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Scienza, tecnologie, consapevolezza per curare la Terra malata

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Scienza, tecnologie, consapevolezza per curare la Terra malata

08 Feb 2011

di Stefano Uberti Foppa

Intervenire con strumenti e modelli culturali e normativi per garantirci un futuro come genere umano in un pianeta che sta cambiando nel suo clima e nella ricerca di nuovi equilibri. Saprà l’uomo trovare un nuovo modo di sfruttare le risorse del pianeta e conciliare sviluppo con sostenibilità? E soprattutto: siamo ancora in tempo? Steward Brand, figura storica del movimento ambientalista americano, affronta questi e altri interrogativi nel suo ultimo libro: “Una cura per la Terra” (pubblicato in Italia da Codice Edizioni)

Figura storica del movimento ambientalista americano, Steward Brand è da anni uno dei più influenti pensatori del nostro tempo, soprattutto in merito al tema del rapporto tra evoluzione sociale, economico-produttiva e impatto sulle risorse ambientali e lo sviluppo sostenibile del pianeta.
Con “Una cura per la Terra”, Brand “entra a gamba tesa” sui modelli tradizionali di pensiero e di azione che hanno caratterizzato il movimento ambientalista negli ultimi decenni. Con questo libro, l’autore infatti scardina, ripensandoli, alcuni “codici classici” in materia di urbanizzazione, Ogm, geoingegneria e nucleare. E lo fa a partire dalla fotografia di una situazione, quella attuale, di crisi economica, da un lato, e di criticità dell’equilibrio naturale dall’altro, che ci obbliga a pensare, nel concreto, alle azioni più opportune per garantire ancora un futuro alla terra e alla civiltà umana.
In pratica, il libro si apre su questo ragionamento: cambiare le ideologie è quanto di più difficile possa esistere. In tema di ambientalismo ed eco sostenibilità, il punto oggi non è la definizione di una nuova ideologia ma, sulla base di un pragmatismo che ci consentirà di trovare nuovi equilibri tra sviluppo economico e risorse del pianeta, abbandonare qualsiasi ideologia preconcetta.
Per comprendere la sfida che le forze della natura che ci circondano ci sottopongono, cercando di imparare a gestirle e conviverci, la scala di riflessione deve essere necessariamente planetaria, e le prospettive devono essere valutate sulla base di secoli. In altri termini: le turbolenze climatiche da un lato, ma anche le sempre più vaste disponibilità e competenze scientifico-tecnologiche dall’altro (che crescono e cambiano con grande rapidità) ci obbligano a guardare al futuro del mondo in termini di sopravvivenza della nostra civiltà.
Per spiegare meglio il concetto, Brand cita il libro “Constant Battles” dell’archeologo Steven LeBlanc del 2003, nel quale si afferma come statisticamente, gli esseri umani, ogni qualvolta venga superata la “capacità portante” dell’ambiente naturale nel quale essi vivono, scatenano guerre e combattimenti per accaparrarsi le risorse. Brand sostiene che pur nell’evoluzione dei sistemi (normativi, tecnologici, di civilizzazione) di mantenimento di nuovi equilibri tra sviluppo economico, sociale e risorse naturali, se la capacità portante del pianeta si riducesse a causa di bruschi cambiamenti climatici, il processo di civilizzazione potrebbe collassare e il mondo, diffusamente, tornerebbe a combattere per accaparrarsi risorse sempre più scarse.

Strumenti per trovare nuovi equilibri tra uomo e ambiente
La visione positiva di questo preoccupante scenario, Brand la identifica nella possibilità, per la prima volta nella storia dell’uomo, di poter comprendere bene, grazie a scienza e tecnologie, il nostro impatto sulle risorse della terra, e quindi di poter intervenire per aumentare la capacità portante compiendo scelte giuste, trovando un nuovo equilibrio con la natura e quindi eliminando le cause di futuri conflitti sociali per il predominio dello sfruttamento economico delle risorse terrestri.
Una tesi molto intrigante che l’autore articola in una serie di analisi di dettaglio sui principali “strumenti” cui ricorrere per “curare la terra” e garantirci uno sviluppo sostenibile: urbanizzazione, energia nucleare, biotecnologie, geoingegneria, ripristino dei modelli naturali (chiamato anche, da Stuart, “megagiardinaggio”, ovvero il ristabilimento della salute di Gaia/Terra a tutti i livelli, dal suolo all’atmosfera). E le indicazioni sono davvero fedeli al pragmatismo che Stuart propugna come unica risposta possibile ai gravi mali del pianeta; risposte spesso in controtendenza con i canoni classici del movimento ambientalista.

