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Così Linux ha conquistato i cuori mission critical

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Così Linux ha conquistato i cuori mission critical

Stabilità, supporto alle tecnologie emergenti garantito da una grande comunità di sviluppatori, basso total cost of ownership, facilità di migrazione dagli ambienti preesistenti. Queste e altre qualità hanno permesso al sistema operativo open source di erodere quote di mercato a Unix.

04 Giu 2012

di Riccardo Cervelli

È ormai da diversi anni, almeno una decina, che i sistemi operativi basati su Linux fanno girare sistemi mission critical in importanti organizzazioni, banche comprese. “L'open source – dice  Eugenio Capra, Docente di Sistemi Informativi Politecnico di Milano – presenta oggi innumerevoli vantaggi quali la flessibilità (grazie all'impiego di standard tecnologici che garantiscono la massima interoperabilità tra soluzioni e sistemi), la possibilità di partecipare attivamente all'evoluzione dell'applicazione (con la scrittura del codice a seconda delle proprie specifiche esigenze), la libertà di scelta (intesa come la possibilità di evitare il cosiddetto vendor lock-in)”.

La grande comunità di sviluppatori garantisce al kernel Linux la compatibilità con le tecnologie emergenti. “E – aggiunge Capra – moltissime aziende It (compresi i grandi player come Ibm, Hp, Microsoft, Oracle, ecc.) fanno parte, attraverso i propri sviluppatori interni, della community globale dell'open source”. I principali hardware vendor – fra cui Ibm, Hp, Dell, Intel o Amd – abbracciano anche questo sistema operativo. Sia i produttori di software sia quelli di hardware certificano le migliori distribuzioni dell’Os open source garantendo in tal modo che le operazioni basate sull’accoppiata tra le loro soluzioni e Linux abbiamo tutte le carte in regola per svolgersi in modo fluido e senza incidenti.
Sommando a questi fattori la stabilità e maturità acquisita nel corso degli anni, non stupisce più che la piattaforma sia penetrata in profondità nei sistemi informativi enterprise, espandendosi dai servizi web e dalle infrastrutture fino al supporto delle applicazioni mission critical e dei database, spesso a discapito degli Os Unix.
Gartner sostiene che il software open source nel suo insieme (quindi non solo Linux) entro il 2016 sarà presente in applicazioni mission-critical nel 99% delle aziende Global 2000.

