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Digital Markets Act in arrivo: mercato aperto e sicuro

Con tutti i suoi audaci e inediti “non”, entro un anno dovrebbe entrare in vigore la legge con cui l’Unione Europea mette dei paletti al potere delle piattaforme digitali ritenute “controllori del mercato”: i gatekeeper. Il Digital Markets Act proibirà, ad esempio, l’esclusiva sull’uso di dati accumulati, il loro sfruttamento a fini pubblicitari senza consenso, l’imposizione delle proprie applicazioni sui vari device. Cittadini più liberi di gestire dati, software e servizi, mercato più competitivo, libero e innovativo. Resta però il timore che, regolando le big tech, si finisca anche per inibire la nascita di nuovi leader europei del mercato.

Pubblicato il 17 Mag 2022

Digital Markets Act

La sfida ufficiale del Digital Market Act (DMA) è quella di creare uno spazio digitale più sicuro e aperto. Dietro a questo “payoff”, si nasconde una vera sfida per l’Europa. Individuare quel sottile confine tra lecito e non, e tradurlo in una norma inattaccabile che imponga regole di libera competizione e rispetto degli utenti a chi domina il mercato delle piattaforme digitali.

Il DMA, assieme al “gemello” DSA (Digital Services Act), costituisce il pacchetto con cui l’UE vuole garantire protezione dei diritti sui dati agli utenti e parità di condizioni nella corsa all’innovazione a tutti i player del settore. Nel periodo della presidenza francese si è arrivati ad un testo che ridisegnerà l’intero mondo digitale e l’entrata in vigore è prevista a ottobre 2022, dopo gli ultimi opportuni passaggi di approvazione. Il percorso finora è stato molto complesso. Oltre alle tensioni interne, infatti, non sono mancate quelle con le big direttamente colpite da restrizioni e con lo stesso governo degli Stati Uniti. Da oltreoceano però, si registra anche una certa curiosità. Come per il GDPR, politici e legislatori USA potranno prendere spunto dalle mosse di un’Europa ancora una volta pioniera nel legiferare su un tema delicato e di grande interesse.

Identikit e obblighi per regolare il potere dei gatekeeper

Il Digital Market Act intende eliminare tutti quei comportamenti anticoncorrenziali messi in atto da alcune aziende tecnologiche – definite gatekeeper – sfruttando le loro posizioni consolidate e le loro dimensioni. L‘esclusione dal mercato di altre realtà meno “potenti” avrebbe infatti prodotto finora un blocco dell’innovazione e prezzi più alti per i consumatori.

Dopo anni di interventi “a cose fatte”, con politiche antitrust o di concorrenza inadeguate, per la prima volta l’UE gioca d’anticipo, regolamentando il potere dei “gatekeeper” con obblighi ex ante e sanzioni ex post.

Trattandosi di misure drastiche e impattanti sul business, decidere chi deve sottostarvi ed esprimerlo senza lasciare spazio a equivoci e iniquità è stato complesso. Le aziende che rientrano nelle soglie indicate dell’Unione Europea devono auto segnalarsi entro due mesi, ma la Commissione potrà muoversi autonomamente per individuare quelle che ritiene interessate dal regolamento.

Le tre qualitative fanno riferimento a un “impatto significativo” sul mercato, a un servizio che sia un “gateway imprese-utenti importante” e a una posizione “consolidata e durevole nello scenario di riferimento”. Non hanno destato particolari critiche, più discusse sono state invece quelle quantitative su parametri di valutazione delicati:

  • 3 come numero minimo di stati membri dell’UE in cui il servizio deve essere fornito
  • 7,5 miliardi di euro la soglia minima del fatturato annuo in Europa negli ultimi tre anni finanziari o 75 miliardi di euro quella della capitalizzazione di mercato nell’ultimo anno finanziario
  • 45 milioni come numero di utenti finali attivi mensili e 10.000 quello degli utenti commerciali attivi annuali all’interno dell’UE.

