Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

Service composition: l’orizzonte dei nuovi datacenter

pittogramma Zerouno

Prospettive

Service composition: l’orizzonte dei nuovi datacenter

12 Giu 2018

di Patrizia Fabbri

Il data center è, ormai, ibrido per definizione, composto da un insieme di “oggetti” che possono trovarsi on premise, in cloud, in diversi cloud, con intelligenza distribuita nella rete e negli oggetti (edge computing). In questo contesto non ha più senso ragionare in termini di capacità di calcolo o di storage: si acquisiscono servizi che devono essere scelti, integrati e gestiti. È l’era della service composition.

MILANO – I modelli per fronteggiare la digitalizzazione e il percorso verso un data center ibrido e software defined: sono i due macro temi affrontati da Raffaele Pullo, Distinguished Engineer, Hybrid Cloud Architecture, IBM Services nella giornata dedicata ai CIO di IBM Think, l’evento che ha messo in campo tecnologie, soluzioni e servizi di IBM a supporto della trasformazione digitale delle imprese.

Foto di Raffaele Pullo
Raffaele Pullo, Distinguished Engineer, Hybrid Cloud Architecture, IBM Services

Che la digitalizzazione obblighi le aziende a rivedere i propri modelli organizzativi non lo stiamo a ripetere, limitandoci a quanto detto solo nell’evento IBM rimandiamo alla lettura dell’articolo IBM Think: il CIO da solo non ce la può fare, ma Pullo porta un esempio che concretizza bene quanto questa complessità sia diffusa e non limitata a pochi ”sperimentatori”: “Oggi in Europa, Gartner e IDC rilevano che la media dei cloud provider utilizzati dalle aziende è di quasi 5, un dato che stupisce anche gli addetti ai lavori: e qual è il problema maggiore nell’utilizzo di 5 cloud provider? È l’integrazione”.

La figura 1 mostra quali sono le sfide della digitalizzazione che hanno i maggiori impatti dal punto di vista organizzativo: al primo posto vi è proprio la gestione multicloud.

Le sfide della digitalizzazione che hanno i maggiori impatti dal punto di vista organizzativo
Figura 1 – Le sfide della digitalizzazione che hanno i maggiori impatti dal punto di vista organizzativoFonte: IDC

“E questo dimostra che le aziende sono già in marcia verso nuovi modelli che possiamo sintetizzare nel concetto di service composition: si acquistano servizi e il CIO non deve conoscere in profondità ogni servizio, ogni tecnologia, ogni oggetto. Ma deve capire quale oggetto/servizio gli serve”. Quali sono quindi i modelli da adottare e le azioni da compiere per muoversi in questa service composition?

Ambiti da considerare per abilitare la service composition

Pullo identifica almeno 4 domini da tenere sotto osservazione:

  • Servizi – Se si devono comporre oggetti, bisogna avere un catalogo di oggetti componibili, standardizzati, il cui acquisto sia già autorizzato; un catalogo strutturato in modo tale da aiutare a scegliere ciò che serve.
  • Finanziario – Bisogna adottare un modello finanziario trasparente: da un lato, la LOB che chiede un servizio, vuole pagare solo quello che chiede e sapere qual è il costo del servizio richiesto; dall’altro, quando si utilizzano tanti servizi bisogna capire se si sta pagando il prezzo giusto.
  • Organizzativo – Le risorse devono essere allineate al servizio: l’enfasi deve quindi essere posta sulla comprensione delle esigenze aziendali, delle capacità IT e dei risultati di business.
  • Tecnologico – È un dominio molto ampio, con tanti temi da tenere in considerazione, ma dove i punti cardine sono: ambienti open standard, caratterizzati da processi altamente automatizzati, miglioramento continuo basato su analisi e tecnologie cognitive, funzionalità just-in-time, virtualizzazione, utilizzo di cloud pubblici e privati.

Il manager IBM passa quindi a enucleare quelle che, dal suo punto di vista, sono le 3 azioni tecnologiche più importanti da compiere:

  1. Estendere il data center “beyond the firewall”: il data center è un insieme di oggetti che possono trovarsi ovunque, dentro e fuori il data center tradizionale, in cloud, in diversi cloud ecc.;
  2. Gestione centralizzata e agnostica: una caratteristica basica della service composition è che i servizi possano essere interscambiati nel tempo e, una volta acquisiti, possano entrare subito in produzione. “Non si può essere Agile nella scelta e poi attendere mesi perché il servizio possa essere utilizzato e gestito, anche la gestione deve essere Agile”, dice Pullo;
  3. Application modernization: rendere le applicazioni adatte a questo ambiente esteso.

