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Red Hat 2012: con il cloud, l’open source diventa mainstream

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Red Hat 2012: con il cloud, l’open source diventa mainstream

25 Lug 2012

di Rinaldo Marcandalli

Un Summit di svolta per la società dal cappello rosso, che afferma: “l’open source è ormai mainstream”. E non solo per i fatturati: il popolo open source vede il cloud come un vantaggio differenziante per le naturali sinergie con l’universo Internet.

Jim Whitehurst, President e Ceo, Red Hat

BOSTON – Dieci anni sono passati dal lancio di Red Hat Enterprise Linux (Rhel) e al Red Hat 2012 Summit si respira aria da “presa del potere” da parte dell’open source. C’è l’annuncio del Presidente e Ceo, Jim Whitehurst, salutato da applausi scroscianti: “Abbiamo sfondato il muro del miliardo di dollari di fatturato annuo”. C’è un’eccitata consapevolezza al Summit Red Hat che si esprime solo in parte nelle parole dello stesso Whitehurst: “L’open source è mainstream, ragazzi”. Il che è un indubbio successo, alla luce dello stesso mission statement di Red Hat: essere il catalizzatore di una comunità collaborativa di clienti, partner e membri della community che produca la miglior tecnologia con approccio e filosofia open source.

Paul Cormier, Prsident of Products and Technologies Red Hat

Prima di entrare nella sostanza degli annunci, ricordiamo che tra gli ospiti al Summit, oltre a un nugolo di Bronze e Silver Sponsor, a un Gold (Cisco), a quattro Platinum (Hp, Intel, Accenture e Sap), c’è un unico “Premier Sponsor”: Ibm. Di gran lunga primus inter pares. Paul Cormier, President of Products and Technologies Red Hat, ha sottolineato che il rapporto Red Hat – Ibm è di “coopetizione, con un’area competitiva circoscritta al middleware, Jboss vs WebSphere; per il resto è una win-win partnership”. Ibm “è stato il primo sostenitore della virtualizzazione aperta e a fine 2011 (con Hp e Intel oltre che con Red Hat) ha dato vita a una Open Virtualization Alliance (Bronze sponsor del Summit) che nel giro di un semestre “è letteralmente esplosa da 5 a 250 membri”.

Cloud & Open Source

Ma c’è qualcosa al di là dei numeri. Circola una percezione diffusa sull’innesco di un trend ormai irreversibile, quello delle Enterprise architecture aziendali che si aprono al cloud: “Il cloud è il nuovo livello della Enterprise Architecture” è la frase risuonata spesso nel corso dell’evento. E allora? Allora la platea del Summit, in cui siedono oltre 3.000 partecipanti, percepisce e condivide l’aspettativa che proprio la Enterprise Architecture di livello cloud porterà verso nuovi equilibri nei rapporti di forza fra soluzioni cloud chiuse, figlie di software o soluzioni proprietarie (il filone Vmware Microsoft) e soluzioni cloud aperte (il filone Rhel, che offre una pila, o stack, open source). Le architetture cloud aperte si sentono in pole position in un universo che mette al centro Internet, di per sé organicamente “open”.

Tira aria da “movimento di liberazione”, testimoniata anche dal gradimento della scritta apparsa sullo schermo alle spalle di Cormier: all’inizio della sua presentazione ha campeggiato a lungo il forte messaggio di Simon Phipps, membro del board della Open Source Initiative e guru riconosciuto del movimento open source: ”I Cio sono diventati schiavi delle licenze e delle restrizioni loro imposte dai software vendor, salvo quando possono scegliere l’open source”.

Cormier ha presentato quattro nuove soluzioni che, combinando i singoli prodotti Red Hat (da Red Hat Enterprise Linux a Red Hat Enterprise Virtualization, Red Hat Storage, JBoss Enterprise Middleware, Red Hat CloudForms e Red Hat OpenShift Platform-as-a-Service) consentono di realizzare un open hybrid cloud: OpenShift Enterprise Platform as a service, per sviluppare nuove applicazioni direttamente in cloud o ri-sviluppare quelle core business; Red Hat Hybrid Infrastructure-as-a-Service, per gestire un’infrastruttura hybrid cloud; Red Hat Cloud with Virtualization Bundle, per supportare le aziende nella fase di transizione verso il coud attraverso l’implementazione di un ambiente virtualizzato; Red Hat Storage per creare un’infrastruttura storage capace di “scalare” al public cloud (ma anche rendere possibile il percorso inverso), fornendo allo strato di storage una portabilità totale di dati e applicazioni nel cloud (o dal cloud o tra cloud).

