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Hp, altri quattro tasselli per la Converged Infrastructure

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Hp, altri quattro tasselli per la Converged Infrastructure

24 Nov 2010

di Daniele Lazzarin

Si estende l’architettura Hp che integra componenti server, storage e networking per rispondere a una domanda che tra tre anni varrà 115 miliardi di dollari. Obiettivo principale i web service provider. Nella foto Dave Donatelli, executive vice president e general manager di Hp Essn.

La corsa alla riduzione dei costi dei sistemi informativi aziendali sta favorendo l’affermazione sul mercato di fornitori di servizi It erogati via Internet, anche in modalità cloud computing. Questi operatori sono quindi tra i migliori clienti dei ‘big’ dell’IT, molti dei quali stanno infatti allestendo offerte specifiche per i loro data center. Si spiega così il gran numero di annunci nell’ultimo anno di colossi come Ibm, Dell, Hp e l’alleanza CiscoEmc nelle varie aree tecnologiche legate ai data center – hardware, software, storage, reti, e così via.
Hp in particolare ha presentato nel 2009 Converged Infrastructure, una strategia di soluzioni integrate di server, storage, networking e sofware di gestione per i data center. Negli ultimi mesi, Converged Infrastructure è stata concretizzata con molti ‘tasselli’ nelle varie aree tecnologiche, originati sia da sviluppi interni (Superdome 2, ProLiant G7, BladeSystem Matrix, ecc.), sia da acquisizioni, in primis 3Com per il networking e 3Par per lo storage.
La più recente ‘ondata’ di annunci Hp in questo campo è avvenuta nello scorso ottobre, dove sono stati presentati una soluzione all-in-one per sedi distaccate e filiali (branch office), un servizio per il controllo degli accessi ad applicazioni e siti web, una nuova piattaforma ProLiant specifica per fornitori di hosting e servizi web e cloud, e Pod Performance Optimized Datacenter, un ‘data center in a box’ contenuto in un container e pensato per l’espansione veloce e modulare dei data center.
Questo impegno di Hp su Converged Infrastructure si spiega con l’entità del mercato legato ai data center, che secondo la società varrà entro tre anni 115 miliardi di dollari, di cui 30 di networking, 35 di storage e 50 di hardware. Negli ultimi tre trimestri, sottolineano gli executive Hp, la divisione Enterprise Server Storage & Networking (Essn), a cui fa capo l’offerta Converged Infrastructure, è cresciuta del 24% su base annuale.
“La qualità delle applicazioni in azienda dipende da quella dell’infrastruttura del data center che le eroga: i componenti di Converged Infrastructure sono ottimizzati per lavorare ed essere gestiti in modo integrato”, ha sintetizzato Dave Donatelli, executive vice president e general manager di Hp Essn.

La rete ‘all-in-one’ per filiali e agenzie
Ma veniamo in dettaglio agli annunci di Barcellona. Hp Branch Office Networking Solution si rivolge alle piccole sedi distaccate (filiali, agenzie, ecc.) di aziende con strutture geograficamente articolate. Si tratta di realtà che di solito hanno pochissimi addetti IT e dotazioni di tecnologie e connettività non sempre all’altezza. “Il risultato è spesso l’insufficiente disponibilità e performance delle applicazioni aziendali, e la difficoltà della loro gestione”, ha spiegato Marius Haas, senior vice president di Hp Networking.
L’obiettivo di questa soluzione è quindi offrire tutte le tecnologie di rete e connettività che servono a una filiale in un unico chassis, gestibile da remoto e con un solo riferimento (il partner Hp) per acquisto, supporto e servizi a contorno. Definita ‘pacchetto chiavi in mano’, la soluzione integra tecnologie di Hp e di altri 12 partner, di cui cinque nuovi: Avaya (telefonia IP), Citrix (controllo remoto degli accessi), Microsoft (unified communications), NetScout (network management da remoto) e Riverbed (gestione delle performance da remoto).

