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Il futuro non è solo mobile app, ecco la risposta alla sfida dell’omnicanalità

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Il futuro non è solo mobile app, ecco la risposta alla sfida dell’omnicanalità

21 Lug 2015

di Nicoletta Boldrini

Le mobile App fanno parte delle cosiddette ‘moderne applicazioni’: ma una strategia di sviluppo costruita solo sulle applicazioni mobili è destinata a fallire, avvertono gli analisti. Gli sviluppatori devono considerare tali applicazioni come componenti di una più ampia architettura applicativa omnicanale, incentrata sulla user experience, dove assume un ruolo determinante l’application performance management

Anche l’osservatore meno attento si sarà ormai reso conto che le mobile app sono divenute un focus cruciale per i team di sviluppo e rilascio applicativo. Con quasi 2 miliardi di smartphone in uso a livello mondiale, l’approccio Mobile è rivoluzionario quanto lo è stato il passaggio al client/server computing negli anni ’90 o all’introduzione di Internet negli anni 2000. Ma il futuro del mobile app development è molto più di un semplice ‘adattamento’ del servizio applicativo a schermi più piccoli, dei differenti linguaggi di programmazione o dei differenti sistemi operativi.

Figura 1 – Le applicazioni moderne sono “sistemi di sistemi” – Fonte: Forrester

Nella visione di Forrester, lo sviluppo di applicazioni mobili è parte di un più ampio cambiamento strutturale del modo in cui gli sviluppatori progettano e rilasciano servizi. “Stiamo entrando in una nuova era dell’application development, dove i team di successo creano sistemi moderni e ‘coinvolgenti’ di engagement dell’utente collegando tali servizi a sistemi di automazione e systems of record (business application, servizi infrastrutturali, ecc.)”, afferma Jeffrey S. Hammond, analista di Forrester. In altre parole, le moderne applicazioni sono ‘sistemi di sistemi’ (figura 1).

Ecco perché, secondo Hammond, adottare una strategia di sviluppo specifica e ‘confinata’ solo per le applicazioni mobili potrebbe risultare fallimentare.

Lo sviluppo di un’app mobile deve essere inserito all’interno di un più ampio ‘sistema di ingaggio’ dell’utente (dove per ingaggio si intende anche comunicazione e collaborazione); ciò significa che il servizio applicativo deve rientrare in una strategia di omnicanalità (secondo Forrester anche il concetto di multicanalità è ormai superato), funzionare ovunque (pc, tablet, smartphone, Tv, game console…). E, attenzione, ciò non significa che il servizio debba essere uguale su tutti i canali, tutt’altro: l’esperienza utente cambia a seconda del tipo di canale utilizzato, il servizio applicativo non può quindi essere il medesimo.

I 6 fattori critici di successo dello sviluppo applicativo

La premessa doverosa ci porta a identificare quali sono oggi i fattori critici di successo dello sviluppo applicativo mobile, in generale e in ottica omnichannel. A darne una panoramica è Liz Herbert, analista di Forrester, partendo dalle evidenze emerse durante alcune analisi che la società americana ha effettuato attraverso una cinquantina di interviste a manager aziendali che si sono affidati a terze parti per lo sviluppo di applicazioni mobili (in ambito B2E e B2B). Anche se non rappresenta certo valenza statistica, l’indagine condotta aggiunge una nota di concretezza a quanto ipotizzato dagli analisti e riportato nel report “Forrester Wave – Evaluation of mobile enterprise applications services”. La maggior parte dei Ceo interpellati riconosce nelle mobile app una nuova e migliore forma di ingaggio di clienti, partner, fornitori e utenti aziendali, attraverso una migliore e più efficace customer experience. Tuttavia, ancora numerosi sono gli ostacoli da superare, a partire dalla scelta del fornitore più idoneo (sia che si tratti di un vera e propria software house sia di vendor che offrono tool per lo sviluppo software). Ed è proprio dall’analisi delle criticità enunciate dai manager aziendali che Herbert traccia quelli che potremmo riassumere come i fattori critici di successo (sia per chi sviluppa mobile app sia per chi acquista servizi di sviluppo applicativo):