Economia in rotta di collisione con il metabolismo del pianeta
Il libro si apre con una serie di considerazioni interessanti tratte dalla cerchia di studiosi, climatologi, scienziati e inventori che Brand coinvolge per tracciare una prima fotografia della portata della sfida che coinvolge l’uomo. Ecco solo alcuni esempi. “Un sistema di feedback positivo, può comportare gravissimi pericoli” – dice il chimico dell’atmosfera James Lovelock. “Ed è importante capire che la Terra sta vivendo un periodo di feedback positivo [terminologia tecnica per definire una capacità critica di alterazione sull’equilibrio ambientale – ndr] e sta scivolando verso l’equilibrio stabile che ha caratterizzato i periodi caldi del passato”. Così invece Tim Flannery, biologo australiano sentito da Brand: “Il principale feedback positivo, nell’attuale ‘sistema Terra’, siamo noi. L’aumento della ricchezza, lo sviluppo dell’industria e una popolazione in costante crescita stanno riversando nell’atmosfera enormi quantità di gas serra; il metabolismo della nostra economia è in rotta di collisione con quello del pianeta”.
Si tratta di una riflessione importante, che viene sviluppata nel corso del libro. Da un lato la ricerca di nuovi equilibri tra uomo e ambiente comprende l’analisi dei criteri di sviluppo economico e come questi debbano essere ripensati in una dimensione di migliore eco sostenibilità, al di là, si diceva prima, dei “canoni ambientalisti” consolidati. Dall’altro lato si estende al concetto di “consapevolezza comune” da parte di tutti noi, che deve cambiare se valutato in una prospettiva di lungo periodo. “Infatti – dice Brand – l’unico periodo tranquillo in tutta la storia climatica del mondo è stata la lunga estate relativamente mite degli ultimi 10.000 anni, che ci ha consentito di sviluppare i nostri sistemi di agricoltura e di sostentamento, di costruire le nostre città e dare vita a società complesse. Dato che la civiltà non ha mai sperimentato nulla di diverso, è naturale che il fatto di avere un clima mite venga dato per scontato. Ma ora, l’accelerazione del cambiamento climatico e il superamento della capacità portante del pianeta ci obbligano, attraverso adeguati “strumenti” oggi disponibili, a intervenire. Per salvare la nostra civiltà”.
“Una cura per la Terra” si concentra su quanto è possibile fare a livello di massa di individui. Non è più solo un problema di coscienza e sensibilità individuale, sostiene l’autore. La sfida climatica è di tale portata che non può essere affrontata da gruppi di cittadini o imprese con vocazione ecosostenibile e “green”. Richiede il coinvolgimento di governi con decreti che fissino regole e le facciano rispettare, in particolare da parte dei principali consumatori di energia, Stati Uniti, India, Cina, Unione europea, con quest’ultima, finora, dice Brand, a fare da guida. “Se raggiungeremo il nostro obiettivo il clima resterà il medesimo, ma gli sforzi che faremo per stabilizzarlo ci trasformeranno più di qualsiasi altra cosa in questo secolo. Se invece falliremo, la nostra civiltà sarà cancellata o resa irriconoscibile” dice Brand, il che dà l’idea del cambiamento sociale ed economico che abbiamo di fronte.
Le premesse per una lettura coinvolgente ci sono tutte. Tralasciando un po’ di “terrorismo psicologico” da parte di alcuni esperti citati da Brand (nuovo equilibrio climatico con aumento di 5 gradi di temperatura del pianeta e conseguente inaridimento delle terre con sufficiente capacità di coltivazione di colture per meno di un miliardo di persone) per seguire la visione positiva e di trasformazione propugnata da Brand, intervenendo, attraverso strumenti tecnologici e normativi, per salvare Gaia: “I castori sono generosi ingegneri dell’ecosistema, e la stessa cosa vale per i lombrichi che arricchiscono il suolo. Il nostro obbligo è di imparare a gestire il pianeta: l’obbligo di contribuire alla vita, come un qualsiasi lombrico in un grande giardino”.

Stefano Uberti Foppa
Direttore Responsabile

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, attualmente è direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360.

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