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Cloud storage: un’arma in più per i responsabili delle infrastrutture

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Cloud storage: un’arma in più per i responsabili delle infrastrutture

19 Nov 2014

di Riccardo Cervelli

Una ricerca di Forrester mette in luce le evoluzioni delle offerte di risorse e servizi di archiviazione attraverso la “nuvola”. Innovazioni che avvantaggiano le aziende dal punto di vista economico e migliorano le opportunità per sviluppatori e utenti di applicazioni. E innalzano il ruolo strategico dei responsabili I&O

Le infrastrutture storage fino a qualche tempo fa venivano installate esclusivamente all’interno dei data center delle aziende o, al massimo, localizzate presso fornitori di facility management in outsourcing, ma sempre in aree di proprietà dell’azienda cliente. Oggi è giunto il momento di pensare a una diversa modalità di fruizione, dopo che questa ha coinvolto le applicazioni e l’infrastruttura per quanto riguarda la componente server, anche per lo storage, e la recente evoluzione delle offerte di cloud storage ha portato la società di analisi Forrester, come si legge nello studio What The Evolution of Cloud Storage Means For I&O, a rivedere le proprie definizioni di cloud storage. Che sempre di più è in grado di fornire valore aggiunto rispetto alla iniziale fornitura di semplice spazio di archiviazione, spesso in funzione di backup.

 

Nuovi ruoli per gli amministratori

Oggi ricorrere al cloud storage (tecnologia che richiede comunque l’impegno dei team di I&O e la loro capacità di demand management nei confronti dei colleghi sviluppatori e recepimento delle loro esigenze nei cofronti dei responsabili delle line of business) non significa più solo disaster recovery e limitati aumenti di storage capacity in funzione di esigenze, per esempio, di sviluppo e testing, bensì poter offrire a questi stakeholder aziendali altri vantaggi. Fra i più immediati: la possibilità di trasformare gli investimenti storage (una voce via via sempre più crescente nei budget aziendali a causa dell’aumento dei dati) da conto capitale (Capex) in costi variabili (Opex); il non doversi preoccupare dell’upgrade, della sostituzione e della dismissione dei vecchi array; ma soprattutto poter supportare nuovi modelli di sviluppo e delivery delle applicazioni. Nuovi paradigmi che si rendono opportuni per cogliere le opportunità offerte da trend quali l’analytics dei big data, la mobility e l’Internet of Things. Fenomeni che richiedono caratteristiche di elasticità, prestazioni, virtualizzazione, integrazione standard-based, sicurezza, supporto al self provisioning e all’automazione, che difficilmente possono essere forniti dalle tradizionali infrastrutture storage on-premises. A meno di non prevedere nuovi e rischiosi investimenti in array e risorse umane dedicate allo storage: tutti sforzi che, a fronte dell’incertezza economica e della necessità di innovare continuamente i modelli di business, difficilmente possono essere sostenuti da una singola azienda, persino con il ricorso al modello private cloud.

 

Arricchimento del portfolio servizi

Che cosa permette al cloud storage di essere in misura crescente competitivo, con la pur ragguardevole innovazione introdotta negli ultimi anni dagli storici vendor di tecnologie di archiviazione, come segnala lo studio Forrester, con sistemi Network attached storage (Nas) in grado di supportare esigenze di scale-out, o con tecnologie di object storage idonee a sostenere necessità di scale-up della memorizzazione e dell’accessibilità dei dati?

Premettiamo che questa rivoluzione in atto nello storage non implica che tutti gli investimenti in sistemi Nas, Storage area network (San) e Direct attached network (Das) compiuti nel passato debbano essere considerati perduti. Così come accanto agli ambienti virtualizzati e di tipo public cloud, continuano e continueranno a sopravvivere architetture applicative e infrastrutture di tipo fisico, così le infrastrutture storage tradizionali manterranno anche in futuro un proprio ruolo e spazio nei datacenter e nei siti periferici delle aziende. Forrester, del resto, sostiene che i responsabili I&O dovrebbero prevedere in misura crescente il cloud storage nell’ambito del portfolio dei servizi, ma non adottare esclusivamente questo modello. Prevederlo per favorire, laddove necessario e i dati siano, per usare un termine dell’analista, più “Cloud friendly”, il self-provisioning da parte degli sviluppatori, degli utenti finali e di un numero sempre maggiore di applicazioni, grazie a tecnologie di automazione. Ebbene, va sottolineato che questi nuovi processi non riducono il ruolo degli amministratori I&O, ma permettono loro di restringere il tempo richiesto dai tradizionali compiti d’installazione, integrazione e configurazione dello storage fisico, a vantaggio di attività più strategiche quali l’analisi delle esigenze dei singoli carichi di lavoro (da effettuare in collaborazione con gli sviluppatori e/o le Lob) e quindi nella definizione di policy alla base di sistemi di self-provisioning e l’automazione.

 

Elasticità e automazione

Ecco quindi entrare in campo le evoluzioni del cloud storage che consentono di arricchire o trasformare il portfolio dei servizi di archiviazione messo da disposizione dell’It agli altri stakeholder aziendali. Parliamo di evoluzioni tecnologiche che stanno aumentando le possibilità e i benefici d’integrazione fra le risorse on-premises e i servizi cloud pubblici in modo più semplificato ed economico.

Oggi il cloud storage, sottolinea Forrester, è in grado a pieno titolo di supportare esigenze di memorizzazione e archiviazione di tipo primario (Tier 1, il livello di storage riservato ai dati acceduti più frequentemente), secondario (Tier 2, dati per la ricerca e l’accesso ai quali sono sopportabili tempi leggermente superiori) e di archiving (Tier 3, livello dedicato alle informazioni che devono essere archiviate in modo sicuro – per esempio per ottemperare a normative di conservazione dei dati – ma per il cui backup e recovery non sono critiche finestre temporali più lunghe). Ebbene, nonostante si trovino al di fuori dell’azienda, grazie anche alle ormai sempre più disponibili e accessibili reti a banda larga e ultra-larga, le infrastrutture cloud storage sono anch’esse in grado di garantire velocità di accesso da secondi a millisecondi (nel Tier 1) e da ore o minuti a secondi negli altri due casi.

Accanto a queste capability, che rendono lo storage sulla nuvola adatto a soddisfare esigenze di elasticità delle infrastrutture abbracciando un modello pay-as-you-go, si segnala quello sempre più importante della disponibilità di Application programming interface (Api), messe a disposizione dai fornitori di tecnologie e servizi cloud storage. Queste Api consentono alle applicazioni di gestione delle infrastrutture utilizzate dal personale I&O, da quelle utilizzate direttamente dagli sviluppatori, dai pannelli di controllo delle applicazioni accessibili agli end-user e, last but not least, alle applicazioni (per desktop o mobili) stesse, di approvvigionarsi in modo semplificato, spesso automatico e da risorse distribuite geograficamente, dei servizi di cloud storage prescelti dagli amministratori It. I quali, quindi, non dovrebbero essere intimoriti circa improbabili rischi di riduzione del valore del proprio ruolo, ma al contrario trasformarsi in sostenitori pro-attivi di un’innovazione It che avvantaggia tutti gli attori del business.

Riccardo Cervelli
Giornalista

57 anni, giornalista freelance divulgatore tecnico-scientifico, nell’ambito dell’Ict tratta soprattutto di temi legati alle infrastrutture (server, storage, networking), ai sistemi operativi commerciali e open source, alla cybersecurity e alla Unified Communications and Collaboration e all’Internet of Things.

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