Il filtro anti-Facebook
Il secondo annuncio è Hp AppDV, che sta per Application Digital Vaccine, e si rivolge a Cio e IT manager preoccupati dai cali di produttività legati a siti di social networking (Facebook, YouTube, ecc.) e applicativi per lo scambio P2P. “Queste attività danneggiano tutta l’azienda, in quanto occupano banda, peggiorano le performance delle applicazioni, e aumentano i rischi di intrusioni nei sistemi”, ha detto Haas.
Il servizio AppDV propone filtri progettati ad hoc per TippingPoint, la soluzione di intrusion prevention (IPS) acquisita da Hp nel 2009, che permettono di controllare e limitare l’uso di applicazioni ‘improprie’. Tra le opzioni c’è il blocco di specifici siti o attività (download di video, compilazione di moduli online, ecc.), la limitazione della banda per il P2P e così via. Inoltre, essendo un servizio web, AppDV elimina il processo di periodica adozione delle patch, e quindi i tempi morti in cui il sistema è vulnerabile rispetto alle minacce di sicurezza più recenti.
A Barcellona ha parlato anche un utente di AppDV: Dave Neild, responsabile servizi di rete della Leeds University, uno dei maggiori atenei inglesi con 32mila studenti e 8mila tra docenti e dipendenti. Neild ha spiegato l’utilità del servizio di Hp nel limitare P2P e social networking sulle tre reti dell’università, con un ritorno ad accettabili livelli di performance e sicurezza.

Un ProLiant per i service provider
Gli altri due annunci si rivolgono poi specificamente ai web service provider. Uno è ProLiant SL6500, definito significativamente nello stesso nome commerciale “Scalable System”. È un’architettura basata su server ProLiant SL390 G7 e/o SL170 G6 che permette di comporre secondo le specifiche necessità di erogazione di servizi (web, cloud, applicativi, hosting…) da uno a migliaia di ‘nodi’ a quattro rack, ciascuno comprendente potenza di elaborazione, accelerazione grafica e storage, e inseribile o estraibile senza dover fermare il sistema.
Hp ha fatto l’esempio di una configurazione con cento ProLiant SL390 che assicurerebbe prestazioni equivalenti a 952 server di pari livello, e quindi risparmi del 77% in termini di spazi e del 71% di costi, con 132mila euro all’anno in meno solo di energia.

… e infine il data center ‘tascabile’
Infine il Pod (Performance Optimized Datacenter), basato su un concetto di data center componibile con vari moduli, ciascuno dei quali è un mini data center in un container, il Pod appunto. Integrando vari Pod si ottiene secondo Hp un data center del 37% più efficiente, e del 45% meno costoso rispetto a un data center tradizionale, e soprattutto ampliabile in poche settimane invece che in mesi o anni.
Un Pod, sostiene Hp, può entrare in produzione praticamente subito, basta collegarlo agli impianti idraulico ed elettrico, e alla rete. La società ha creato alcuni impianti di assemblaggio di questi moduli, detti Pod-Works: uno è a Houston (Texas) e uno in Scozia, e l’anno prossimo dovrebbe sorgerne un altro nella Repubblica Ceca.

 


 

Perché abbiamo comprato 3Par

A Barcellona Hp ha anche dedicato una lunga presentazione agli impatti strategici dell’acquisizione dello specialista storage 3Par, conclusa solo da pochi giorni, dopo una lunga asta al rialzo con Dell. Dave Donatelli, numero uno della divisione Hp Essn, è stato chiaro: “3Par per noi rappresenta l’architettura di storage per il prossimo decennio: può coprire diversi mercati con un solo prodotto, dal midrange alle grandi aziende, fino ai cloud provider”. L’ex Ceo della società acquisita, David Scott, ora a capo della divisione StorageWorks di Hp, ha precisato: “La tecnologia 3Par può accelerare la strategia Converged Infrastructure di Hp, perché ha le tre caratteristiche chiave per lo storage a supporto del cloud computing: multi-tenant clustering, thin provisioninig, e ‘autonomic’ management”.

