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Cina, la nuova frontiera digitale

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Prospettive

Cina, la nuova frontiera digitale

17 Lug 2018

di Elisabetta Bevilacqua

Finora abbiamo guardato a Occidente per intravedere le evoluzioni tecnologiche e dei comportamenti sociali emergenti. È ora di cominciare a volgere lo sguardo anche a Oriente, dove la Cina, oltre a essere il più grande mercato di sbocco potenziale per i nostri prodotti e servizi, svolge e sempre più svolgerà un ruolo strategico come laboratorio del nostro futuro digitale da cui sono destinati a emergere nuovi modelli di tecnologia, di business e di consumo.

La Cina, come evidenziano alcune analisi McKinsey [1], sta raggiungendo nuovi traguardi nel campo dell’innovazione digitale: è nelle prime 3 posizioni negli investimenti in tecnologie digitali strategiche come: realtà virtuale, veicoli a guida autonoma, stampa 3D, robotica, droni e intelligenza artificiale. La Cina già oggi concentra il maggior valore di transazioni di e-commerce (era l’1% un decennio fa) e la maggior quantità di pagamenti mobile (11 volte quella degli Usa). Con un terzo dei cosiddetti unicorni (le startup valutate oltre un milione di dollari), la Cina è al primo posto anche in questo ambito, concentrando il 43% del valore di queste aziende.

Completa il quadro, la presenza di almeno tre giganti di Internet con capacità globali, come Alibaba, Baidu e Tencent (tutte in ambito e-commerce, battezzate nel loro insieme con BAT), che stanno creando un ecosistema multi-industriale digitale capace di toccare tutti gli aspetti della vita dei consumatori. La trasformazione digitale, incoraggiata dal governo cinese, sta già avendo un impatto profondo sull’economia interna e sembra destinata ad influire sempre di più sul panorama digitale mondiale rappresentando nei prossimi decenni la nuova frontiera a cui guardare.

Digitalizzazione per abilitare un nuovo modello di sviluppo

Negli ultimi tempi la strategia della Cina è diretta a modificare il proprio modello di sviluppo, basato in estrema sintesi sul basso costo del lavoro e dei capitali, che ha finora portato anche un basso livello di produttività (un quinto rispetto a quello delle economie sviluppate). Un approccio che punti a investimenti finalizzati ad aumentare la produttività potrebbe portare, secondo le analisi citate, un incremento di Pil di 5 trilioni di dollari entro il 2030 rispetto all’approccio finora tenuto.

Con questo scopo le aziende cinesi e i policy maker stanno guardando con attenzione alle prospettive di Industry 4.0, che può avere un impatto determinate per il primo Paese manifatturiero al mondo che concentra il 25% dell’attività mondiale. Con l’adozione di cyberphysical systems (sistemi informatici in grado di interagire in modo continuo con gli ambienti fisici in cui operano: domotica, smart grid ecc.), Internet of Things e cloud computing si punta a utilizzare i dati real-time per connettere i progettisti, le fabbriche intelligenti e i centri di distribuzione all’interno della catena del valore.

Un’analisi condotta da McKinsey a metà 2016 su 130 imprese cinesi ha rivelato un entusiasmo per Industry 4.0 superiore quello i altri paesi: il 76% ritiene di poterne trarre grandi vantaggi, contro il 50% della Germania, il 54% del Giappone e il 57% degli Usa. Tuttavia solo il 57% delle imprese private cinesi e il 44% di quelle pubbliche si sente preparato ad affrontare questa sfida. Ma nonostante le difficoltà, Industry 4.0 sarà uno dei pilastri del nuovo corso che punta anche sull’Intelligenza artificiale (AI).

Le grandi aziende stanno effettuando importanti investimenti in R&D e nello sviluppo di risorse e competenze nel campo dell’AI, per sfruttare la grande quantità di dati che proviene da una popolazione così vasta e largamente digitalizzata. Il governo cinese, da parte sua, sta pianificando investimenti per decine di miliardi di dollari, come evidenzia Mit Technology Review. Se, come molti segnali indicano, questo sforzo avrà successo, la Cina potrebbe emergere come il leader mondiale nell’AI e nelle applicazioni per migliorare la produttività (nel settore pubblico e privato) e creare nuovi business. Il piano del governo punta a sviluppare entro il 2020 una tecnologia AI cinese, andando a recuperare il gap esistente con la ricerca e con le applicazioni dei Paesi occidentali, di superarli entro il 2025 per creare le condizioni, entro il 2030, di una AI cinese che tutto il mondo invidierà. “Quando il governo cinese annuncia un piano di questo tipo, ci sono ripercussioni significative nel Paese e nella sua economia. È un segnale molto forte per chiunque: quanto è previsto avverrà”, dichiara Andrew Ng, un noto esperto di AI, oggi adjunct Professor alla Stanford University, in precedenza supervisore della tecnologia AI di Baidu.

