MILANO – IBM Think, 7 giugno, una giornata dove i CIO sono stati protagonisti: da un lato perché numerose sono state le occasioni per illustrare alla platea dei presenti le proprie esperienze nel percorso trasformativo che le aziende hanno intrapreso o stanno intraprendendo; dall’altro perché altrettanto numerose sono state le opportunità di confronto con gli esperti IBM sui temi più caldi di questo percorso, affrontati proprio dalla prospettiva di chi questa trasformazione deve guidarla e gestirla.
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CIO: trasformarsi per trasformare
E allora partiamo dal capire che ruolo il CIO sta ricoprendo oggi in azienda. Per rispondere a questa domanda è stato chiamato sul palco Andrea Rangone, CEO del Gruppo Digital360, che ha commentato i risultati di una recentissima survey realizzata dal Gruppo andando a intervistare 60 medie imprese industriali (escluse quindi quelle di servizi e PA), le cui principali evidenze riassumiamo brevemente:

- nella maggior parte dei casi, il CIO è “introverso” e considera la trasformazione digitale una leva per migliorare i processi (52%) o, al più, i prodotti/servizi (32%); pochi guardano all’innovazione della relazione con i clienti (8%) o del modello di business (8%)
- l’auto-percezione del proprio ruolo è variegata: si va da un 36% che si considera “Realista” (con i piedi per terra, che porta i sogni dei colleghi sul piano della concretezza occupandosi di legacy, sicurezza ecc.) a un 14% di chi si sente un “Don Chisciotte” che lotta contro tutti per portare avanti la causa della trasformazione digitale; nel mezzo, i “Visionari” (28%) che aiutano i colleghi ad aprire gli occhi sulle potenzialità derivanti dalla trasformazione digitale e i “Gestori” (22%) che sanno di essere affidabili nella gestione tecnologica che viene loro assegnata;
- sul tema delle competenze auspicate per il proprio team, più dei due terzi dei CIO richiede competenze di natura tecnologica (72%, di cui 22% su tematiche avanzate come blockchain, intelligenza artificiale e IoT), molto meno richieste le competenze gestionali (7%) e imprenditoriali (7%), se non relative al change management (15%);
- riguardo al modello organizzativo adottato dalla propria azienda per gestire l’innovazione digitale, dalla survey è emerso che nella metà circa delle realtà non esiste un’organizzazione specifica per la gestione dell’innovazione digitale;
- il 70% delle imprese investe meno del 20% del budget ICT in progetti di innovazione;
- solo in pochi casi vengono portate avanti attività/progetti di Open Innovation con startup (l’82% non ha mai collaborato con una startup);
- le principali priorità di investimento sono per ERP/Gestionali (40%), BI (38%), Cloud (36%), Digitalizzazione processi (34%), security (30%), mentre ancora poca attenzione viene posta su Industria 4.0 (12%), Intelligenza Artificiale (6%) o Blockchain (che non supera il 2%).
Il posizionamento delle aziende nei confronti dell’innovazione – Fonte: Digital360, campione 60 medie aziende industriali italiane
La figura rappresenta il posizionamento strategico dei CIO sulla base di quanto emerso dalla survey, dove nelle imprese “Davide contro Golia” e “Leader di Nicchia” sono maggiormente presenti CIO Visionari e Don Chisciotte, mentre nelle imprese “Vecchie Glorie” e “In Balìa delle Onde” vi è una prevalenza di Gestori e Realisti; “Leader di nicchia” e “Davide contro Golia” richiedono maggiormente competenze gestionali e imprenditoriali.
“Un risultato in linea con quanto emerso da varie survey sui CIO in questi ultimi anni”, commenta Rangone ricordando che, volutamente, l’indagine non ha coinvolto le grandi aziende, i leader dell’innovazione, ma si è rivolta al tipico tessuto economico italiano: “Quello che emerge è un manager che presidia quello che deve presidiare, che considera core le competenze tecniche, ma, tutto sommato, una persona che forse non ha ben chiaro cosa significhi fare innovazione oggi e spesso limita il concetto a un’evolutiva di applicativi”.



