Il data center è esteso e ibrido

Quando si parla di data center non si dovrebbe più pensare a un luogo fisico, ma allo stesso modo in cui oggi è tautologico dire “business digitale” perché il business è per definizione digitale, così, sembra dire Pullo, è tautologico parlare di data center ibrido perché il data center è per definizione ibrido.

Il data center esteso e ibrido
Figura 2 – Il data center esteso e ibridoFonte: IBM

La figura 2 illustra molto bene il concetto: “Il data center è un ambiente misto, nel quale vengono svolte anche operazioni tradizionali che però non possono essere fatte in modo tradizionale: l’introduzione di una virtual machine, per esempio, comporta tutta una serie di attività di integrazione che rallenterebbe la sua messa in produzione se non ci fosse una nuova generazione di sistemi di monitoraggio, dinamica, che scopre da sola l’inserimento di una nuova virtual machine e mette in atto, in modo automatico, tutte le attività necessarie per renderla immediatamente operativa”, spiega il manager IBM che, facendo riferimento alla figura, mostra cosa significhi, in concreto, parlare di data center ibrido e software defined: “Un ambiente nel quale c’è l’IT tradizionale, on premise, dove possono risiedere sia applicazioni tradizionali sia applicazioni container e poi una serie di provider che offrono diverse tipologie di servizi. Al di sopra di tutto sistemi di orchestration e brokerage perché tutto questo insieme deve essere composto e gestito”.

Passando dal teorico al pratico, Pullo spiega quindi dove si pone IBM in questo disegno: “IBM offre la possibilità di approcciare tutti i modelli cloud [public, private, dedicated ossia public con infrastrutture dedicate ndr] mettendo a disposizione tutti i servizi necessari: dai sistemi bare metal, perché ci sono applicazioni che possono avere necessità di macchine dedicate, alle virtual machine, a container basati su Docker e Kubernates, ad ambienti open PaaS, fino a tutte le tecnologie per le applicazioni serverless, event driven (figura 3)”.

Figura 3 – Tipologie di servizi messe a disposizione da IBMFonte: IBM

La gestione basata su tecnologie cognitive

La risposta di IBM alla evidente complessità di governance del data center esteso si chiama IBM Services Platform with Watson. Come è possibile migliorare la capacità e la velocità dei servizi di gestione? Questa domanda IBM l’ha rivolta prima di tutto a se stessa e la risposta è stata la costruzione di un data lake nel quale convergono i miliardi di informazioni che giungono da oltre un milione di server presenti nei cloud IBM: “Questa enorme mole di informazioni viene utilizzata per ottimizzare la gestione dei servizi, per automatizzarne la gestione ma anche per disegnare nuovi servizi (figura 4) perché, grazie a questo data lake e alle tecnologie cognitive, possiamo ‘istruire’ i sistemi e riconoscere modelli”. Pullo anticipa anche che sono in sperimentazione sistemi di interrogazione utilizzando il linguaggio naturale.

IBM Services Platform with Watson, il “cervello” con il quale si ottimizza l’integrazione e l’automazione nell’IT as a Service
Figura 4 – IBM Services Platform with Watson, il “cervello” con il quale si ottimizza l’integrazione e l’automazione nell’IT as a ServiceFonte: IBM

Ma qual è lo strumento a disposizione dei CIO per gestire la service composition? Pullo introduce quindi il concetto di brokerage: “Stiamo parlando di un processo che è un misto di technology selection e integrazione: nella prima fase, Plan, si deve fare un assessment per capire quali sono i benefici nel muovere un’applicazione in cloud e, comparando i diversi provider, capire qual è il migliore per quella specifica applicazione; nella seconda, Buy, il servizio viene acquistato; nella terza, Manage, viene integrato e gestito. È chiaro che deve esserci uno strumento che consenta di pianificare, acquisire e gestire il servizio rapidamente, altrimenti tutta la service composition viene rallentata”. Nel caso di IBM, lo strumento di riferimento è IBM Cloud Brokerage Solutions.

Ma le applicazioni non possono rimanere le stesse

Con una frase che ben spiega quello che intende, “containerizzare il monolite”, Pullo, pur dedicando una piccola parte del suo intervento a questo aspetto, sottolinea come anche le applicazioni legacy più tradizionali debbano essere modernizzate per poter entrare in questa logica di service composition. E poi, ancora: esporre le risorse on premise tramite API che consentono di utilizzare applicazioni legacy anche in cloud; scomporre le applicazioni complesse in microservizi; aggiungere nuovi microservizi con una logica di innovazione incrementale.

Patrizia Fabbri
Giornalista

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno.

Argomenti trattati

Personaggi

Raffaele Pullo

Approfondimenti

M
Multicloud

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

LinkedIn

Twitter

Whatsapp

Facebook

Link

Articolo 1 di 4