 


 

In Europa più pressione sui costi IT

All’evento Hp di Barcellona ZeroUno ha incontrato Wolfgang Wittmer (nella foto a sinistra), senior vice president e general manager per la regione Emea della divisione Enterprise Servers, Storage & Networking (Essn), con il quale ha approfondito gli ultimi sviluppi della strategia Converged Infrastructure del colosso It.
ZeroUno: Come state cambiando la strategia commerciale per promuovere il concetto di Converged Infrastructure?
Wittmer: Per ora la piattaforma viene proposta dalle nostre forze di vendita. Molto presto però annunceremo un programma di canale specifico per la Converged Infrastructure, che inizia con un centinaio di partner ma a regime ne coinvolgerà migliaia. Questi partner dovranno proporre tutti i componenti dell’offerta, e quindi accederanno a speciali percorsi di formazione, certificazione e compensazione.
ZeroUno: Avete annunciato la Converged Infrastructure nel 2009, e quest’anno l’avete concretamente portata sul mercato. Quali sono gli obiettivi a 4-5 anni?
Wittmer: Non penso che il mercato sarà completamente coperto da offerte come questa. Non è realistico. Però pensiamo che questo segmento possa segnare forti crescite, anche del 50%. C’è un mercato preciso, una domanda forte e concreta interessata soprattutto alla riduzione di costi operativi che un’infrastruttura come questa consente. Detto questo, non smetteremo certo di vendere prodotti e soluzioni singolarmente.
ZeroUno: Ha notato negli ultimi tempi delle tendenze di mercato specifiche dell’Europa?
Wittmer: Ho l’impressione che i Cio europei siano ancora più sotto pressione, per quanto riguarda costi e budget, dei loro colleghi in Asia e America. Per questo l’interesse per proposte come la Converged Infrastructure in Europa è più alto. Se vado a trovare un Cio europeo la prima cosa che mi dice è “proponetemi qualcosa che mi aiuti a ridurre i costi It”. Questo in un panorama in cui comunque i Cio di tutto il mondo stanno cercando di risparmiare: le uniche eccezioni in Emea sono alcuni Paesi del Medio Oriente e dell’Est Europa, prima di tutto la Russia.
ZeroUno: Questa grande attenzione verso i fornitori di servizi web significa che pensate che saranno loro a coprire gran parte del mercato cloud computing?
Wittmer: Non penso che questo capiterà, almeno nei prossimi 2-3 anni. Comunque è un fatto che il numero di service provider di hosting, servizi web e cloud stia aumentando fortemente. Ieri per esempio ero in Olanda, Paese relativamente piccolo, ma con ben 410 operatori di buon livello in questo campo. Noi ora abbiamo un’offerta tecnologica pronta per questo tipo di clienti: è il momento di approntare una struttura di vendita dedicata.
ZeroUno: A proposito di cloud, c’è un messaggio insistente degli operatori IT e dei media sui vantaggi di questo modello, ma le sembra che ci sia chiarezza sulle diverse opzioni e sul ruolo dei vari attori?
Wittmer: Il punto di partenza è la definizione stessa del cloud computing, che è l’erogazione e fruizione di servizi web da data center ‘non visibili’. Questo però non basta, perché, per esempio, siamo tutti utenti cloud quando usiamo certi servizi e-mail, ma non sappiamo dove sono i dati: non è questo il tipo di cloud che scatenerà una forte domanda delle aziende. Quindi prima di tutto occorre specificare i tipi di servizi, chi li eroga e da quali garanzie sono accompagnati. Per esempio molti operatori tlc, compresa la vostra Telecom Italia, stanno presentando offerte cloud di applicazioni standard: e-mail, unified communication, contabilità e così via. Queste offerte comprendono tra l’altro garanzie sulla sicurezza, e a volte sulla localizzazione dei dati, come nel caso di Telecom Italia, che assicura che i dati rimarranno in data center italiani.

Daniele Lazzarin

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