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Basta illusioni di autarchia, ecco la rotta per il cloud sovrano


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Dall’Osservatorio Cloud Ecosystem & Sovereignty del Polimi emerge una nuova sovranità digitale basata sul pragmatismo metodologico. Mentre il mercato cloud italiano tocca i 9,5 miliardi, le imprese bilanciano l’adozione dell’AI e il controllo delle filiere tecnologiche globali

Pubblicato il 26 ott 2026



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sovranità digitale cloud
Alessandro Piva, Direttore dell'Osservatorio Cloud Ecosystem & Sovereignty




«Dobbiamo abbandonare l’idea dell’autarchia o dell’autosufficienza completa lungo tutti i livelli dello stack tecnologico e delle filiere»: con questa presa di posizione Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio Cloud Ecosystem & Sovereignty della School of Management del Politecnico di Milano, ha aperto la presentazione della ricerca 2026, ridefinendo i contorni operativi della sovranità digitale cloud.

Archiviata l’illusione di un’indipendenza autarchica irrealizzabile a tavolino, il presidio delle architetture enterprise cessa di rappresentare una sterile barriera difensiva per trasformarsi in una complessa partita di politica industriale e capacità negoziale.

A chiarire la direzione intrapresa dalle istituzioni comunitarie e dalle grandi organizzazioni è lo stesso Piva: «Assistiamo a un chiaro cambio di prospettiva: si passa da un approccio difensivo e di tutela – volto a individuare le dipendenze e le vulnerabilità critiche – a un’attenzione marcata verso la creazione delle infrastrutture e della capacità tecnologica necessaria a costruire la nervatura su cui si svilupperanno il futuro del cloud, l’analisi dei dati e l’intelligenza artificiale».

Per i tech leader, governare questa discontinuità significa superare la logica passiva della pura conformità per imparare a presidiare le tecnologie critiche senza recidere i collegamenti con i nodi dell’innovazione globale.

Oltre la compliance difensiva: il Tech Sovereignty Package e l’autonomia strategica

Dall’era GDPR alla costruzione di capacità computazionale

Il percorso regolatorio europeo ha attraversato una metamorfosi profonda tra il 2018 e il biennio 2025-2026. La prima stagione normativa si è concentrata sulla fissazione di perimetri di protezione e sulla mitigazione del rischio: l’entrata in vigore del GDPR, seguita dai quadri NIS2, DORA, Data Act e Cyber Resilience Act, ha risposto all’urgenza di disciplinare il mercato e tutelare il patrimonio informativo aziendale.

La fase attuale sposta il baricentro dell’azione pubblica verso la politica industriale attiva e il consolidamento delle infrastrutture abilitanti.

Il punto di convergenza di questa traiettoria è il Tech Sovereignty Package, all’interno del quale si collocano le proposte del Cloud and AI Development Act (CADA), il Chips Act 2.0 e l’AI Continent Action Plan.

Questi strumenti intervengono per superare la frammentazione normativa, introducendo standard omogenei di classificazione dei dati e requisiti definiti per l’adozione delle piattaforme cloud. Un impianto organico che consente a CIO e architetti aziendali di orientare gli investimenti tecnologici su regole certe e condivise a livello continentale.

Il perimetro operativo della sovranità: presidiare le filiere senza isolarsi

Il confronto istituzionale ha recepito l’impossibilità oggettiva di duplicare a livello domestico ogni singolo livello dell’hardware e del software enterprise. L’orientamento espresso dalla Commissione Europea inquadra la sovranità digitale come la prerogativa di esercitare indipendenza decisionale restando saldamente connessi ai network e alle filiere globali.

Piva ribadisce: «Competere significa saper azionare le giuste leve all’interno di un mercato fortemente consolidato: garantire l’accesso alle materie prime e ai semiconduttori, costruire alternative valide, esercitare un reale potere contrattuale, integrarsi e aprirsi alle filiere globali, e presidiare quanto più possibile le infrastrutture e le tecnologie critiche». L’obiettivo prioritario per le imprese risiede nella protezione dei carichi di lavoro ad alta criticità, garantendosi al contempo la piena scalabilità assicurata dai grandi operatori internazionali.