Andrew Ng

Co-Founder of Coursera; Stanford CS adjunct faculty. Former head of Baidu AI Group/Google Brain

Più in generale sull’innovazione digitale, il governo cinese ha un atteggiamento che combina inazione e azione. Quando si presentano innovazioni digitali, in particolare quando si affacciano nuovi modelli di business, il governo cinese lascia che si sviluppino liberamente per intervenire solo dopo un certo periodo (se hanno avuto successo) con attività di regolamentazione, permettendo dunque agli innovatori di sperimentare liberamente e di affermarsi. D’altra parte gioca anche un ruolo attivo non solo su settori di punta come l’AI, ma anche nel creare infrastrutture di livello mondiale per supportare la digitalizzazione e svolge al tempo stesso un ruolo di stimolo come investitore, sviluppatore e cliente.

I nuovi modelli cinesi di e-commerce

Un settore in cui la Cina può considerarsi già oggi più avanti dei paesi industrializzati e capace di proporre modelli diversi da quelli occidentali, è senz’altro l’e-commerce. Nel 2017 l’e-commerce B2C cinese ha rafforzato la leadership mondiale, raggiungendo un valore da 752 miliardi di euro e un’incidenza del 35% sul mercato globale, come evidenzia l’Osservatorio Export della School of Management del Politecnico di Milano. L’aspetto più interessante viene dal modo differente (rispetto a quello occidentale) in cui si sono evoluti il mercato digitale, le piattaforme tecnologiche e i comportamenti online, rispetto ai corrispettivi occidentali, determinanti nella crescita dei consumi cinesi, come evidenzia Boston Consulting Group nella figura che rileva i principali fattori di crescita dei consumi in Cina: la crescita della classe medio-alta, l’aumento del reddito familiare, i comportamenti di acquisto delle giovani generazioni (che privilegiano il mobile) e, in generale, il ruolo crescente dell’e-commerce multichannel, con la tendenza a ricercare non solo prodotti ma soprattutto servizi ed esperienze. Un ruolo crescente per i consumi potrebbe anche venire dalle aree periferiche, mentre fino ad oggi sono state prevalenti le grandi città.

grafico che illustra i fattori di crescita dei consumi in cina
I fattori che guideranno la crescita dei consumi in Cina fino al 2021Fonte: Boston Consulting Group

Sono queste differenze che ci lasciano intravvedere il futuro modo di fare acquisti. Oggi la popolazione cinese è estremamente connessa attraverso le tecnologie digitali, passa gran parte del tempo su smartphone, con grande desiderio di spendere (il 73% del valore delle transazioni è via mobile). La serrata competizione fra brand spinge all’innovazione costante, le piattaforme integrate rendono lo shopping un divertimento e l’acquisto facile; i cinesi non visitano i siti dei brand, ma scoprono cosa desiderano acquistando attraverso marketplace on line come Taobao, le app per l’entertainment come iQiyi e WeChat, la più popolare piattaforma social cinese. La distinzione fra piattaforme social e marketplace è estremamente labile. WeChat, sviluppata dal colosso Tencent, non si limita alle funzioni di chat, ma svolge il ruolo di aggregatore di app con funzionalità di pagamento, così da poter essere un veicolo per branding aziendale, marketing e vendite.

