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Come cambiano architetture e competenze nei sistemi informativi

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Come cambiano architetture e competenze nei sistemi informativi

12 Gen 2011

di Nicoletta Boldrini

Il cloud computing è una reale opportunità per far evolvere le architetture dei sistemi informativi, sollevarsi dal peso dei costi capex, raggiungere quella tanto agognata flessibilizzazione dell’It. Attenzione però, siamo solo agli albori: mentre abbiamo alle spalle decenni di esperienza e maturità a livello di Iaas (infrastructure as a service), devono invece ancora maturare Paas (platform as a service) e Saas (software as a service). Il multi-tenancy e lo share di risorse sono concetti che richiedono una riscrittura delle applicazioni affinché possano essere davvero scalabili come richiesto dalla nuova nuvola tecnologica. Insomma, fate attenzione a ciò che comprate perché… non è tutto oro ciò che luccica!

A fine ottobre ZeroUno, in collaborazione con ClubTI, ha organizzato il convegno “Cloud Computing – Esperienze di successo in Italia” che ha riunito a Milano oltre 150 tra Ict manager, professionisti e rappresentanti del mercato dell’offerta It, per indagare lo scenario evolutivo del cloud computing e di coloro che stanno iniziando a fare esperienze in quest’ambito.
Punto di partenza, che ha visto concordi Arrigo Andreoni, Presidente di ClubTI Milano e Stefano Mainetti, docente di tecnologie dei sistemi informativi presso il dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano (e responsabile dell’area Innovazione Digitale di Politecnico Innovazione – Fondazione Politecnico), è la fine del corporate computing e la commoditizzazione dell’It (vedi “Cloud Computing – Esperienze di successo in Italia”).
“Stiamo entrando in una nuova era dell’It la cui evoluzione è legata al paradigma dell’utility computing basato sul modello del servizio”, spiega Mainetti. “Il cloud computing, la virtualizzazione, il web 2.0 sono oggi riconoscibili come tecnologie ‘leggere’ perché consentono di ridurre i costi iniziali, aumentare la capacità dei sistemi It e ottenere strutture di costo variabili. Sono tecnologie che richiedono investimenti relativamente contenuti e che generano benefici in tempi brevi”.
E dato che oggi è proprio questo che le aziende chiedono, è inevitabile l’enorme interesse che si genera attorno al fenomeno evolutivo che, secondo Mainetti, è da identificare sì come una nuova era dell’It, ma che “affianca” le precedenti (sistemi batch, sistemi centralizzati, client server, ecc.; tutti ancora presenti): “Personalmente vedo il cloud come Evoluzione It e non come Rivoluzione: la vera Rivoluzione che ha modificato il modo di lavorare, i modelli di business e ha avuto anche un impatto sociale a livello mondiale è il Web”, dice Mainetti.
Tuttavia, il fenomeno è tutt’altro che mediatico e modaiolo. “Il mercato del cloud computing, nel 2008 pari a 36 miliardi di dollari, raggiungerà i 160,2 miliardi entro il 2015 (stime di Wintergreen Research)”, cita Mainetti. “Anche per Idc e Gartner i valori sono alti; si stima che la spesa in servizi It cloud triplicherà e raggiungerà nel 2012 i 42 miliardi di dollari (Idc), e le dimensioni del mercato arriveranno a 150 miliardi nel 2013 (Gartner)”.

I confini del cloud computing
Scrivere “qualche forma” di servizio cloud non è provocatorio né superficiale, ma descrive esattamente la complessità attorno cui ruota, attualmente, il cloud computing, il cui paradigma di fondo, basato sul concetto di utility computing, deriva da due trend principali: la commoditizzazione dell’It; lo sviluppo di modelli di delivery che si spostano dall’interno verso l’esterno dell’azienda.
“La definizione stessa che il Nist – National Institute of Standards and Technology attribuisce al cloud ne evidenzia la complessità”, precisa Mainetti. “Il Nist identifica il cloud come modello (architetturale) che abilita l’accesso on-demand, tramite il web, a un pool condiviso di risorse di elaborazione configurabili (reti, server, storage, applicazioni e servizi), che possono essere erogate e liberate in modo rapido con contenute attività di gestione”.
“Questa definizione si basa su un framework – aggiunge il professore del Politecnico – che identifica modelli di deployment (private, public, hybrid, community), modelli di delivery (Infrastructure as a service – Iaas, Platform as a service – Paas, Software as a service – Saas), e le caratteristiche del modello architetturale: self service on-demand; accesso ubiquo alla rete; condivisione delle risorse; elasticità rapida; servizio misurabile” (figura 1).


