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I manager italiani credono nell’innovazione, ma con prudenza

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I manager italiani credono nell’innovazione, ma con prudenza

31 Mar 2015

di Elisabetta Bevilacqua

I dirigenti italiani si distinguono per la buona conoscenza degli strumenti che, come i big data e l’industrial internet, possono abilitare l’innovazione all’interno delle aziende. Ma, nel confronto con i loro colleghi di altri paesi, si mostrano più scettici sui benefici per la società, più pessimisti sull’ambiente che a livello Paese dovrebbe favorirla e preoccupati dell’inerzia interna e dell’adeguatezza dei modelli organizzativi aziendali. Sono queste alcune delle informazioni evidenziate dall’ultima edizione del GE Global Innovation Barometer

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Il 90% dei dirigenti italiani ritiene che l’innovazione stia assumendo una portata sempre più globale e che l’integrazione di talenti, idee, conoscenze e risorse in tutto il mondo rappresenti l’unica strada per un’innovazione di successo. I nostri manager ritengono anche che valga la pena correre i rischi connessi alla collaborazione (per esempio la violazione della proprietà intellettuale) se si desidera innovare con successo (87% rispetto alla media globale del 77%).

Nonostante questo sfoggio di fiducia, si mostrano scettici verso le ricadute sociali dell’innovazione. Solo il 50% dei manager nostrani ritiene infatti che oggi le persone vivano meglio di 10 anni fa per effetto dell’innovazione, dato molto inferiore rispetto alla media globale (80%) e il 45% ritiene che ulteriori passi sulla strada della tecnologia possano aumentare le diseguaglianze sociali. È quanto emerge dall’ultima edizione del GE Global Innovation Barometer, che mette a confronto le opinioni di 3000 manager senior (di cui 100 italiani) di 26 paesi, attivamente coinvolti nella gestione della strategia di innovazione delle rispettive imprese.

FIGURA 1 – L’inerzia interna è considerata una sfida per molti paesi fra cui l’Italia. Fonte: GE Global Innovation Barometer
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Big data e industrial Internet per innovare in collaborazione con i partner
I top manager nostrani sembrano sentirsi più a proprio agio quando rivolgono lo sguardo all’interno. Crede nelle potenzialità derivanti dall’uso dei big data il 61% dei manager italiani, contro il 53% della media globale. Il 30% di loro (la media mondiale è del 25%) ritiene che la propria impresa sia preparata a coglierne le potenzialità, anche se un quarto afferma di non aver aumentato, nell’ultimo anno, la propria capacità di analisi di grandi moli di dati. I manager del nostro paese sono anche consapevoli delle potenzialità dell’Industrial Internet, termine con cui GE si riferisce all’integrazione fra macchine, sensori e software, basata su apprendimento automatico, big data, IoT, comunicazione M2M. Il 57% degli intervistati italiani (contro la media globale del 49%), ritiene che avrà un impatto positivo sul mercato del lavoro, mentre solo il 37% afferma di non averne mai sentito parlare, dato inferiore rispetto alla media globale del 44%. Tuttavia non considerano l’Industrial Internet una nuova rivoluzione industriale: solo il 36% la ritiene tale, contro il 52% della media.
Per attuare un’innovazione efficace i dirigenti italiani sono convinti della necessità di individuare i migliori partner esterni e operare in collaborazione con loro (78%), mentre il 73% ritiene che vada stanziato e garantito un budget specifico per le attività di innovazione.
Sì alla creatività ma senza perdere d’occhio il core business
Le aziende dovrebbero incoraggiare i comportamenti creativi e i processi di trasformazione all’interno dell’azienda, per un’innovazione di successo; lo pensa il 66% dei dirigenti italiani in linea con la media globale del 64%. Il 76% (superiore alla media ferma al 67%) indica come fattore di successo per l’innovazione la capacità delle imprese di adattare e implementare rapidamente le tecnologie emergenti e considera l’inerzia interna (66% contro la media del 57%) un ostacolo per il successo dell’innovazione. Il 76% dei dirigenti ritiene tuttavia che, quando si innova, sia al tempo stesso indispensabile tutelare il più possibile la redditività del core business per poter sostenere la ricerca e l’innovazione.

