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Software: il motore d’innovazione è da revisionare

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Software: il motore d’innovazione è da revisionare

01 Set 2015

di Giampiero Carli Ballola

Se è vero, come è vero, che l’innovazione del sistema produttivo nasce dal software, è vero anche che lo sviluppo applicativo va rivoluzionato per potersi adattare al nuovo modello di ecosistema. Non sarà facile. Perché c’è tutta una vecchia cultura alle spalle da far evolvere; perché l’It è vista ancora da troppi come una commodity sulla quale risparmiare e perché skill e competenze sono una rarità. Ma si deve fare.

Fondata da Roberto Masiero ed Ezio Viola, che ne sono rispettivamente presidente e amministratore delegato, The Innovation Group, svolge attività di ricerca e fornisce servizi di advisory e consulenza focalizzati sull’innovazione del business e dei processi aziendali tramite l’Ict. In collaborazione con il Cefriel, il centro di eccellenza per l’innovazione digitale promosso dal Politecnico di Milano, ha organizzato la Software Innovation Conference, che si è svolta poco prima dell'estate nell’aula magna della sede storica del Politecnico, a Milano. Attraverso la sintesi degli interventi della giornata cerchiamo di dare un quadro dei contenuti e dei messaggi emersi da un evento originale, se non unico nel suo genere, per la tematica affrontata. Che è la comprensione del ruolo del software come piattaforma in grado di abilitare l’innovazione dei processi di business e di come la stessa industria del software stia cambiando.

Ezio Viola, cofondatore e managing director di The Innovation Group

Dopo il benvenuto di Letizia Tanca, che come responsabile della sezione Software del Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Polimi faceva un po’ da ‘padrona di casa’, la parola è passata ad Ezio Viola e Alfonso Fuggetta (a.d. TIG e Ceo Cefriel), che in due interventi distinti ma conseguenziali sono entrati nel vivo del discorso. “Con l’incontro tra il mondo della produzione e quello delle analisi, noi crediamo che ogni società industriale diventerà una società software”: Lo scrisse due anni fa Jeff Immelt, Ceo di General Electric, ed è il messaggio che ha scelto Ezio Viola per sottolineare la centralità del software nella costruzione di quella ‘digital enterprise’ che una quantità d’imprese (a partire ovviamente dalla stessa GE), sta attuando e che le trasforma progressivamente da fornitrici di prodotti in piattaforme di servizi. Questa evoluzione si sviluppa sulla confluenza di tre ‘domini’ software già presenti con molte applicazioni in quasi tutte le realtà aziendali, ma che vanno resi interoperabili nella tecnologia e coordinati nell’uso in modo da formare un vero ecosistema digitale. Parliamo dei classici systems of records (Erp, Crm, Scm… e i relativi Dbms), degli emergenti systems of engagement (mobile apps, social apps, wearables…) e dei systems of operations, un dominio, quest’ultimo, che dalla tradizionale area del manufacturing (Cad, Cam, Plm…) si va allargando a una infinità di applicazioni portate dalla rivoluzione dell’Internet delle cose. L’ecosistema digitale che nasce dal convergere dei tre domini si basa, s’è detto, sulla interoperabilità tra vecchie e nuove applicazioni e tra queste e l’universo dei dati. Dati vecchi e irrinunciabili (ma magari utilizzabili in modo nuovo) e dati nuovi i cui valori di business sono o saranno i portatori dell’innovazione cercata. Da qui l’importanza che viene ad assumere lo sviluppo delle interfacce applicative e verso le basi dati. Tanto da far coniare a Viola l’espressione di “Api economy”.