Alibaba, in teoria l’equivalente cinese di Amazon (che in Cina ha solo 1% del mercato), ha a sua volta caratteristiche assai particolari: “La nostra mission è mettere in contatto i nostri 12mila seller con i nostri 500 milioni di clienti”, ha sottolineato Rodrigo Foresio, Managing Director Italy, Spain, Portugal & Greece, Alibaba Group, in occasione della presentazione dell’Osservatorio Export. Per facilitare l’incontro ha creato una miriade di piattaforme e di servizi, fra i quali il sistema di pagamento Alipay, utilizzato da 900 milioni di persone fra cui 500 milioni di cinesi e 200 milioni di indiani, un’applicazione georeferenziata che consente di pagare, nei negozi fisici, appoggiando il cellulare sulla cassa. Oggi il gruppo ha un giro di affari da 500 miliardi di dollari e consegna ogni giorno 500 milioni di pacchi per acquisti fatti al 90% da mobile e ospita l’85% dei marchi più prestigiosi su una delle sue piattaforme.

Rodrigo Foresio

Managing Director Italy, Spain, Portugal & Greece, Alibaba Group

La strategia attuale è il new retail che punta a dare una nuova esperienza al consumatore, offrendo, sulla base della conoscenza del cliente, prezzi e servizi differenziati.

La nuova strategia prevede di affiancare negozi fisici, ovviamente digitalizzati. “Stiamo sviluppando catene di supermercati e di arredamento, abbiamo 20mila ristoranti associati. Il nuovo obiettivo è coprire le aree rurali dove aprire o convertire piccoli negozi dove comprare, vendere, consegnare prodotti. L’obiettivo dei prossimi anni è raggiungere 2 miliardi di consumatori, di cui uno in Cina, puntando anche su un maggior livello di connessione della popolazione, oggi al 50%”. Una curiosità finale. Alle macchinette distributrici in Cina non si comprerà solo il caffè: dal 26 marzo a Canton è in corso un esperimento di vending machine Tmall(Alibaba) per acquistare l’auto.

Il canale digitale come opportunità per le imprese italiane

Le caratteristiche del mercato cinese, che ha grande rilevanza soprattutto per l’utilizzo del canale digitale, dovrebbero essere all’attenzione delle imprese italiane, per le opportunità offerte.

Lucia Tajoli

Professore Ordinario di Politica Economica del Politecnico di Milano

Come ha ricordato Lucia Tajoli, Professore Ordinario di Politica Economica del Politecnico di Milano, l’Italia è sotto-rappresentata in Cina dove ha una quota inferiore all’1% di export a fronte di una quota media mondiale di quasi il 3%. “Nonostante alcuni miglioramenti dell’ultimo anno, l’Italia esporta in Cina meno che verso il Belgio – sottolinea Tajoli – Per cambiare questa situazione, le imprese italiane devono conoscere e sfruttare le potenzialità, che è uno fra gli obiettivi dell’Osservatorio Export. La Cina è un mercato difficile, ma vi sono elementi che possono facilitare l’accesso”. Fra questi l’iniziativa del Governo cinese per aprire la Nuova Via della Seta: un progetto infrastrutturale ambizioso per migliorare gli scambi commerciali. È un’iniziativa di grande interesse per i Paesi coinvolti, fra cui l’Italia, nel ruolo di terminale marittimo di accesso al mercato europeo (si veda l’articolo La Nuova Via della Seta, tra infrastrutture fisiche e abilitatori digitali). Si aprono così nuove prospettive logistiche per l’accesso, tenendo conto che lo sviluppo digitale può raggiungere i consumatori cinesi anche in aree remote aprendo nuove vie di scambio. Si deve infatti tenere conto che in Cina ci sono ancora elevate potenzialità per la crescita dei consumi, rispetto alle economie avanzate. “La crescita economica in Cina solo in parte si è tradotta in consumi anche a causa di una crescita diseguale sia per geografia sia per distribuzione dei redditi”, sottolinea Tajoli. Mentre alcune aree urbane sono allineate alle economie sviluppate, altre (più arretrate) e le campagne hanno ancora livelli di consumo bassi. “Il grande potenziale di crescita è nelle aree periferiche, le città cosiddette di terzo livello, dove ci si aspettano incrementi sostenuti”. Già oggi oltre il 40% della popolazione cinese, circa 582 milioni di consumatori (+10% sul 2016), acquista online e quasi il 38% (221 milioni) è un acquirente cross border che compra online prodotti o servizi offerti da siti stranieri o da apposite piattaforme cinesi, come Tmall Global o JD Worldwide.


[1] Analisi McKinsey: China’s digital economy: A leading global force (2017); Digital China: Powering the economy to global competitiveness (2017); How savvy, social shoppers are transforming Chinese e-commerce (2016)

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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