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Oracle: perché Amazon rende nervosi?

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Attualità

Oracle: perché Amazon rende nervosi?

La società di Ellison, con la profonda riproposta della propria offerta in ambito cloud, vuole diventare il punto di riferimento nella trasformazione digitale delle imprese, garantendo prestazioni e sicurezza anche in un mondo IT ibrido dove i workload business critical possano facilmente spostarsi da public cloud a on premise e viceversa. Ma nello Iaas non c’è storia con Amazon. E questo non va bene…

22 Set 2016

di Stefano Uberti Foppa

Stefano Uberti Foppa

Direttore di ZeroUno

SAN FRANCISCO – Da un lato abbiamo visto durante l’Oracle Openworld la forza e la determinazione con cui, attraverso tantissimi annunci la società di Larry Ellison, fondatore e oggi Executive Chairman and Chief Technology Officer, sta riproponendo tutta la propria offerta in ambito cloud. Un percorso iniziato ormai qualche anno fa con l’obiettivo di accompagnare le aziende nella costruzione di ambienti ibridi che, a seconda delle diverse esigenze di business, consentano di spostare workload anche mission critical con rapidità e sicurezza avanti e indietro dal cloud pubblico a quello privato ai sistemi on premise. Ma dall’altro lato abbiamo anche visto affiorare un po’ di nervosismo.

Il timore va probabilmente ricercato nel fatto che una superiorità tecnologica, architetturale e prestazionale, sbandierata da Ellison rispetto al concorrente, non sia sufficiente (come tante volte accaduto ad altri player in passato) ad affermare una leadership nella trasformazione cloud delle aziende utenti.Tante, troppe volte Ellison ha messo nel mirino della propria critica, attraverso impietosi benchmark a favore di Oracle, Amazon Web Services (AWS).

In realtà, la comparazione tra Amazon e Oracle si gioca, almeno a tutt’oggi, su due piani tra loro molto differenti: la prima, nata da una cultura soprattutto consumer, ha indirizzato la propria offerta al mondo delle imprese con la logica full as a service in ambito fondamentalmente infrastrutturale (Iaas). Oracle proviene invece per tradizione dal mondo enterprise e vuole sviluppare il proprio business e ruolo di riferimento sulla trasformazione digitale delle aziende verso il cloud in tutte le aree IT coinvolte in questo cambiamento, application, middleware e infrastrutture.
Applicazioni (Saas), infrastrutture (Iaas), middleware di gestione e orchestrazione (Paas), database (Dbaas), analytics, servizi cloud di integrazione di applicazioni cloud to cloud e cloud to on premise, ambienti di sviluppo in cloud e ancora tanto altro è finalizzato a facilitare la coesistenza tra ambienti on premise e cloud attivando tre diverse modalità di deployment:  on premises, Cloud@customer (i servizi di public cloud si estendono all’interno del firewall aziendale con un’integrazione perfetta perché questa piattaforma hardware è ingegnerizzata con gli stessi elementi di computing e di storage della Oracle Public Cloud) e naturalmente Public cloud.

“Se oggi non c’è storia, a livello di fatturato tra AWS e Oracle nello Iaas, sempre oggi non c’è storia, quantomeno a livello di disponibilità di offerta, tra Oracle e AWS in tutto il resto dello stack cloud”

La posta in gioco è alta se si avvereranno davvero le “Prediction 80%” che davanti alla platea dell’Openworld, Mark Hurd, Ceo di Oracle, ha snocciolato: “L’80% della produzione di applicazioni sarà in cloud; solo un paio di vendor gestiranno l’80% del mercato Saas; l’80% del budget IT sarà speso nel cloud, non nei sistemi IT on premise; il numero dei corporate owned data center calerà dell’80%; i Cio spenderanno l’80% del loro budget su innovazione e non nella maintenance”. Naturalmente, allineandosi alla regola, oggi oltre l’80% del portfolio di offerta applicativa, middleware e infrastrutturale di Oracle è già disponibile in cloud.