Ma da noi detta legge il ‘far più con meno’

Alfonso Fuggetta, Ceo Cefriel

Purtroppo, a raffreddare gli animi su questa visione ci pensa la constatazione (portata da Alfonso Fuggetta, Ceo Cefriel) che: “…la centralità del software nello sviluppo di ogni impresa è un concetto che in Italia è ancora da acquisire, mentre persiste l’idea della tecnologia come commodity, da procurarsi al minor costo possibile”. E ciò nonostante: “…sviluppare software di qualità sia vitale nella creazione di prodotti ‘intelligenti’, specie nel settore manifatturiero, che è uno di quelli trainanti la nostra economia”. Un paio di slides relative a indagini dell’Innovation Group in tema di digital transformation e sviluppo applicativo vengono a confermare lo scetticismo del Cefriel. Alla domanda su quali azioni intraprendere per recuperare performance e competitività, i LoB manager intervistati mettono l’innovazione al terzo posto. E se nel 2015 la priorità è il miglioramento delle relazioni con il cliente, seguita quasi a pari merito dall’efficientamento dei processi interni, c’è ancora molta strada da fare. Ciò si riflette sullo sviluppo applicativo. Al primo posto, con il 49% delle risposte, c’è sempre e ancora la riduzione dei costi, che incrociata sull’efficienza dei processi, porta il Cio al vecchio imperativo di “fare di più con meno”. Seguono lo sviluppo, ineludibile ormai, per le piattaforme mobili e una generica “migliore risposta agli utenti”. Sorprendente, con il 34% delle preferenze, il quarto posto dato alla “risposta ai requisiti normativi”: se un terzo delle aziende italiane ha problemi a mettere il software in regola con le leggi la strada per la ‘digital enterprise’ si allunga parecchio.

Ma il valore che l’innovazione del software può portare all’impresa è sempre più diretto ed evidente. Come si può allora costruire la ‘software factory’ del domani?

Il software come ecosistema

La parola chiave del nuovo sviluppo software è ‘ecosistema’, un termine forse abusato ma efficace nel descrivere un mondo caratterizzato dall’attività cooperativa e competitiva di una molteplicità di soggetti. Questi si possono distinguere, secondo uno schema proposto dall’Innovation Group, in un ‘nucleo’ dove alle software house e ai dipartimenti It aziendali si affiancano nuove figure: le Web Agency (fornitori di servizi per tutto ciò che riguarda i web-site, dal design alle app); gli sviluppatori di giochi (esperti in grafica ma specialmente in ottimizzazioni prestazionali); di app per dispositivi mobili (non solo smartphone ma anche terminali industriali) e infine di specialisti nelle soluzioni abilitanti la Internet of Things, i cosiddetti ‘IoT-Maker’. Attorno a questo nucleo che ‘fa’ software, gravitano altre figure, alcune note, altre emergenti. Tra le prime gli incubatori aziendali e le comunità di sviluppo open-source, fonti di risorse economiche e umane per le start-up; tra le seconde le organizzazioni di crowdsourcing, che concretizzano un modello di ricerca e di impresa aperta e semi-spontanea in grado di produrre progetti, oggetti e idee, e i ‘Fabrication Laboratory’ (FabLab), laboratori piccoli ma altamente digitalizzati in grado di produrre oggetti ad alto contenuto tecnologico con una velocità e flessibilità di risposta impossibile per una grande industria. L’incredibile sviluppo della stampa 3D apre ai Fablab nuovi spazi d’impiego e, soprattutto, di riutilizzo dei software da questi sviluppati.

I paradigmi sui quali si basa un ecosistema di sviluppo software sono: una piattaforma di sviluppo che abbia creato attorno a sé un ambiente di distribuzione e commercializzazione (esempio classico: Android); un ambiente di sviluppo aperto basato su dati condivisibili; un ambiente di lavoro aperto basato sulla cooperazione e su servizi condivisi. Tratti comuni di un tale sistema sono cooperazione e interoperabilità, nel senso che le applicazioni stand-alone sono sostituite da ‘servizi applicativi’ realizzati integrando elementi costruiti da più soggetti interni o esterni all’impresa: è l’idea dello sviluppo per componenti proiettata all’esterno dell’It aziendale verso la Rete. Altro punto importante è la ‘coopetition’: gli attori dell’ecosistema competono tra loro nello sviluppo delle soluzioni, ma collaborano sugli standard tecnologici e applicativi, per realizzare gli ambienti di sviluppo e lavoro aperti di cui s’è detto.