Figura 1 – Framework di riferimento del cloud computing
(cliccare sull'immagine per visualizzarla correttamente)

Meritano un breve approfondimento le cinque caratteristiche chiave del cloud così come proposte dal Nist.
Il self service on-demand indica l’opportunità per l’utente di disporre unilateralmente di capacità di calcolo (come server time, capacità di banda, spazio storage, ecc.) senza richiedere l’interazione umana con alcun fornitore di servizio.
Accesso ubiquo alla rete significa che le capacità sono disponibili in rete e accessibili attraverso meccanismi standard che promuovono l’uso eterogeneo di thin o thick client (Pc, laptop, tablet, smartphone).
Le risorse di calcolo sono messe a disposizione di tutti gli utenti (condivisione delle risorse) utilizzando un modello multi-tenant (Multi-tenacy è un principio dell’architettura del software nella quale una singola istanza del software è in esecuzione su di un server ed è in grado di seguire più client in più organizzazioni) con diverse risorse fisiche e virtuali dinamicamente riallocate in base alla richiesta degli utenti che, in genere, non hanno alcun controllo e conoscenza di dove risiedano esattamente le risorse come Ram, Cpu, spazio disco, ampiezza della banda di rete, macchine server e virtuali.
Le risorse, in questo modello architetturale, possono essere rapidamente ed elasticamente incrementate per scalare la potenza e per liberarla (rilascio agli utenti che hanno la sensazione che la potenza elaborativa sia infinita e recuperabile in qualsiasi momento). Ecco perché assume un ruolo determinante il servizio misurabile (i sistemi cloud controllano e ottimizzano automaticamente le risorse, misurandole e controllandole; l’utilizzo da parte dell’utente può essere misurato e monitorato a garanzia di sicurezza e trasparenza).

Una nuova era… agli albori
Quello che interessa oggi al mercato è passare dai costi fissi ai costi variabili, avere soluzioni in tempi brevi pagando solo ciò che realmente si utilizza e, di conseguenza, pagare meno. Queste esigenze, che nel cloud trovano risposta, potrebbero tuttavia spingere il mercato dell’offerta a ricoprire con il “cappello cloud” proposte di tipo più tradizionale, ancora distanti dal reale concetto di cloud computing.
“Fare delle applicazioni realmente cloud, ossia quelle che rispettano le caratteristiche che fanno leva dalla virtualizzazione al multi-tenancy vuol dire progettare basi di dati condivisi, architetture e strati applicativi condivisi (strati di middleware, application server, …), ecc. Vuol dire cioè scrivere in modo diverso il software”, precisa Mainetti. “Il cloud è un tema architetturale che richiede tempi e investimenti e in periodi di crisi protratta non tutte le aziende hanno questa capacità di investimento. Al momento, il rischio è quello di cavalcare un’opportunità commerciale (data dal fatto che la domanda di mercato spinge verso le pratiche del pay-per-use) rivestendo un’offerta tradizionale con la parola cloud”. Fare, quindi, molta attenzione a ciò che si acquista.
Siamo in una fase di entusiasmo generalizzato legato soprattutto al fatto che il cloud sembra essere una risposta concreta al passaggio dai costi capex a quelli opex (con i costi capex sostenuti direttamente dal fornitore di servizi cloud), con tutti i benefici di dinamicità e flessibilità It che farebbero “comodo” al business aziendale. Ma dopo l’entusiasmo (come insegna Gartner attraverso i suoi hype cycle), prima della maturità e della stabilizzazione del mercato, c’è la fase della disillusione (figura 2).