La concentrazione globale dell’offerta cloud

M&A e polarizzazione geografica: il 90% dei capitali resta in Nord America

La mappatura elaborata dall’Osservatorio sulle operazioni straordinarie di fusione e acquisizione concluse dai primi cinquanta fornitori tecnologici globali evidenzia una marcata polarizzazione geografica dei capitali, con un divario strutturale tra le due sponde dell’Atlantico.

I numeri dell’indagine illustrano una dinamica di allocazione quasi del tutto chiusa: «Dai dati emerge un approccio nettamente concentrato a livello geografico: il Nord America assorbe oltre 200 miliardi di dollari di investimenti, mantenendo circa il 90% di questi capitali all’interno del proprio mercato domestico». Su un totale complessivo di 243 miliardi di dollari distribuiti su 327 operazioni, gli investitori nordamericani muovono 194,5 miliardi, diretti per 194,6 miliardi verso target della loro stessa area geografica. L’Europa attrae appena 17 miliardi di dollari come mercato di destinazione ed esprime 21 miliardi come investitore, evidenziando una capacità di spesa dieci volte inferiore rispetto alla controparte statunitense.

Il baricentro dell’intelligenza artificiale: integrazione verticale e investimenti a circuito chiuso

A polarizzare questi volumi finanziari è l’infrastruttura computazionale richiesta dallo sviluppo dell’AI. La suddivisione per settore tecnologico assegna all’intelligenza artificiale la fetta più cospicua delle risorse: 140 deal per un ammontare di 105 miliardi di dollari, pari al 43% dell’intero capitale censito e con una dimensione media di 877 milioni di dollari per singola operazione. Il comparto stacca le allocazioni dirette in cloud tradizionale (50 miliardi su 39 deal), data protection (32 miliardi) e componentistica elettronica (32,3 miliardi).

Questa concentrazione di liquidità alimenta due fenomeni convergenti. Da un lato, i grandi fornitori sviluppano un’integrazione verticale capillare per controllare l’intera filiera: dalle architetture di calcolo e inferenza fino ai Foundation Model, ai tool per sviluppatori, ai SaaS verticali e alla Physical AI. Parallelamente, il paradigma as-a-Service si estende alla capacità computazionale specializzata tramite la diffusione dei Neocloud e dei modelli di GPU-as-a-Service (GPUaaS).

Intorno a queste infrastrutture si è consolidato un meccanismo di capitalizzazione circolare in cui hardware, quote societarie e crediti di calcolo si alimentano reciprocamente.

«All’interno di questo circuito – continua Piva – gli stessi attori figurano contemporaneamente come clienti, fornitori e investitori reciproci, creando un’interdipendenza strategica all’interno di un perimetro molto ristretto che influenza fortemente anche i mercati dei capitali e l’emissione di debito». Una dinamica proprietaria che consolida posizioni dominanti e innalza barriere all’ingresso quasi insormontabili per gli operatori privi di analoga scala finanziaria.

Il mercato europeo tra egemonia degli hyperscaler e nuove garanzie locali

Il controllo del 92% del fatturato continentale verso il traguardo dei 131 miliardi

L’effetto combinato di potenza di calcolo e investimenti finanziari si riflette direttamente sui volumi di vendita registrati in Europa. La spesa per servizi IaaS e PaaS sul territorio continentale mostra un’espansione costante: dagli 86,5 miliardi di dollari del 2024 ai 102 miliardi del 2025 (+18%), fino a raggiungere la stima di 131,4 miliardi di dollari per il 2026, con un balzo del +29%.

Il consolidamento premia in misura quasi integrale i provider statunitensi, che presidiano il 92% del fatturato europeo complessivo. I primi tre hyperscaler (AWS, Microsoft Azure, Google Cloud) detengono da soli il 68% del mercato, guadagnando 3 punti percentuali su base annua.

La quota residua del comparto USA copre il 24%, lasciando ai fornitori europei un marginale 8%. La dinamica della crescita evidenzia come l’espansione dei ricavi non sia alimentata esclusivamente dai consumi ordinari delle imprese, ma rifletta gli scambi interni alla filiera tecnologica per sostenere l’infrastruttura dell’Intelligenza Artificiale.

