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Csc: cloud privato senza investimenti

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Csc: cloud privato senza investimenti

Un bilancio del primo anno dell’offerta BizCloud e qualche considerazione sul mercato cloud italiano con Stefania di Cristofaro, director Strategy & Market Development di Csc Italia.

07 Set 2012

di Daniele Lazzarin

Nell’attuale panorama d’offerta di cloud computing, una proposizione riconosciuta come innovativa anche da analisti come Gartner è BizCloud di Csc, in pratica un private cloud senza investimenti iniziali e pagato come servizio pay-per-use. BizCloud si basa su Vblock, le appliance preintegrate di server virtuali, storage e networking di Vce (l’alleanza Cisco-Emc-VMware), che sono anche i componenti di base di CloudCompute, la piattaforma IaaS (infrastructure-as-a-service) con cui Csc eroga anche servizi public cloud. L’azienda utente può così

Stefania di Cristofaro, director Strategy & Market Development di Csc Italia

scegliere di realizzare una cloud privata (a casa propria o presso i data center Csc), su cui gestire i workload mission-critical, demandando al public cloud altri workload che richiedono più risorse: il tutto, promette Csc, indifferentemente alle stesse tariffe pay-per-use. Tariffe che per Gartner costituiscono un altro elemento innovativo, essendo basate sul consumo di CPU e memoria Ram. Di tutto questo e della situazione del mercato cloud italiano abbiamo parlato con Stefania Di Cristofaro, director Strategy & Market Development di Csc Italia.

Primo cliente: Fiat

“Il nostro obiettivo è di unire la sicurezza e il controllo tipici di un cloud privato alla flessibilità, assenza di investimenti e tariffazione pay-per-use del cloud pubblico – ci spiega Di Cristofaro -. Certo, il cloud in-house richiede un certo tempo per essere messo a punto, ma parliamo al massimo di 10 settimane”.

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BizCloud offre diverse opzioni: “Il cliente può scegliere di avere solo l’infrastruttura a disposizione con un livello di disponibilità garantito, decidendo di volta in volta da un catalogo di servizi di attivare virtual machine, aumentare lo storage, eccetera, e facendo tutto per conto proprio (opzione Silver); oppure può affidare la gestione a Csc senza disaster recovery (opzione Gold), o con disaster recovery (opzione Platinum)”. La scelta del livello di servizio, sottolinea Di Cristofaro, è sulla singola Vm (virtual machine), “quindi anche in modalità cloud privato il cliente ogni mese può scegliere quali Vm gestire da sè, per esempio per sviluppi e test, e quali affidare a Csc, per esempio per workload particolarmente pesanti, e quali mettere anche in disaster recovery”.

Csc ha lanciato quest’offerta in Europa lo scorso giugno, “e il bilancio del primo anno in Italia parla di un primo cliente già attivo, e di una serie di trattative ben avviate”. Di Cristofaro non nomina ufficialmente il cliente ma si tratta di Fiat, che come prima applicazione ha usato BizCloud come base di un nuovo portale web business-to-consumer per la presentazione dei nuovi modelli di auto. “Questo cliente sta utilizzando BizCloud come private cloud per gestire workload di diverso tipo: ambienti di test e produzione, Microsoft e non”. A parte l’assenza di investimenti iniziali, sottolinea Di Cristofaro, il cliente ha apprezzato soprattutto la possibilità di gestire autonomamente un’infrastruttura estendibile a piacere dal proprio data center, “cosa che aiuta tra l’altro per l’integrazione con i sistemi esistenti e la gestione della sicurezza”.

I grandi progressi delle aziende italiane

Sul mercato italiano, continua la manager Csc, le grandi aziende pensano quasi solo al private cloud: “Il public cloud si considera solo per provare applicazioni non mission-critical, magari dalla singola divisione e spesso all’insaputa dell’It centrale”. Quanto alle medie aziende, “anche a loro interessa soprattutto il private cloud, che però nell’approccio classico richiede forti investimenti iniziali fuori dalla loro portata: per questo ripiegano sul public cloud, e in quest’ottica, per un’offerta come BizCloud, le medie aziende sono un target molto interessante”.

In Italia c’è ancora molto da fare per la diffusione del cloud (vedi sotto), “ma è anche giusto sottolineare i progressi dell’ultimo anno: le organizzazioni utenti, in particolare, hanno fatto un lavoro impressionante di comprensione di concetti e tecnologie non facili, e di analisi degli impatti sul loro business”. Oggi nelle presentazioni, sottolinea Di Cristofaro, “non dobbiamo più spiegare tecnologie e benefici: ci limitiamo alle caratteristiche specifiche della nostra offerta, e a rispondere alla domanda oggi più frequente: come si integra la nostra proposta cloud con i sistemi esistenti del cliente”.

A questo proposito, conclude Di Cristofaro, “una recente novità è l’inserimento di un tool di automazione specifico per il cloud, Ciac di Cisco [Cisco Intelligent Automation for Cloud, ndr], che si colloca ‘on top’ rispetto al nostro orchestratore delle risorse cloud e gestisce tra l’altro l’integrazione con i sistemi esistenti. Per il resto proponiamo le nostre opzioni standard e una gamma di servizi a corredo, sottoscrivibili anche di mese in mese, per avvicinarci il più possibile alle esigenze del cliente”.


Cloud in Italia: cosa si può fare

Nel cammino delle aziende italiane verso il cloud, una barriera, secondo Stefania Di Cristofaro, director Strategy & Market Development di Csc Italia, è la carenza infrastrutturale: “La connettività di qualità purtroppo in Italia non è un dato di fatto, soprattutto per le Pmi in zone lontane dalle aree metropolitane più cablate”.

Anche i grandi player dell’It però potrebbero fare di più: “Servirebbe una posizione più univoca e una volontà più forte di fare pressione su chi prende decisioni a livello nazionale che influenzano pesantemente il nostro settore”. Un esempio è il manifesto che i partecipanti agli eventi Finaki stanno elaborando per proporlo al Governo: “E’ un’iniziativa interessante perchè è espressione sia della domanda che dell’offerta di Ict in Italia, e si basa quindi su una visione congiunta delle problematiche del settore”.

Una di queste problematiche è la strategia cloud della Pa, un settore che potrebbe trarre enormi benefici dal cloud. “Penso che la decisione vada presa a livello governativo: in Canada, per esempio, la direttiva è stata ‘tutti i servizi It pubblici vanno in cloud, tranne quelli di cui si riesce a dimostrare la convenienza economica di gestirli in casa”. Una scelta molto forte, di imposizione per tutta la Pa centrale e locale, “ma d’altra parte il rischio in Italia è di ripetere l’errore già fatto per altre tecnologie, e cioè lasciare l’iniziativa ai singoli enti, cosa che porta a un proliferare di servizi e piattaforme con molte sovrapposizioni, ridondanze e inefficienze”.

Daniele Lazzarin

Giornalista

Ingegnere gestionale (Politecnico di Milano) e giornalista professionista dal 1999. Scrivo di progetti di digitalizzazione nelle aziende e business application.

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