FIGURA 2 – Alcuni paesi, fra cui l’Italia, esprimono la necessità di un nuovo modello di business per realizzare un’innovazione di successo – fonte: GE Global Innovation Barometer
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L’innovazione arriva dalle Pmi e dalle nuove imprese
Una percentuale molto superiore di manager italiani rispetto ai loro colleghi a livello internazionale (60% contro 41%) ritiene che i maggiori stimoli all’innovazione nel nostro paese provengano dalle realtà più piccole e destrutturate: dalle startup e dagli individui (35%), dalle Pmi (circa il 25%). Il 15% ritiene che l’innovazione sia trainata dalle multinazionali e solo il 9% dalle grandi aziende nazionali.
In generale, l’85% degli executive dell’innovazione a livello globale concorda sul fatto che la collaborazione con le startup e gli imprenditori guiderà l’innovazione di successo nel futuro. Tuttavia solo il 46% dei nostri manager di dichiara preparato alla collaborazione esterna (contro il 64% della media globale) e solo il 48% (contro la media del 59%) di aver già abbracciato l’open innovation. Infine solo il 16% (contro il 34%) ricorre già al crowdsourcing. Il 73% (contro la media del 60% in cui si colloca ad esempio la Germania) esprime la difficoltà di definire un modello di business efficace per supportare nuove idee e renderle redditizie.
L’Italia funziona meglio vista da lontano
Più in generale il peggior nemico dell’innovazione è considerato (per il 41%) la carenza di investimenti e di sostegno finanziario (contro la media del 23%).
Il giudizio più pesante riguarda l’intervento pubblico. Alla potenzialità di innovazione assegnata alle Pmi non corrisponde un adeguato supporto del Sistema Paese; lo pensa il 92% dei dirigenti italiani, contro una media globale del 61% dei manager degli altri paesi. Più in generale, solo il 9% dei dirigenti italiani ritiene che il Governo e le istituzioni pubbliche stiano supportando in modo efficiente i processi di innovazione e stanzino una quota adeguata del proprio budget a supporto delle aziende innovative. È la percentuale più bassa fra tutti i paesi coinvolti nel sondaggio, che raggiunge una quota pari al 48% per i manager nordamericani, il 42% per tedeschi, con picchi del 77% per i cinesi e dell’83% per i manager di Singapore.

FIGURA 3 – Coerenza fra reputazione e performance effettiva dei paesi nel campo dell’innovazione – Fonte: GE Global Innovation Barometer
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Colpisce infine il fatto che quanto facendo l’Italia per l’innovazione sia valutato in modo più positivo da parte dei manager degli altri paesi che dagli italiani: mentre il 41% dei dirigenti a livello globale ritiene che l’Italia abbia sviluppato l’anno scorso un contesto favorevole all’innovazione solo il 27% degli intervistati italiani ha questa opinione.
Non è forse un caso che i Paesi sul podio dell’innovazione, come Usa, Germania e Giappone siano quelli i cui manager hanno un’alta percezione di quanto il proprio paese sta facendo, di fatto superiore al dato reale. Secondo l’Insead Innovation Index gli Usa si collocherebbero in terza posizione, la Germania in settima e il Giappone in decima (vedi figura 3).

Giuste dunque le critiche che portano a suggerimenti come la necessità di semplificare la burocrazia a favore delle aziende intenzionate ad accedere a finanziamenti e incentivi stanziati per l’innovazione (come sostiene l’89% dei manager italiani) o quello di fornire sovvenzioni e titoli preferenziali alle aziende che desiderano introdurre sul proprio mercato soluzioni innovative.
Ma forse anche guardare il futuro con maggiore ottimismo potrebbe essere un viatico per provare a superare i vincoli esterni e interni all’azienda che frenano l’innovazione.

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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