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Cos’è il cloud storage e quale servizio scegliere per il backup e il data recovery

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Technology HowTo

Cos’è il cloud storage e quale servizio scegliere per il backup e il data recovery

01 Set 2017

di Giampiero Carli Ballola

Portare lo storage sul cloud garantisce ai responsabili It I&O (infrastrutture e operazioni) il backup e il ripristino dei dati in modo sicuro, economico e senza impegnare risorse proprie. Ma sebbene il backup in cloud sia un servizio tra i più diffusi va adattato con attenzione ai bisogni dell’It e del business per poter davvero definire il miglior servizio di cloud storage aziendale, adeguato a ogni specifica esigenza. In questo articolo valutiamo prima di tutto cos’è il cloud storage e quindi: come scegliere tra cloud pubblico e ibrido, i requisiti primari per l’implementazione e soprattutto, mettendo diversi servizi cloud a confronto, i criteri per la selezione del fornitore di soluzioni di archiviazione online

Lo storage dati è il servizio cloud certamente più vecchio, diffuso e consolidato. Nasce in pratica, anche se in forma del tutto trasparente all’utente, con i servizi di posta elettronica; si diffonde in ambito consumer con i servizi gratuiti di storage e archiviazione on-line offerti dai gestori di telefonia mobile e arriva infine ai servizi di cloud storage aziendale pensati per le imprese. Poiché questi nostri articoli ‘pillar’ sono dedicati a ‘cosa fare’ e parliamo a responsabili It, non diremo dei vantaggi di mettere i dati, specialmente quelli non strutturati, sul cloud, sia perché si tratta di cose note e sintetizzabili in tre parole: risparmio, scalabilità e sicurezza; sia perché se state pensando ai servizi di storage o anche solo di archiviazione cloud li avrete certamente già considerati. 

Con queste premesse, si potrebbe credere che trasmettere i propri dati a un cloud service provider perché li tratti, archivi e conservi per nostro conto (perché questo è il significato dello storage cloud) sia una pratica adottata dalla maggioranza delle imprese. In realtà non è così. Certo, esistono società che hanno tutti i loro dati all’esterno, ma si tratta delle classiche eccezioni che confermano la regola. 

Secondo un’indagine svolta nel 2016 da TechTarget su 366 responsabili It, il 60% avrebbe “una qualche forma di cloud storage”, il che sarebbe un buon livello, se non fosse che quasi la metà di questo 60% ha sul cloud meno di 10 Tb, troppo poco per parlare di dati business. Difatti, a una diversa domanda, il 56% degli intervistati risponde d’avere sul cloud meno di un quinto dei propri dati. 

Simile l’idea che si può trarre da un’indagine 2016 di Forrester, secondo la quale il 53% delle infrastrutture di data center sta in casa, proprietà aziendale, e un 16% è in colocation, cioè presso un service provider ma gestite dall’It dell’impresa. Ciò vuol dire una cosa sola: che sebbene il ricorso al cloud sia una priorità, la sua adozione, salvo che nelle piccole e piccolissime imprese, è più diffusa allo stadio di proof-of-concept che di produzione.  

I servizi di cloud storage per il backup e il disaster recovery  

Con un’eccezione: ed è il cloud storage per il backup e disaster recovery. Quest’area, stando a uno studio di 451 Research, è di gran lunga al primo posto negli acquisti 2016 di servizi cloud, con un rank del 44% contro il 24% a pari merito dei servizi di supporto It e di cloud migration, le due aree seguenti. Una scelta logica, in quanto si tratta di attività dove i vantaggi di risparmi, scalabilità e soprattutto sicurezza del cloud sono più evidenti. Perciò questo ‘pillar’ sullo storage cloud prenderà in primo luogo in considerazione le operazioni per il backup e disaster recovery (DR) su cloud pubblico o ibrido. Riteniamo infatti di poter escludere il cloud privato perché è un servizio relativo all’infrastruttura, data in possesso all’azienda utente (o anche di sua proprietà) e gestita e controllata dall’It aziendale. Esula quindi dal concetto di esternalizzazione che fa da discriminante ai servizi storage cloud. 

