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La rivoluzione consumer degli oggetti intelligenti e interconnessi

pittogramma Zerouno

La rivoluzione consumer degli oggetti intelligenti e interconnessi

23 Set 2015

di Elisabetta Bevilacqua

È ormai opinione condivisa che il mondo consumer guidi la digitalizzazione anche in quello aziendale. Osservare dunque la diffusione dei nuovi “gadget” tecnologici e dei nuovi modelli di distribuzione con cui questi prodotti arriveranno agli utenti finali è utile per prevedere le influenze sulle aziende. Per cogliere queste tendenze abbiamo preso spunto da Distree Emea, un evento svoltosi qualche mese fa a Montecarlo, rivolto al settore della distribuzione di prodotti e soluzioni elettroniche e digitali per il consumer. Questo settore è a sua volta in grande fermento sotto la spinta delle nuove generazioni di prodotti, dell’affermarsi dei nuovi canali Internet e della mobility che accompagna il consumatore in ogni momento, cambiando le sue abitudini di acquisto

Wearable e Iot sono i principali oggetti ai quali guardare per comprendere come stanno cambiando le esperienze personali fuori e dentro le case, che a loro volta stanno diventando sempre più intelligenti e interconnesse.

Parlando di wearable, il primo oggetto a cui si pensa è lo smartwatch, ma in realtà per ora gli oggetti intelligenti personali più diffusi sono gli health & fitness traker da più tempo sul mercato. A fine 2014, la somma dei computer da polso a supporto dello sport e i tracker rappresentavano l’84% del mercato, secondo dati presentati da GfK in occasione di Distree Emea 2015, un’indagine internazionale sulla propensione all’utilizzo di questi dispositivi. È interessante notare che le persone intervistate non colgono ancora le potenzialità degli smartwatch (in grado di fungere da lettore MP3, connettersi a Internet, visualizzare messaggi ed email ricevuti e di avviare e ricevere telefonate), ma li considerano activity tracker con funzionalità limitate alla misurazione delle attività fisico-sportive. Per quanto riguarda le aspettative, il 67% vorrebbe controllare gli smartwatch attraverso schermo touch, mentre solo il 24% vorrebbe utilizzare comandi vocali e il 65% degli utenti tecnologicamente avanzati vorrebbe un dispositivo indipendente dallo smartphone con una propria Sim (attualmente questi oggetti per collegarsi a Internet devono connettersi con uno smartphone).

Per quanto riguarda altri oggetti “intelligenti” indossabili, il 73% degli intervistati ha dichiarato di essere interessato ad abiti, gioielli, braccialetti e scarpe con tracker integrati. “Man mano che le persone sono circondate dalla tecnologia, gli wearable device assumono maggiore rilevanza”, ha sostenuto Carolin Weinmann, Marketing Director, GfK Retail & Technology, che ha sottolineato come “un ulteriore impulso verrà dalla diffusione di IoT, in particolare, in ambito domestico”. Secondo le analisi GfK, i consumatori vorrebbero interagire, attraverso gli wearable, con le case intelligenti (49%) e con le auto (47%), con la Tv (47%) e con il Pc (39%). L’evoluzione dell’Internet of Things porterà a impiegare i wearable per la memorizzazione di parametri sanitari (46%), gli abbonamenti ai mezzi pubblici (46%), l’identificazione sicura (45%), i sistemi di pagamento (38%).

E una volta che le persone si saranno abituate a queste interazioni, sostengono in Gfk, vorranno utilizzare questi apparati anche sul posto di lavoro.

La casa intelligente

Figura 1 – L’ecosistema digitale connesso – fonte: GFK Insight 

Il concetto di casa intelligente non è certo nuovo; sono decenni che si parla di building automation, ma l’evoluzione tecnologica e alcuni aspetti demografici daranno impulso alla sua affermazione. Per la smart home si prevede un mercato globale da 100 miliardi di dollari nel 2018, secondo una previsione riportata da John Olsen, Managing Director, Euronics International, che sta attrezzandosi a rispondere nei propri negozi con prodotti e servizi per questo mercato.

“I dispositivi connessi sono l’elemento centrale per la messa a punto di un eco-sistema digitale interconnesso”, ha sostenuto Tanja Auras, Marketing Director IT Emea GfK (figura 1).

“Il vero punto di svolta per l’accelerazione della smart home è la diffusione del wi-fi e degli smartphone, ciò che mancava nel passato per consentire davvero agli oggetti di dialogare fra loro”, ha aggiunto Luigi Salmoiraghi, Sales & Marketing Director Southern Europe & UKI, D-Link, presente nel settore smarthome da anni con l’offerta di sistemi per la sicurezza.