Stabilità e facilità di gestione di Linux

Gli ambienti Linux risultano stabili, in molti casi più degli ambienti proprietari, già da tempo: è addirittura del 2007 una rilevazione condotta dalla società di ricerca Enterprise Management Associates, su un campione di 200 aziende di livello enterprise che adottavano Linux, dalla quale emergeva che molte aziende dichiaravano uptime del 100% dei loro ambienti Linux e la maggior parte riferiva una disponibilità superiore al 99,99%; il 60% degli utenti intervistati dichiarava un Mean Time To Repair inferiore a 30 minuti e con l’impiego di tool sofisticati, il tempo medio per le riparazioni risultava scendere al di sotto dei cinque minuti.
Con Linux anche il provisioning di sistemi e applicazioni è molto rapido, così come è valutato di pochi minuti il tempo settimanale dedicato dagli amministratori al management di un server con questo sistema operativo, incluse operazioni quali gestione patch, system migration e gestione della sicurezza. Molti amministratori Linux gestiscono i loro sistemi centralmente, spesso utilizzando strumenti sofisticati che semplificano e velocizzano il management (nella maggior parte dei casi sono necessari meno di 10 minuti alla settimana per il security management di ciascun server).
Le tecnologie storage quali San e Nas hanno reso la gestione e l’utilizzo dei sistemi di archiviazione indipendenti dalle piattaforme e negli ambienti più maturi agli amministratori Linux è richiesto poco tempo per gestire lo storage.
Per quanto riguarda il supporto, anche la presenza di customizzazioni e di differenti versioni non comporta un impatto significativo sull’attività di management di sistemi Linux. In molti casi, gli amministratori possono utilizzare gli stessi strumenti di gestione per governare più sistemi eterogenei che includono Linux, Unix, Microsoft e z/Os. Contrariamente a quanto alcuni pensano, i costi di consulenza e di formazione legati all’adozione di Linux non sono elevati; infatti fin dal 2007, dato anch’esso presente nella ricerca di Enterprise Management Associates, il 79% delle aziende dichiarava di non affrontare spese in consulting e per il 63% non era necessaria alcuna spesa di training.
Last but not least, la sicurezza. Linux si è rivelato all’avanguardia nell’implementazione di tecnologie innovative per la strong authentication, l’utilizzo di smart card per l’accesso regolato ai file system o l’auditing avanzato delle transazioni. Miglioramenti sono giunti anche a seguito delle misure di sicurezza richieste da normative quali Sarbanes Oxley (Sox) o Basilea 2. Piena soddisfazione anche per quanto riguarda la comparazione di Linux con altri sistemi operativi sempre in tema di security: ben il 77,2% ha dichiarato infatti una maggiore sicurezza dell’ambiente open source rispetto a tutti gli altri.
Se si vuole identificare una piattaforma alla quale il software open source ha eroso le maggiori quote di mercato, il nome è quello dei diversi “dialetti” Unix, il software di sistema dal quale lo stesso Linux è stato derivato in versioni freeware. Da tempo, per esempio, fra gli argomenti con cui Red Hat, uno dei principali produttori di distribuzioni Linux per il mondo enterprise, si sforza di convincere il mercato sulla possibilità di sostituire Unix con la piattaforma del pinguino, vengono citati prestigiosi casi di migrazione di sistemi mission critical precedentemente basati su Sun Solaris al sistema operavo Red Hat Enterprise Linux.
Nel suo Worldwide Quarterly Server Tracker, Idc ha rilevato che sulla domanda di server Linux, hanno avuto nel 2011 un impatto molto positivo l’high performance computing (Hpc) e lo sviluppo di infrastrutture cloud. Secondo Idc oggi i server Linux hanno conquistato il 18,4% del mercato con un aumento, nel terzo trimestre 2011, di 1,7 punti percentuali sullo stesso periodo del 2010 mentre i server Unix hanno registrato un calo del 10,7% nell’intero 2011 sul 2010.
Nel gennaio di quest’anno The Linux Foundation,  in partnership con Yeoman Technology Group, ha pubblicato i dati di una survey focalizzata su 428 utenti che lavorano in aziende con fatturato superiore ai 500 milioni di euro e che impiegano oltre 500 dipendenti (alla quale ZeroUno dedicherà a breve un articolo specifico)  nella quale si evidenzia come sulla continua erosione di quote di mercato da parte di Linux a discapito di Unix (ma anche di Windows) abbia un forte impatto anche il fenomeno dei Big Data: oltre il 75% dei rispondenti ha infatti dichiarato che la scelta di migrazione verso Linux si riallaccia in qualche modo alla problematica dei  Big Data e il 72% ha scelto Linux proprio per supportare la gestione di questi.

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I driver che spingono l’adozione di Linux – (fonte: 2012 Linux Foundation Report)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Criticità e problemi? Dalla survey emerge un generale stato di soddisfazione da parte degli utenti. Tuttavia le preoccupazioni maggiori, sia pure in diminuzione rispetto alle rilevazioni di alcuni anni fa, continuano a riguardare la difficoltà di interoperabilità di Linux con altre piattaforme e applicazioni (35,3%) e, ancora una volta, le adeguate competenze comunque necessarie a presidiare le tecnologie open source (32,5%) soprattutto nella fase di integrazione con il resto del sistema informativo.

I driver che spingono l’adozione di Linux – (fonte: 2012 Linux Foundation Report)

 

Riccardo Cervelli

Giornalista

Nato nel 1960, giornalista freelance divulgatore tecnico-scientifico, nell’ambito dell’Ict tratta soprattutto di temi legati alle infrastrutture (server, storage, networking), ai sistemi operativi commerciali e open source, alla cybersecurity e alla Unified Communications and Collaboration e all’Internet of Things.

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