  1. capacità creative (che si acquisiscono anche guardando cosa hanno realizzato altre aziende, altri fornitori, ecc.);

  2. solidità degli ecosistemi di partnership (tutti i principali vendor ‘tradizionali’ oggi lavorano a stretto contatto con i nuovi player di mercato quali Apple, Google, Amazon, ecc; è fondamentale, soprattutto nel mondo B2B capire e valutare la solidità di tali partnership);

  3. integrazione tra team (non esistono più applicazioni monolitiche sviluppate da un unico team ma servizi applicativi e pacchetti pre-confezionati ideati e gestiti da differenti team di sviluppo, testing, rilascio);

  4. utilizzo delle metodologie Agile e DevOps (le applicazioni mobili di per sé, ancor di più se anello di una più ampia catena di servizi applicativi omnicanale, evolvono molto velocemente in funzione delle dinamiche di mercato e questo vale anche per le applicazioni B2B);

  5. innovazione incentrata sul valore di business (i servizi applicativi devono essere pensati per portare innovazione ma questa deve essere misurata rispetto a parametri di business).

  6. utilizzo delle tecnologie più appropriate (sistemi open source e cloud-based consentono oggi di evitare spese elevate, com’era invece un tempo, per l’adeguamento delle infrastrutture sottostanti a sostegno sia dello sviluppo sia del rilascio e manutenzione successivi delle applicazioni – per avere un approfondimento sulle tecnologie open source suggeriamo la lettura dell’articolo a pag.32; non solo, il modello as a service consente oggi di avere a disposizione anche interi ambienti di sviluppo e test – Paas – o componenti di sviluppo fruibili in modalità self-service da un catalogo servizi aziendale – Saas. Sono queste le risposte tecnologiche più efficaci rispetto ad un nuovo modello di sviluppo delle applicazioni che, soprattutto in chiave mobile, evolve continuamente e velocemente).

Anche l’Application performance management cambia

Uno degli aspetti fondamentali delle moderne applicazioni, comprese quindi quelle mobile, riguarda la user experience, elemento da cui dipende ormai l’ingaggio dell’utente (che in molti casi può addirittura voler dire reddittività di business). La prestazione applicativa non può dunque rimanere materia confinata negli uffici tecnici It ma deve evolvere verso una cultura della misura e del controllo che tenga conto, se non addirittura parta, della vista dell’utente e quindi della sua esperienza nell’utilizzo dell’applicazione, nella fruizione delle sue funzionalità e nell’accesso dei contenuti e delle informazioni.

Secondo John Rakowski, anch’egli analista di Forrester, il Performance Management sta diventando la lingua comune per l’analisi e la comprensione delle iniziative di Business Technology; essendo il servizio applicativo uno degli elementi più critici nell’era della digitalizzazione di business, è inevitabile che anche l’Apm – Application Performance Management evolva da disciplina meramente tecnica a sistema metodologico business driven. Non solo, nella visione descritta da Rakowski, l’Apm di nuova generazione [quello cioè che tiene conto della vista utente e della sua esperienza attraverso un monitoring end-to-end alimentato da sistemi di misura che accanto ad indicatori tecnici integra Kpi di business – ndr] diventa uno strumento efficace anche per il controllo delle pratiche metodologiche ispirate al DevOps: i team delle operation, generalmente, sono a più stretto contatto con gli utenti aziendali e riescono ad avere una vista più chiara su quelli esterni che interagiscono con l’azienda; dovrebbero quindi poter trasferire tale patrimonio di conoscenze ed esigenze all’interno dei cicli di sviluppo e test delle applicazioni, in una logica di Apm che entra quindi a far parte dell’intero application lifecycle management, e non entra in gioco solo quando l’applicazione viene rilasciata.

Nicoletta Boldrini

Giornalista

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