“Questo presidio forte di Amazon nei servizi infrastrutturali, potrebbe essere una pericolosa porta di accesso ai clienti business, con impatti, nel futuro prossimo, tutti da verificare anche per un soggetto tecnologicamente avanzato come Oracle”

Certamente Amazon, che secondo Ellison ha un ritardo architetturale, tecnologico e prestazionale rispetto a Oracle di circa 20 anni e che si muove in una logica di completo lock-in cloud (verrebbe da dire, pensando al passato, chi di lock-in ferisce di lock-in perisce…) è stato uno dei pionieri del mercato cloud, almeno da dieci anni, quando Oracle iniziava i primi passi verso il modello as a service applicato al business. Comunque, di fatto, oggi AWS genera 7.9 miliardi di dollari di fatturato in area Iaas, seguita da Microsoft Azure e in terza posizione da Google con la sua divisione Alphabet. Oracle, nel fiscal year 2016, chiuso lo scorso fine maggio, ha stabilito revenue cloud per 2.2 miliardi di dollari con Saas e Paas (+52%), che diventano 2.9 miliardi di dollari (+ 40%) se si aggiunge lo Iaas. Quindi circa 700 milioni di dollari in area infrastrutturale, se le cifre non mentono, su un versante dove il diretto concorrente ne fattura oltre 10 volte tanto.
La strada, evidentemente è ancora lunga e stiamo parlando di un mercato, quello della trasformazione da on premise verso il cloud, ancora tutto da costruire sul quale nei prossimi 2-3 anni si vedrà davvero chi potrà guidare il gruppo dei vendor di riferimento. Ma i giochi sono partiti. Intanto, dichiara Oracle..”Facciamo 50 miliardi di transazioni ogni giorno su Oracle cloud contro i 34 dello scorso anno, supportati a 19 data center nel mondo – ha detto Thomas Kurian, President of Product Development, Oracle. “Negli ultimi tre anni abbiamo raddoppiato la nostra forza vendita globalmente proprio grazie alla spinta cloud – gli ha fatto eco Hurd – e ad oggi abbiamo 10 mila cloud engineers per supportare la nostra strategia globale, da declinare nei diversi paesi”.
Ancora una volta: se oggi non c’è storia, a livello di fatturato tra AWS e Oracle nello Iaas, sempre oggi non c’è storia, quantomeno a livello di disponibilità di offerta, tra Oracle e AWS in tutto il resto dello stack cloud. Ma certamente questo presidio forte di Amazon nei servizi infrastrutturali, potrebbe essere una pericolosa porta di accesso ai clienti business, con impatti, nel futuro prossimo, tutti da verificare anche per un soggetto tecnologicamente avanzato come Oracle. E questo anche se, come ha detto Ellison nel suo secondo speech all’Openworld, “Il nuovo database 12c release 2, disegnato per il cloud, è più performante del 60% della versione 12.1; con Exadata Cloud Service abbiamo la più veloce db platform per sfruttare appieno tutti i benefici del cloud; Oracle db non è ottimizzato per AWS mentre le prestazioni su Oracle cloud sono 24 volte più perfomanti in ambito analytics/per hour e 8 volte maggiori in ambito Oltp; il nostro Cloud 2016 Iaas, Generation2 è più performante e più economico di AWS; AWS è un ambiente chiuso, non open, è più chiuso di un mainframe IBM”.
Chiudiamo questo commento/inquadramento…con un gioco. E’ stato Hurd a volersi divertire ma il divertimento è rimasto a metà: è una nota di colore e senza alcun valore statistico. Hurd, durante la sua keynote, si è lanciato in un poll real time con la numerosissima platea per sapere chi tra Oracle, AWS, Saleforce e Microsoft sarà il vincente nell’arena cloud dei prossimi anni: partenza, l’87% di risposte danno vincitore Oracle, wow! Poi, mentre il Ceo commentava soddisfatto ecco AWS avanzare, avanzare, arrivare vicino, troppo vicino….slide sfumata, con grandi risate di tutto il pubblico. It’s a joke, ma certo il competitor non è da sottovalutare.

 

Stefano Uberti Foppa

Digital innovation influencer

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, è stato direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360, fino al febbraio 2019.

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