L’adattamento dell’offerta globale: region dedicate e alleanze infrastrutturali

Per recepire i requisiti posti dalle istituzioni europee e intercettare la domanda dei settori regolamentati, i player globali hanno riorganizzato la propria offerta con modelli di presenza locale. La strategia punta a garantire sovranità operativa e residenza del dato senza disperdere i vantaggi di scala delle piattaforme iperscalabili.

Questo riposizionamento si traduce nell’attivazione di region dedicate – come l’AWS European Sovereign Cloud localizzato in Germania con investimenti previsti per oltre 7,8 miliardi di euro – e in accordi industriali con i grandi operatori telco nazionali, quali le collaborazioni strette da Microsoft con TIM e da Google Cloud con Telefónica. Tali configurazioni assegnano a entità locali le chiavi di cifratura e il presidio logico degli accessi, offrendo una risposta architetturale ai requisiti di conformità richiesti dai regolatori.

Gli investimenti cloud in Italia

La fotografia del mercato nazionale: 9,48 miliardi di euro nel 2026

L’andamento della domanda in Italia riflette una crescita solida ma ancorata a metriche differenti rispetto al trend continentale. La spesa aziendale in servizi cloud passerà dagli 8,13 miliardi di euro del 2025 a un valore stimato di 9,48 miliardi di euro nel 2026, registrando un tasso di incremento del +17%.

Piva mette in luce il disallineamento tra l’accelerazione dell’offerta europea e l’effettivo assorbimento della domanda domestica: «Il ritmo di crescita della spesa delle imprese italiane (+17%) appare più contenuto rispetto all’espansione del fatturato dei provider in Europa (+29%), indicando che i massicci investimenti infrastrutturali europei non si sono ancora tradotti pienamente in consumi da parte delle aziende del nostro Paese».

La ripartizione dei budget enterprise assegna al Public & Hybrid Cloud il ruolo di cardine principale con 6.798 milioni di euro (+17%). L’incremento percentuale più sostenuto appartiene tuttavia al Virtual Private Cloud, che sale a 1.657 milioni di euro crescendo del +19%, mentre la Data Center Automation assorbe 1.028 milioni di euro (+13%). L’accelerazione impressa al Virtual Private Cloud segnala la determinazione delle organizzazioni a conservare ambienti isolati e un presidio diretto sulle componenti core del sistema informativo.

La dinamica del Public Cloud: la trazione del SaaS e degli applicativi AI

L’osservazione dettagliata del segmento Public & Hybrid Cloud fa emergere le priorità operative delle direzioni informatiche, orientate a modernizzare rapidamente il parco applicativo riducendo la complessità di gestione dell’hardware.

La voce infrastrutturale (IaaS) mantiene la dimensione economica più ampia con 3.004 milioni di euro (+14%), affiancata dalle piattaforme di sviluppo (PaaS) che raggiungono 1.162 milioni di euro (+16%). La quota a maggiore dinamismo è il software applicativo (SaaS), che totalizza 2.632 milioni di euro con una crescita del +20%.

La spinta sul SaaS è sostenuta dai progetti di IT Security e dalla repentina diffusione di soluzioni di intelligenza artificiale già integrate nei software pronti all’uso, permettendo alle linee di business di adottare funzionalità avanzate senza dover affrontare complesse fasi di configurazione infrastrutturale.

La cordata tra istituzioni e mercato

La realizzazione della sovranità digitale cloud non può dipendere da scelte tecnologiche isolate né ridursi a petizioni di principio prive di riscontro industriale. Le evidenze emerse dalla ricerca del Politecnico di Milano indicano che la costruzione di una solida autonomia strategica passa dall’adozione di un pragmatismo metodologico condiviso tra politica economica e decisioni enterprise.

Per illustrare il livello di coordinamento richiesto, Piva ricorre a una suggestione alpinistica: «prendendo come metafora la scalata, la cordata composta da istituzioni, filiera tecnologica e organizzazioni deve dimostrare una spiccata capacità di adattamento per competere in un contesto che evolve molto rapidamente».