Per un approccio evolutivo al cloud “aperto e ibrido”, e per evitare il “lock-in”

Scott Crenshaw, Vice president Cloud Business Unit di Red Hat

Per meglio comprendere l’articolazione della proposta Red Hat e la strategia perseguita dall’azienda in ambito cloud, ci facciamo aiutare da Scott Crenshaw, Vice president Cloud Business Unit di Red Hat, che, impossibilitato a partecipare al Summit, ZeroUno aveva però avuto modo di incontrare qualche settimana prima realizzando una lunga e interessante intervista.

Rivolgendosi a un Cio che consideri le sue opzioni per il cloud, Crenshaw consiglia un approccio in tre passi.

  1. Coinvolgere le linee di business e con loro definire gli obiettivi da perseguire insieme. Bisogna capire e decidere cosa si vuole dal cloud: “Con il cloud le sfide sono in fondo più culturali che tecniche: tra l’ It e gli utenti interni si instaura un modo nuovo di operare, con l’It focalizzato sul provisioning diretto di applicazioni ad alto valore, mentre altre applicazioni, oggi dispiegate manualmente da un Amministratore, diventano fruibili in self service, se gli utenti finali accettano un catalogo standardizzato”. Le domande da porsi sono: vogliamo un accesso rapido alle risorse It (applicazioni dispiegabili e server disponibili in minuti anziché rispettivamente in giorni o in un paio di mesi, nuove applicazioni sviluppabili in settimane anziché in mesi o anni)? Un accesso economico (pagamento a consumo) ed elastico? Va bene la standardizzazione delle risorse It, prerequisito alla scelta a catalogo? Va bene un uso del cloud “almeno coordinato” fra Lob e It, per evitare che proliferino applicazioni sottoscritte in autonomia dalle Lob ed evitare un rapporto fuori controllo con più provider, che renda ingovernabile l’outsourcing al cloud? Se le risposte sono positive, nasce una nuova collaborazione, organizzativamente innovativa, tra Lob e It.
  2. Scegliere tra ambiente cloud aperto o chiuso. La “decisione più importante che un executive possa prendere per la decade a seguire”, con importanti ricadute sulla posizione competitiva aziendale, è la scelta dalla Cloud Enterprise Architecture: aperta o chiusa, appunto.
    Red Hat ritiene un’architettura cloud enterprise debba essere “aperta e ibrida”. Aperta: il cliente a ogni livello della sua pila (stack) software sceglie le tecnologie da utilizzare, se usare servizi pubblici online, quali e quando. Ibrida: tra il cloud pubblico, l’on premise fisico o l’on premise virtualizzato (con uno o più ipervisori, che possono far da base o meno a un cloud privato) l’hybrid cloud consente di muovere un workload applicativo da on premise a cloud o in senso inverso, facilmente e senza costi eccessivi, in base a sole esigenze di business. Opportunità da non perdere, dice Crenshaw, è tutta l’innovazione che a getto continuo emerge – e negli anni emergerà – dai vari cloud provider concorrenti (sui livelli di servizio, su nuovi livelli di disponibilità, su scelte di prezzi e di sicurezza).
    La contrapposizione tra “aperto” e “chiuso” si pone fin da quella che può essere considerata una delle scelte abilitanti l’adozione del cloud, la virtualizzazione. “Sono possibili due virtualizzazioni cloud (con relativi modelli di business): aperta o chiusa. Da un lato il modello aperto produce uno stack in cui ogni strato può essere sostituito: virtualizzazione (Kvm), sistema operativo (Red Hat), middleware (Jboss, sostituibile ad esempio da WebSphere), storage (Gluster), strumenti di It governance (Cloudform). Dall’altro c’è un modello di business tipo Microsoft – Vmware, dove se si comincia ad usare un pezzo della loro tecnologia, per farla funzionare serve l’intero stack”, dice Crenshaw. Con un modello chiuso, la proposta diventa aggiungere all’on premise fisico un altro ambiente chiuso.
  3. Attuare un processo iterativo di selezione, implementazione e sperimentazione in cloud dei workload applicativi. Una Cloud Enterprise Architecture open hybrid consente un approccio evolutivo graduale, strutturato e a basso rischio: se un’iterazione ha successo si procede con la prossima, altrimenti si riporta il workload on premise.

Rinaldo Marcandalli
Giornalista

Consulente aziendale e giornalista. 40+ anni di esperienza nello sviluppo software, laboratorio IBM e field, nelle telecomunicazioni prima e poi nelle applicazioni e nel governo del Dipartimento It. Esperienze sul campo in settori bancario, in particolare interbancario, assicurativo e pubblica amministrazione. Da 20+ anni segue prima da consulente e poi come giornalista l’evoluzione dei processi nei settori e da 10+ anni la loro trasformazione progressiva al digitale, specializzandosi nello studio della riorganizzazione agile, digitale e smart delle Aziende.

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