Figura 2 – L'Hype cycle del cloud computing secondo Gartner
(cliccare sull'immagine per visualizzarla correttamente)

“Il cloud è ancora agli albori perché, mentre abbiamo un decennio di maturità alle spalle in ambito Iaas (a partire con l’outsourcing del datacenter), c’è ancora molta strata da fare a livello di Paas e Saas. Le aziende di software sono impegnate ora a riscrivere completamente le applicazioni per renderle scalabili come è richiesto da questa nuova tecnologia”, sostiene Mainetti. “Ci sono nobili esempi di Saas che hanno generato valore alle aziende, ma non del tutto coerenti con i pilastri su cui si fonda il cloud. Uno di questi è legato al concetto di multi-tenancy. Questo tipo di architettura è l’esatto contrario di quella multi-istance nella quale sono realizzate istanze separate per ogni organizzazione cliente. Nell’architettura multi-tenacy le applicazioni software sono realizzate in partizioni virtuali nelle quali restano isolate le istanze delle singole organizzazioni clienti”.
Per arrivare a questo tipo di architetture servono investimenti da parte dei vendor (che devono adattare le loro soluzioni al nuovo modello architetturale) e dei service provider (che di fatto sono coloro su cui ricadono i costi delle infrastrutture). L’utente deve prestare attenzione non solo al tipo di servizio che compra, ma anche a come il provider lo eroga, con quali mezzi/infrastrutture, con quali livelli e garanzie di servizio, con quali costi (il rischio di incorrere in costi nascosti che vanificano o riducono i benefici dell’investimento fatto sono dietro l’angolo). E Mainetti su questo punto fa un esempio concreto: “Un’azienda multinazionale il cui dipartimento It eroga servizi a tutte le società dislocate sul territorio mondiale, se vuole acquistare un Saas di gestione degli ordini, per esempio, deve fare i conti con le legislazioni dei singoli stati. Il Saas va quindi localizzato. Il che significa aggiungere costi o attendere che il mercato dell’offerta raggiunga una maturità anche in termini di numero e tipologia di soluzioni accessibili attraverso il cloud con servizi già embedded (come la localizzazione appunto)”.

Cambiano i sistemi informativi
Il percorso evolutivo dei sistemi informativi verso il cloud non è quindi semplice. “I dipartimenti It devono fare i conti con l’integrazione, prima di tutto, di tali servizi con i propri sistemi interni – osserva Mainetti -. Questo significa far evolvere i propri sistemi con soluzioni di integrazione quali Soa, Web e Mobile Portal, Mushup Server e altri strumenti web 2.0, tools di Business Process Management, strumenti di Etl e Data Transfer, sicurezza e mitigazione del rischio, ecc.”.
Un It capace di cogliere il cloud come opportunità deve comunque fare i conti con la complessità tecnologica interna. La conoscenza di dominio non deve mai essere tralasciata. “Accorciare i tempi di realizzazione di un progetto, grazie alla possibilità di reperire le risorse più velocemente e dinamicamente, non deve far perdere di vista il dominio da esplorare (analisi del contesto, assessment, analisi di processo, demand management, ecc.)”, ricorda Mainetti. “L’analisi di processo, per esempio, è fondamentale per capire quanto i processi interni siano flessibili per potersi adattare alla soluzione fruita come servizio o, al contrario, quanto il servizio è flessibile e adattabile ai processi esistenti”.
L’impatto del cloud coinvolge perciò anche le competenze delle persone con un Cio sempre più “urbanista” come paragona Mainetti. In pratica, “Il Cio dovrà sempre più definire i contorni di un piano urbanistico i cui elementi di riferimento non sono di natura tecnologica ma manageriale – conclude Mainetti – con un team le cui conoscenze dovranno comprendere la capacità di gestione e governo della domanda degli utenti, dei rapporti commerciali/amministrativi e anche legali, dei processi e delle loro correlazioni, l’analisi del contesto e della fattibilità e gestione dei progetti, ecc.”.
L’It, insomma, dovrà gestire e governare la “coerenza” complessiva: come gli urbanisti lavorano per far evolvere i centri urbani aggiungendo il nuovo salvaguardando l’esistente e, se possibile, riqualificarlo e valorizzarlo, così i Cio e i dipartimenti It dovranno fare con i propri sistemi interni.

Nicoletta Boldrini

Giornalista

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