Il compito demandato ai CIO e agli executive richiede un bilanciamento continuo tra spinta all’innovazione e governo delle vulnerabilità: «Per raggiungere l’autonomia strategica occorre comprendere quali livelli di autonomia siano concretamente perseguibili, garantendo l’accesso alle tecnologie e alle risorse chiave per consentire alle organizzazioni di bilanciare innovazione e controllo di fronte ai futuri scenari di discontinuità». Una direzione manageriale che impone di mappare rigorosamente i dati critici, pretendere garanzie contrattuali solide e coltivare internamente quelle competenze architetturali indispensabili per governare le piattaforme esterne senza diventarne ostaggio.

FAQ: Cloud Computing

Il cloud computing è una tecnologia che permette di utilizzare risorse informatiche come server, storage, database, rete, software e altro ancora tramite internet, invece di doverle possedere e gestire fisicamente. Funziona come una “nuvola” di servizi e risorse disponibili online a cui accedere quando se ne ha bisogno, in modo flessibile e scalabile, senza la necessità di gestire l’infrastruttura IT in prima persona. Il termine deriva dall’uso di un simbolo a forma di nuvola per rappresentare Internet nei diagrammi di rete. Oggi, circa l’80% delle aziende utilizza servizi cloud per ottimizzare le proprie operazioni e ridurre i costi di gestione dell’infrastruttura IT. Il cloud computing si basa sulla virtualizzazione dei centri di calcolo accessibili attraverso Internet, un percorso iniziato negli anni Sessanta con le prime architetture di rete che permettevano di collegare diversi terminali al processore principale.

Esistono diverse tipologie di cloud computing, ciascuna con caratteristiche specifiche:

1. Cloud Privato: un’architettura dedicata a un singolo utente o organizzazione, con accesso completamente isolato e alto livello di personalizzazione e controllo delle risorse. Può essere ospitato in una struttura apposita o nel datacenter locale.

2. Cloud Pubblico: un’architettura in cui tutto il back end è di proprietà del fornitore, che lo gestisce e se ne assume la responsabilità. Le risorse sono condivise con altri utenti e messe a disposizione “on-demand”.

3. Cloud Ibrido: combina elementi di cloud pubblico e privato, permettendo di spostare le risorse tra l’azienda e la “nuvola” a seconda delle esigenze.

4. Community Cloud: cloud a disposizione di più soggetti con attività o business in comune.

5. Multicloud: l’utilizzo di più “nuvole” da parte della stessa azienda, noleggiando servizi diversi da fornitori diversi.

Secondo l’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, il 46% delle grandi organizzazioni adotta strategie ibride e mirate, mentre l’approccio Cloud First è in calo.

I principali modelli di servizio nel cloud computing sono:

1. SaaS (Software as a Service): un modello di distribuzione del software in cui il programma viene eseguito su cloud e reso disponibile on-demand attraverso una connessione Internet. Gli utenti accedono alle applicazioni tramite interfacce web senza preoccuparsi dell’infrastruttura sottostante.

2. PaaS (Platform as a Service): un ambiente di sviluppo memorizzato ed eseguito in cloud che include server, spazio di archiviazione, reti, strumenti di sviluppo e hosting. Permette agli sviluppatori di concentrarsi sulla creazione di applicazioni senza gestire l’infrastruttura.

3. IaaS (Infrastructure as a Service): fornisce accesso on-demand a risorse di infrastruttura come server virtuali, storage e reti. Le aziende possono gestire le proprie risorse di calcolo in modalità distribuita senza preoccuparsi dell’hardware fisico.

4. Serverless Computing: un modello in cui il provider cloud gestisce automaticamente l’allocazione delle risorse, permettendo agli sviluppatori di concentrarsi solo sul codice.

Secondo i dati dell’Osservatorio Cloud Transformation, in Italia l’Infrastructure as a Service (IaaS) ha raggiunto 2,63 miliardi di euro (+23%) e rappresenta il 45% del mercato cloud.

Nel settore del cloud computing, ci sono quattro player principali che dominano il mercato globale con circa il 60% della quota complessiva:

1. Amazon Web Services (AWS): pioniere e leader del settore, offre un’ampia gamma di servizi cloud.

2. Microsoft Azure: particolarmente forte nelle soluzioni enterprise e nell’integrazione con altri prodotti Microsoft.

3. Google Cloud Platform (GCP): noto per le sue capacità in ambito di big data e machine learning.

4. Alibaba Cloud: dominante nel mercato asiatico, in particolare in Cina.

Altri attori significativi nel mercato includono IBM Corporation, Oracle, Rackspace Hosting, Inc., Fujitsu Ltd., DELL EMC Corporation (EMC) e VMware Inc. Questi provider offrono vari servizi classificabili nelle tre categorie principali: Infrastructure as a Service (IaaS), Platform as a Service (PaaS) e Software as a Service (SaaS), ciascuno con caratteristiche e vantaggi specifici per diversi tipi di esigenze aziendali.

