consolidata, su altre componenti tecnologiche il margine di azione può essere più ridotto.

Sovranità digitale, il ruolo dei vertici aziendali e della regolamentazione europea

L’evoluzione delle scelte di acquisto avviene mentre la sovranità digitale comincia a ottenere attenzione anche ai livelli più alti delle organizzazioni.

Il 44% dei CIO intervistati attribuisce al tema un interesse medio-alto da parte del vertice aziendale o del Consiglio di Amministrazione. Tra i CISO la percentuale sale al 55%.

Il coinvolgimento del management è destinato a pesare soprattutto quando le scelte di sovranità richiedono investimenti aggiuntivi, modifiche architetturali o rinunce ad alcune funzionalità.

La ricerca evidenzia tuttavia i limiti dell’azione delle singole imprese. Il 53% dei CIO ritiene opportuno un intervento legislativo per imporre azioni a favore della sovranità digitale europea. Tra i CISO la quota raggiunge il 63%.

La richiesta si inserisce in un percorso che le istituzioni europee stanno cercando di rendere più concreto.

Il 3 giugno 2026 la Commissione europea ha presentato il pacchetto sulla sovranità tecnologica, comprendente due proposte legislative, il Chips Act 2.0 e il Cloud and AI Development Act, oltre alla strategia europea sull’open source e a una tabella di marcia per la digitalizzazione e l’AI nel settore energetico.

Tra gli obiettivi della proposta di Cloud and AI Development Act figura l’introduzione di un quadro comune europeo per valutare la sovranità delle soluzioni cloud e AI. Un’impostazione che potrebbe contribuire, qualora il percorso normativo trovi attuazione, a rendere più omogenee le valutazioni dei fornitori.

Un precedente concreto arriva proprio dal procurement europeo. Nell’aprile 2026 la Commissione ha siglato quattro contratti paralleli che consentono alle istituzioni e agli organismi dell’UE di acquistare servizi di cloud sovrano per un valore complessivo massimo di 180 milioni di euro in sei anni. Per questa valutazione la Commissione ha utilizzato un Cloud Sovereignty Framework basato, tra l’altro, su 48 criteri distribuiti in otto categorie, che comprendono aspetti giuridici, tecnologici, operativi e di supply chain.

È un esempio di come il concetto di sovranità possa essere tradotto in parametri utilizzabili negli acquisti, superando valutazioni generiche sull’origine geografica delle tecnologie.

Resta naturalmente da capire quanto questi approcci potranno essere adottati anche dalle imprese private e quali alternative il mercato sarà in grado di offrire.

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