Gianluigi Castelli, Gianluigi Castelli, presidente del consiglio di amministrazione di Nozomi Networks SA

Sarà facile realizzare un tale ecosistema? No, per niente. Esistono strumenti e approcci già collaudati (si è molto parlato di automazione dei cicli di sviluppo e delle metodologie Agile e DevOps), ma il problema è che va attivato un cambio di cultura che porti tutta l’impresa, e non solo l’It ad accettare il modello. Servono poi nuovi modi di lavorare. Anche qui non è facile cambiare passo, ma grazie anche al ricambio generazionale che porta nel mondo del lavoro ‘nativi digitali’ abituati a collaborare e condividere conoscenza, si può fare. Ma soprattutto, servono profonde competenze architetturali, algoritmiche e di programmazione. E queste non ci sono. Qui, complice anche il fatto di essere nell’ateneo di un paese dove il tasso dei giovani laureati e disoccupati è drammaticamente alto, il discorso si è allargato agli aspetti occupazionali. “Dove si concentra la rivoluzione digitale, chi ha competenze software può avere il lavoro e lo stipendio che vuole. Ma costruire capacità eccellenti è estremamente difficile: Non è vero che si trova tutto su Internet!”. Lo ha detto Gianluigi Castelli, al momento dell'evento Cio Eni, professore alla SDA Bocconi e direttore dei DevoLab, ora presidente del consiglio di amministrazione di Nozomi Networks SA, che se da un lato, come professore, ha denunciato la rottura della catena scuola-università-azienda, dall’altro ha riconosciuto al nostro sistema educativo una qualità di fondo che può rompere il circolo vizioso innescato dal “push tecnologico”, cioè dal credere che la tecnologia sia la soluzione quando è solo lo strumento. Insomma: pessimismo della ragione, ma non senza speranze.


Brain trust

Hanno partecipato alle sessioni della Software Innovation Conference, tutte presiedute e moderate da Ezio Viola, cofondatore e managing director di The Innovation Group: Maurizio Brioschi, capo della divisione Digital Enterprise di Cefriel; Alexio Cassani, Ceo e Cto di Stentle; Gianluigi Castelli, già Cio Eni, professore alla SDA Bocconi e direttore dei DevoLab; Carlo Alberto Degli Atti, cofondatore e Ceo di Thingle.me; Alessandro De Grandi, fondatore e Ceo di Garoo; Silvia Fragola, capo della divisine Digital Knowledge di Cefriel; Alfonso Fuggetta, Ceo Cefriel; Stefano Mainetti, Ceo di PoliHUB Servizi, della fondazione Politecnico di Milano; Massimo Messina, capo dell’ICT globale di Unicredit; Filippo Passerini, Special Assignement Officer al Presidente e Ceo di Procter & Gamble; Nicola Peluchetti, senior Web Developer di 10up; Guido Pezzin, Sales manager della divisione Big Data di HP Italy; Gianluca Secondi, Managing Director e guida per le tecnologie e architetture avanzate di Accenture; Francesco Sferlazza, capo dell’Agile Innovation Lab di Italtel e Alessandro Zanetti, Solution Architect di Automic Italia.

Giampiero Carli Ballola
Giornalista

Giampiero Carli-Ballola, nato nel 1942 e giornalista specialista in tecnologia, collabora con ZeroUno dal 1988. Segue i processi di digitalizzazione del business con particolare attenzione ai data center e alle architetture infrastrutturali, alle applicazioni big data e analitiche, alle soluzioni per l’automazione delle industrie e ai sistemi di sicurezza.

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