Il cloud computing offre numerosi vantaggi per le aziende:

1. Riduzione dei costi: elimina la necessità di investimenti iniziali in hardware e software, passando da spese in conto capitale (CAPEX) a spese operative (OPEX).

2. Scalabilità e flessibilità: permette di aumentare o diminuire rapidamente le risorse in base alle esigenze, pagando solo per ciò che si utilizza (pay-per-use).

3. Accessibilità globale: consente l’accesso ai dati e alle applicazioni da qualsiasi luogo con una connessione internet.

4. Continuità operativa: offre soluzioni di backup e disaster recovery più efficienti rispetto ai sistemi tradizionali.

5. Aggiornamenti automatici: il provider gestisce gli aggiornamenti software e hardware, garantendo sempre le versioni più recenti.

6. Innovazione accelerata: facilita l’adozione di nuove tecnologie come AI, IoT e big data analytics.

Secondo una ricerca di AWS e Accenture, entro il 2030 le micro, piccole e medie imprese che utilizzano il cloud potrebbero generare un incremento annuo di produttività pari a 161 miliardi di dollari e sostenere circa 95,8 milioni di posti di lavoro nei settori della sanità, dell’istruzione e dell’agricoltura.

L’intelligenza artificiale e il cloud computing si integrano in modo sinergico, creando un ambiente ideale per lo sviluppo e l’implementazione di soluzioni AI. Il cloud fornisce la potenza di calcolo, lo storage e la scalabilità necessari per addestrare e eseguire modelli di AI complessi, mentre l’intelligenza artificiale offre nuove capacità ai servizi cloud.

Le principali modalità di integrazione includono:

1. AI-as-a-Service: i provider cloud offrono API e servizi di intelligenza artificiale pronti all’uso, come riconoscimento vocale, analisi delle immagini e elaborazione del linguaggio naturale.

2. Piattaforme di sviluppo AI: ambienti cloud che forniscono strumenti e framework per creare, addestrare e implementare modelli di machine learning.

3. Analisi predittiva: combinazione di big data e AI per prevedere tendenze e comportamenti.

Secondo l’Osservatorio Cloud Transformation, nel 2025 il 25% delle grandi imprese utilizza API di AI-as-a-Service, il 23% applicazioni pronte all’uso e il 16% piattaforme per sviluppatori. Tuttavia, solo il 30% affida i progetti di AI interamente al Public Cloud, mentre la maggioranza preferisce ambienti Private o on-premise per garantire maggiore controllo e conformità.

Il cloud computing presenta diverse sfide di sicurezza che le organizzazioni devono affrontare:

1. Centralizzazione dei dati: il cloud concentra grandi quantità di dati in un unico luogo, rendendoli un bersaglio attraente per gli attacchi informatici.

2. Responsabilità condivisa: la sicurezza è una responsabilità condivisa tra il provider cloud e l’utente, richiedendo una chiara comprensione di chi gestisce quali aspetti della sicurezza.

3. Minacce in evoluzione: il panorama delle minacce informatiche è in continua evoluzione, richiedendo adattamenti rapidi.

4. Rischi comuni includono:
– Configurazioni errate dei servizi cloud
– Errori umani, come l’invio di credenziali a terzi
– Minacce interne da utenti autorizzati

Per mitigare questi rischi, vengono implementate misure come:
– Crittografia dei dati in transito e a riposo
– Autenticazione a più fattori
– Monitoraggio continuo delle attività
– Backup e procedure di ripristino regolari
– Conformità alle normative come il GDPR

Secondo recenti studi, il 72% delle imprese ha avviato progetti di cybersecurity, mentre il 37% lavora sull’adeguamento normativo alle nuove direttive europee come NIS2, DORA e AI Act.