Sia il cloud pubblico che quello ibrido offrono ottima scalabilità, elevata sicurezza (migliore per l’ibrido grazie ai controlli installabili sulla parte privata) e buona availability. Le maggiori differenze stanno nelle prestazioni e nei costi. Nelle prime vince l’ibrido per la possibilità di avere un’area storage privata che fa da cache per i dati attivi e per il traffico da e verso il cloud pubblico (il che aumenta anche l’availability). Nei secondi vince il cloud pubblico per il minor investimento e costo d’esercizio pay-per-use. Quindi: se l’obiettivo è solo il backup e il disaster recovery andrà bene il cloud pubblico; altrimenti si realizzerà una soluzione ibrida, con risorse storage proprie o delle quali avere il controllo, per i dati attivi. 

Come realizzare la migliore soluzione di cloud storage aziendale, guida all’implementazione

 Per realizzare il miglior servizio di cloud storage per l’azienda bisogna rispondere a queste domande: 

La difficoltà di scegliere il fornitore di servizi di cloud storage, qualche suggerimento  

Tranne questi quattro punti, quasi tutti gli altri problemi dipendono dalle caratteristiche del servizio offerto e vanno esaminati e discussi con il potenziale fornitore, la cui scelta è di fatto la vera difficoltà dell’implementazione stessa. Da tale scelta dipendono gli aspetti tecnologici dell’implementazione, a loro volta legati alle tecnologie presenti in azienda, specie se, come è probabile, vi sia già una virtualizzazione dell’infrastruttura. Non potendo ovviamente prevedere ogni possibile caso, ricordiamo che quanto segue va visto alla luce di ciò che si ha in casa, per limitare gli interventi necessari all’interoperabilità tra i sistemi del cloud provider e quelli interni. Siccome qualcosa vi sarà comunque da fare, è importante nelle trattative e nell’eventuale contratto che il fornitore assicuri e definisca il suo livello di collaborazione. Ciò vale soprattutto per il disaster recovery: poichè per fortuna non è una cosa frequente, è probabile che non vi siano in casa persone con esperienza. È quindi importante che il fornitore assicuri un’assistenza 24/7 e si possa fare un test per verificare la capacità di restore dei dati. 

Ciò detto, elenchiamo quelle caratteristiche indipendenti sia dalla dimensione dell’impresa (e quindi dal volume di dati atteso) sia dal business e dall’It (e quindi dal tipo e formato di dati) sulle quali il servizio di cloud storage offerto va misurato.  

  • Velocità – oltre a variare da fornitore a fornitore, cambia anche in funzione del tipo di file e dell’applicazione in uso per i backup. Bisogna quindi, scelti i possibili provider, fare un test facendo il backup in cloud dei file tipici delle operazioni di business. Per accelerare il recupero dei dati, tutti i provider usano disk-array ad accesso random e parallelizzato che garantiscono il recupero di un file in pochi secondi. I dischi a stato solido (SSD) sono oggi riservati allo storage sui dati attivi ma vari analisti ritengono che nel biennio 2017-18 la tecnologia si estenderà ai servizi meno esigenti in fatto di prestazioni, come appunto il backup e DR. Concludiamo ricordando l’eccezione di Amazon Glacier, servizio di archiviazione online a lungo termine, dove recuperare un dato record richiede molto tempo. In tal caso, conviene prima scaricare da Glacier tutto il data set e poi fare una ricerca locale.  
  • Dispositivi esterni – bisogna che il service provider preveda la copia da dischi esterni della marca e modello dei sistemi Nas (Network attached storage) usati in azienda. Lo stesso vale per gli smartphone o tablet dei dipendenti: se contengono dati aziendali devono poter essere copiati sul cloud, magari passando da un’area storage di transito.  
  • Backup e restore – verificare che il servizio preveda tool (da non confondere con gli snapshot, che lavorano in locale) per marcare i file modificati e trasferire i blocchi cambiati aggiornando la copia di backup. Siccome i tempi di backup e restore dipendono entrambi da connettività, hardware e gestione delle code, se occorre un restore rapido bisogna capire quale servizio cloud scegliere individuando quello che offra il backup in cloud più veloce. Conviene comunque tenere un sistema di backup in casa, un po’ per maggior sicurezza contro la caduta di un server e del suo storage diretto e un po’ per le operazioni di copia da device esterni di cui sopra. 
  • Crittografia – controllare che sia fatta prima che i dati siano inviati al cloud, ma dopo la compressione e de-duplicazione, perché il file crittografato poi non è più comprimibile. 
  • Capacità – sarà ovvio, ma bisogna capire bene se e quali sono i limiti al volume di dati da trattare, perché aggiornare un contratto in atto può essere costoso. 
  • Compatibilità – i sistemi operativi, gli script, i setup delle Vpn (virtual private network), le immagini delle macchine virtuali e delle applicazioni possono cambiare da un cloud provider a un altro. Anche se si va verso una convergenza, la situazione è fluida e l’interoperabilità della piattaforma storage e backup scelta con quella di altri provider va verificata per non trovarsi legati al fornitore. 