Individuati i gatekeeper, il DMA rivolge loro delle specifiche richieste per porre le basi di future azioni antitrust efficaci

  • Interoperabilità. Servizi di terze parti potranno lavorare con le piattaforme dei gatekeeper anche se simili a quelli da loro stessi erogati
  • Diritto di disinstallare. La scelta di servizi deve diventare libera e non condizionata da opzioni precaricate, impossibili da sostituire
  • Accesso ai dati. Le aziende dovrebbero essere in grado di accedere ai dati che generano per piattaforme più grandi
  • Trasparenza pubblicitaria. I risultati di una pubblicità su una piattaforma devono poter essere verificabili in piena autonomia da chi l’ha comprata
  • La fine dell’auto-preferenza. I primi posti dell’elenco prodotti in piattaforma non devono essere di default riservati ai prodotti della stessa
  • Requisiti dell’app store. Chi sviluppa app non deve essere obbligato a utilizzare determinati servizi per vederle elencate in uno store

Il percorso del DMA: ritocchi e discussioni alla ricerca del compromesso perfetto

Queste nuove regole del gioco europee sono il frutto di una multipla negoziazione con i governi nazionali durata circa tre mesi. Vi si è giunti dopo l’approvazione in Parlamento di fine 2021 che ha lasciato il segno in diversi passaggi, quelli che presumibilmente avranno un effetto disruptive dal prossimo autunno in poi.

Regole anche per browser, virtual assistant e smart TV

Il primo intervento del Parlamento ha allargato il bacino dei servizi di piattaforma di base da regolamentare. Ritenendo potenzialmente in grado di realizzare condotte anticoncorrenziali anche browser web, assistenti virtuali e TV connessa, li ha aggiunti all’elenco della Commissione Europea (che include social network, motori di ricerca, sistemi operativi, servizi online di pubblicità e cloud computing).

Trattativa sul fatturato per ipotesi di strumentalizzazioni

Le soglie quantitative per identificare i gatekeeper hanno portato a confronti accesi. “Giocando” con le cifre, soprattutto di fatturato e capitalizzazione, si potrebbe anche agire in modo mirato contro le big tech americane a priori. I tentativi non sono mancati e, prima di raggiungere il compromesso finale, c’è stata una trattativa tra i 10 e 100 miliardi di euro proposti da alcuni parlamentari e i 6,5 e 65 decisi dalla Commissione.

No alle acquisizioni killer per “rubare” innovazione

Un altro passaggio cruciale per il DMA ha riguardato le acquisizioni da parte dei gatekeeper. L’idea di regolamentarle risponde al timore che essi le utilizzino per impossessarsi di idee e competenze di potenziali concorrenti futuri. Questo costituirebbe una violazione delle condizioni di libera concorrenza e parità stabilite nel DMA.

La forbice delle sanzioni

Anche sulle multe riservate ai gatekeeper inadempienti sono state oggetto di discussione in Parlamento. La percentuale fissa decisa dalla Commissione, il 10% del fatturato totale nell’anno finanziario precedente, diventa una soglia massima ma raddoppia in caso di violazioni ripetute.

Scoraggiare le big europee del futuro: il rischio nascosto nel DMA

Il 16 maggio la Commissione per il mercato interno del Parlamento ha approvato l’accordo provvisorio raggiunto con i governi dell’UE con 43 voti a favore, uno contrario e un’astensione, quello sulla proposta gemella (Digital Services Act) era già stato raggiunto il 23 aprile 2022. Ora verranno entrambi sottoposti al voto finale del Parlamento a luglio per poi essere formalmente adottati dal Consiglio e pubblicate nella Gazzetta ufficiale dell’UE. Il regolamento DMA entrerà in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione e le disposizioni inizieranno ad essere applicate sei mesi dopo. Il testo deve quindi essere ancora finalizzato, controllato e approvato dal Parlamento ma sembra confermata la presenza di alcune “spade di Damocle sulla testa dei gatekeeper”.

Più che le sanzioni, a preoccupare Apple, Facebook e Google è il passaggio sull’interoperabilità. Rappresenta in effetti un cambio di rotta epocale: renderebbe possibile raggiungere un servizio iCloud Apple con un’app Android o fare una videochiamata Google Duo a un utente WhatsApp.

Se questo tema “pesta i piedi” solo ai giganti statunitensi, lo scenario digitale che emerge dal DMA suscita invece perplessità anche tra gli analisti indipendenti. Alcuni prevedono effetti collaterali deleteri per l’intera economia. Nell’immediato si potrebbe assistere ad un aumento dei prezzi dei servizi derivante dal ribaltamento sugli utenti finali dei costi di conformità a carico dei gatekeeper (stimati pari a 1,41 milioni di euro all’anno, per piattaforma).

Più a lungo termine, uno spazio digitale più sicuro e aperto potrebbe provocare distorsioni del mercato se si cede a semplificazioni limitando i gatekeeper a priori. Questo renderebbe la norma una presa di posizione europea “anti-big player” che potrebbe creare tensioni con gli USA ma, soprattutto, finire per frenare la crescita del mercato di piattaforme digitali anche europee. Se diventare “big” in Europa non conviene, in altre parole, molte organizzazioni non lo diventeranno mai o lo diventeranno altrove.

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