Il mercato del cloud computing in Italia sta vivendo una forte accelerazione, con una crescita del 20% nel 2025 rispetto all’anno precedente, raggiungendo un valore complessivo di 8,13 miliardi di euro. Secondo i dati dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, la spesa continua a concentrarsi sul Public & Hybrid Cloud (5,83 miliardi, +21%), con l’Infrastructure as a Service (IaaS) che rappresenta il 45% del mercato (2,63 miliardi, +23%).

Si osserva un cambiamento nelle strategie di adozione: il 46% delle grandi organizzazioni preferisce approcci ibridi e mirati (+10 punti rispetto al 2024), mentre l’approccio Cloud First è in calo dal 39% al 32%. Anche la Pubblica Amministrazione sta rafforzando il proprio percorso verso il cloud attraverso i progetti previsti dalla Strategia Cloud Italia e dal Polo Strategico Nazionale.

Tra le priorità emergenti vi sono la sovranità digitale, la sicurezza e l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi di business. La sicurezza in particolare sta guadagnando terreno rispetto all’innovazione, con il 72% delle imprese che ha avviato progetti di cybersecurity e il 37% che lavora sull’adeguamento normativo alle nuove direttive europee.

La compliance e la regolamentazione nel cloud sono aspetti fondamentali che richiedono particolare attenzione. Le organizzazioni devono rispettare diverse normative e framework, tra cui:

1. GDPR (General Data Protection Regulation): regola il trattamento dei dati personali nell’UE, con implicazioni significative per la gestione dei dati nel cloud, inclusi requisiti per il trasferimento internazionale dei dati.

2. Standard ISO 27000: fornisce raccomandazioni per le best practice nella protezione dei sistemi informativi, con standard specifici per il cloud come ISO 27017 e ISO 27018.

3. Direttiva NIS2 e Regolamento DORA: impongono requisiti di sicurezza e resilienza che i fornitori di servizi cloud devono soddisfare.

4. AI Act: stabilisce obblighi normativi per i Cloud Service Provider che offrono piattaforme che ospitano o distribuiscono sistemi di intelligenza artificiale.

5. PCI DSS: standard di sicurezza per le organizzazioni che elaborano pagamenti con carta.

Per garantire la compliance, le organizzazioni dovrebbero implementare pratiche come:
– Comprendere il modello di responsabilità condivisa con il provider
– Implementare solidi controlli di sicurezza
– Condurre audit e valutazioni regolari
– Utilizzare la crittografia per proteggere i dati sensibili
– Documentare tutte le misure di compliance

Secondo i dati, il 37% delle imprese sta lavorando sull’adeguamento normativo alle nuove direttive europee, evidenziando l’importanza crescente di questi aspetti.

Il cloud computing nel settore bancario è passato dall’essere una visione astratta a un prerequisito indispensabile per guidare la trasformazione digitale. Secondo una rilevazione di CIPA (Convenzione Interbancaria per l’Automazione), l’utilizzo del cloud è già parte integrante della strategia del 58% delle banche italiane, sebbene poche abbiano completamente esternalizzato i propri processi nel cloud.

I vantaggi principali includono maggiore semplicità e velocità operativa, stabilità, sicurezza e convenienza economica, oltre a fornire agli sviluppatori un’esperienza innovativa. Tuttavia, per un’implementazione di successo, le banche devono considerare diversi aspetti:

1. Modelli di fatturazione: valutare attentamente tra contratti a uso vincolato (con forti sconti ma impegni pluriennali) e modelli pay-as-you-go (più flessibili ma costosi).

2. Maturità tecnica: analizzare se l’infrastruttura e i processi esistenti sono pronti per il cloud, considerando che le applicazioni legacy raramente sono progettate per infrastrutture distribuite.

3. Gestione del cambiamento: coinvolgere gli sviluppatori fin dall’inizio e acquisire le competenze necessarie.

4. Evitare il lock-in: utilizzare servizi portabili per non legarsi eccessivamente a un singolo fornitore.

Una strategia di cloud ibrido aperto, supportata da una piattaforma di container enterprise, rappresenta un approccio efficace per bilanciare innovazione e sicurezza, mantenendo la flessibilità nella scelta delle future opzioni cloud.

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