Quale servizio cloud scegliere, come valutare l’offerta

L’offerta di piattaforme di cloud storage oggi è alquanto frammentata, per cui è probabile che si andrà consolidando tramite molte fusioni e acquisizioni. Per non rischiare è meglio quindi puntare su vendor solidi e di valore riconosciuto. Per questo, posto che i requisiti tecnici vadano bene, conviene andare a vedere che si dice delle piattaforme in esame e dei loro fornitori. 

Sia Forrester Research, che Gartner e Idc fanno classifiche ad hoc e poiché ciascuno di questi istituti adotta diversi criteri di analisi (tipicamente qualitativo su strategia e posizionamento dell’offerta per i primi due e quantitativo sulla presenza nel mercato per Idc) mettere i servizi cloud a confronto significa anche muoversi tra opinioni e dati capaci di dare un quadro abbastanza completo sul soggetto in esame. Queste cose spesso sono in report a pagamento, ma gli stessi istituti rilasciano estratti e anticipazioni gratuite, a volte in forma di comunicati ai media. È utile quindi fare ricerche alla voce ‘notizie’, dove i vendor pubblicano ciò che li riguarda (ovviamente se positivo) e lo stesso fanno i loro concorrenti. Nelle news si trovano anche informazioni sullo stato finanziario e anticipazioni sulle strategie di merging & acquisition. Naturalmente, il modello aperto della Rete dà spazio anche a pareri di parte (molti blogger si lanciano in opinioni personali) e fonti non controllate. Per avere notizie affidabili quindi conviene seguire pubblicazioni, blog e portali d’informazione la cui stabilità e reputazione sia stata provata nel tempo. Importante, per finire, ricordare di controllare dove si trovino fisicamente le infrastrutture del provider, privilegiando chi si appoggia a centri posti, se non in Italia, almeno in paesi europei soggetti alle regole UE sulla responsabilità per la sicurezza e la riservatezza dei dati gestiti. 

È difficile (e forse nemmento troppo sensato), voler scindere e isolare i servizi per il data e il disaster recovery dal resto dell’offerta di servizi cloud. Ciò vale soprattutto per i grandi vendor: ossia la ‘triade’ dei leader formata da Amazon WS, Google e Microsoft (magic-quadrant 2016 di Gartner), così come Alibaba, Ibm, Oracle e Rackspace che, sempre secondo Gartner, sono gli ‘sfidanti’. 

Volendo però fare qualche nome, TechTarget (portale sulle strategie d’investimento It) ritiene che Ibm sia il vendor di riferimento per la business continuity, sia per la somma di capacità offerte sia per l’esperienza nel configurare soluzioni di cloud ibrido. Forte, come Ibm, d’avere propria piattaforma e data center, Microsoft fornisce un data recovery di classe enterprise che fa leva sulla compatibilità end-to-end delle sue soluzioni. Orientati alle grandi imprese sono anche i servizi di HpE (HP Enterprise) che ha soluzioni sia per il backup e recovery sia per lo storage operativo, dove il cloud è un’estensione della San aziendale ed è ad essa integrato, queste ultime giudicate positivamente dagli analisti Frost & Sullivan per le capacità di smistamento dei carichi di lavoro. 

Naturalmente, il mercato offre anche una buona scelta di storage provider orientati alle PMI. Nota per il software di backup e restore True Image, Acronis fornisce servizi di backup veloce e disaster recovery adatti, per facilità d’implementazione, a imprese prive di risorse specialistiche interne. Lo stesso vale per le soluzioni cloud di Datto che è presente in Italia tramite la milanese Achab. Non si può ignorare infine Aruba.it, che grazie ai propri data center, offre servizi sia di tipo pubblico che di tipo ibrido e privato.

Giampiero Carli Ballola
Giornalista

Giampiero Carli-Ballola, nato nel 1942 e giornalista specialista in tecnologia, collabora con ZeroUno dal 1988. Segue i processi di digitalizzazione del business con particolare attenzione ai data center e alle architetture infrastrutturali, alle applicazioni big data e analitiche, alle soluzioni per l’automazione delle industrie e ai sistemi di sicurezza.

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