Il principale ostacolo per la diffusione della smart home è però la scarsa conoscenza delle sue potenzialità da parte dei destinatari: solo il 72% ne ha sentito parlare, secondo le indagini GfK. Chi ne sa qualcosa è interessato soprattutto a funzionalità per il controllo dell’energia (84%), l’uso della Tv come information hub (67%), il controllo remoto di elettrodomestici e dispositivi (67%), il controllo di parametri sanitari (64%), ma un numero assai più ridotto è disposto a pagare per queste funzionalità.

Oltre a superare le sfide tecnologiche della sicurezza e della definizione di standard (indispensabili per garantire una reale interconnessione tra i singoli oggetti oltre che di ciascun oggetto con Internet), è necessario ridurre i costi aumentando il mercato per superare la fase attuale degli early adopter; ma per farlo vanno proposti adeguati modelli di vendita.

Benoit van den Bulcke, Director, French Federation of Home Automation (FFD) suggerisce per esempio una logica one-shop-stop per la componente hardware, software e servizi di installazione e integrazione, con un modello di servizio di solution as a service a costi competitivi (20-30 euro al mese).

Nuovi modelli di vendita

Figura 2 – Esempio di negozio digitalizzato – fonte: presentazione Darty, Distree Emea 2015

L’affermazione di nuovi modelli di vendita e di relazione, che tengano conto delle esigenze dei clienti che richiedono modalità sempre più interattive, è la chiave di volta per la diffusione di tutti i prodotti digitali di nuova generazione. Indispensabile per fermare il declino della vendita al dettaglio: negli ultimi 15 anni hanno chiuso nell’Europa Occidentale 25mila punti vendita tradizionali.

Un esempio di store 2.0 è dato della catena di negozi Lick, specializzata in wearable e dispositivi connessi di ogni tipo, che vede il negozio anche come punto di incontro fra clienti con interessi comuni, attirati non solo dal prezzo: “Abbiamo reinventato il modo di vendere anche con l’obiettivo di attrarre i giovani. Da noi è possibile trovare prodotti di cui non si conosce neppure l’esistenza; l’assistenza inoltre non è demandata a tradizionali persone di staff, ma a veri e propri coacher che supportano il cliente nella sperimentazione dei prodotti”, ha detto il Ceo & Founder Stephane Bohbot.

Ma anche i protagonisti della grande distribuzione si stanno riorganizzando. Auchan, per esempio, ha lanciato due linee di prodotti intelligenti garantiti dal proprio marchio Selecline (elettrodomestici) e Qilive (prodotti digitali), come ha ricordato l’Head of Non-Food Buying, Flavien Dhellemmes.

Ci sono nuove categorie emergenti di negozi: accanto ai Click and collect, compri on line e ritiri quando vuoi nel punto più vicino, ci sono i Pop up shop, negozi temporanei, Box park, un camion dove aprire rapidamente negozi mobili. Caratteristica comune è l’essere dotati di tecnologie che consentono di protrarre nel negozio fisico l’esperienza di acquisto maturata sull’online (dai totem che consentono di verificare la disponibilità di taglie e modelli diversi ai camerini di prova intelligenti per comunicare con il personale). Li elenca Vincent Slevin, Head of European Retail Industry Strategy European Business Development Group, Samsung Electronics Europe, che ricorda le soluzioni della sua azienda per creare ambienti di vendita coinvolgenti e interattivi: “Oggi conta più l’esperienza di acquisto che il prodotto”, ha precisato, mentre per Yves Berger, Country Manager di Navstar, distributore olandese di prodotti digitali “l’obiettivo è portare nello store l’esperienza che i clienti sono abituati a vivere nell’online”.

In conclusione è ancora presto per comprendere quali dei nuovi prodotti digitali potranno arrivare alla popolarità degli smartphone, ma è indubbio che quanto abbiamo visto fino ad ora è solo l’inizio di una rivoluzione digitale che modificherà profondamente abitudini personali e di acquisto, con ripercussioni sulle modalità di proporre anche i prodotti più tradizionali. 

 


Il grande “Woz” e l’IoT per la gente

Steve Wozniak, Cofondatore di Apple

Steve Wozniak è un personaggio che non ha bisogno di presentazioni. Cofondatore della Apple e anima tecnologica della stessa (Jobs era il ‘visionario’, ma era “Woz” che faceva il lavoro) è stato ed è tuttora un’icona della Silicon Valley. Lasciato, ma non dimenticato, il mondo dell’informatica, da trent’anni svolge attività filantropiche, specie rivolte ai giovani, ed è in questa veste che Ptc l’ha invitato a Boston: per premiare i team vincitori dello IoT Hackathon, concorso per soluzioni Iot-based intese ad aiutare la gente. Nelle tre classi, smart cities, smart agriculture e blind people, Wozniak ha premiato, rispettivamente, un sistema che dice alla gente che fare e dove andare in caso di calamità; uno che regola l’irrigazione sulle previsioni meteo e sul Ph del terreno e uno che guida i ciechi tramite sensori ai semafori, ai cartelli stradali e così via. (G.C.B.)

 

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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