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Quale informatica stiamo costruendo?

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Quale informatica stiamo costruendo?

25 Mag 2016

di Stefano Uberti Foppa

A chi pensa che il digitale sia la risposta primaria alla nostra esigenza di nuovo sviluppo sociale ed economico giunge una serie di dati e di analisi che riportiamo nel nostro articolo della rubrica “ Nuove Prospettive”, dal titolo: Perché l’Ict non riesce a migliorare la produttività. In sintesi, e per non bruciarvi il piacere della lettura di dettaglio, dopo anni in cui la rivoluzione digitale ha fatto credere a molti che fosse una primaria leva di crescita, ecco che un paio di economisti, tra cui un premio Nobel, ci riportano alla realtà affermando, dati alla mano, che la produttività delle persone nei principali paesi occidentali è costantemente calata a partire dalla metà degli Anni ’60, e questo indipendentemente dall’arrivo e dalla diffusione dell’informatica. Ma come: ci hanno sempre detto del rapporto diretto tra investimenti Ict e crescita del Pil….e invece, sul piano della produttività…nessun segnale, nessuna incidenza significativa. Perché lo sviluppo economico (in termini di incremento della produttività del lavoro) sembra essere impermeabile alla flessibilità, velocità, potenza di calcolo e di analisi che l’informatica oggi offre?

Dire che l’informatica non stia riscrivendo i criteri base di sviluppo economico della nostra società equivale a negare l’evidenza. È sotto gli occhi di tutti quanto la pervasività tecnologica sia oggi l’elemento strutturale indispensabile al funzionamento di mercati, istituzioni, perfino sistemi politici. Ma se usiamo il criterio della crescita economica nella sua spia più significativa, la produttività, questa sembra essere del tutto indifferente all’Ict.

La risposta più interessante a questa evidenza sta nel disaccoppiamento marcato esistente tra uno sviluppo tecnologico imponente e innovativo (di cui oggi viviamo lo tsunami attraverso la digitalizzazione diffusa della società e dei servizi digitali di cui ognuno di noi può facilmente usufruire) e la struttura organizzativa e culturale attraverso cui operano le nostre imprese. In sintesi, questo il pensiero, abbiamo a disposizione strumenti innovativi, orientati alla collaboration, alla co-creation, alla mobility, allo sharing, all’intelligent working, ma ci muoviamo in aziende con strutture organizzative e approcci individuali che appartengono a un’era passata, ad un’impostazione quasi tayloristica, gerarchica, burocratica, scientifica e sequenziale del lavoro. Quando l’informatica era soprattutto automazione, le strutture organizzative classiche reggevano; ora che l’informatica può potenzialmente creare innovazione, che  i modelli di business devono essere ripensati a fronte di una trasformazione digitale che i mercati richiedono, quelle stesse strutture, mentali e organizzative, sono il legacy che frena lo sviluppo e la produttività. Solo attuando un profondo ripensamento organizzativo orientato alla reale condivisione, contaminazione e collaborazione, potrà portare evidenze di crescita sul fronte della produttività e dello sviluppo. Per ora è come se avessimo una Ferrari accontentandoci di andare con la marcia in prima.

Vi lascio all’interessante lettura, oltre che dell’articolo citato, anche all’analisi sulle nuove caratteristiche di un Cio che supporta l’attività di una linea di Cxo che nascono come figure professionali nuove, tutte orientate allo sviluppo di progetti di digital innovation. Quelle stesse figure che faticosamente stanno creandosi in quelle imprese che prima di altre hanno accettato la sfida della digital transformation e che vedono i primi frutti di questa scelta in fatturati e quote di mercato in crescita. Sono quelle aziende che hanno capito e attuato la vera rivoluzione digitale che la nuova informatica oggi consente: calare gli strumenti che abilitano la digital innovation in organizzazioni che si plasmano culturalmente attorno all’innovazione digitale, con persone, processi, nuove competenze e destrutturazione dei silos.

Ma proviamo a spingerci un po’ più in là con il nostro ragionamento circa l’impatto dello sviluppo dell’informatica sulla nostra società. Quali sono oggi i parametri che hanno tradizionalmente definito il nostro criterio di sviluppo? Produttività, consumo, creazione di ricchezza, benessere, leadership economica e politica. Non si è voluto fin qui valutare appieno come la formidabile leva dell’Information Technology possa essere indirizzata anche alla creazione di nuovi equilibri, che tengano conto delle risorse finite del pianeta, dell’impatto che questa complessità genera oggi sulle persone e sui sistemi sociali, squilibri che gli avvenimenti di cui siamo testimoni in questi anni, confermano con evidenza ogni giorno di più.

Scordatevi ora, per un attimo, quello che abbiamo detto prima, cioè come recuperare produttività, attraverso modelli collaborativi basati sul digitale e pensate piuttosto ad un bivio che si avvicina. Se sfoglierete la Storia di Copertina di questo numero non potrete non essere colpiti dalle prospettive di applicazione che le smart machines, le tecnologie di intelligenza artificiale, la robotica produrranno nel giro di pochi anni su di noi, sui nostri modelli di impresa, sui mercati, aprendo nuovi ambiti di applicazione e di utilizzo, diventando, questi sistemi intelligenti, veri e propri “compagni di viaggio” del nostro modo di essere umani, in grado di cambiare profondamente le nostre abitudini, relazioni, persino modelli etici.

Serve, insomma, una prospettiva dello sviluppo tecnologico più human centric. La crescita di produttività non potrà più essere l’unica chiave interpretativa del nostro futuro. Eccoci, allora,  al bivio: piegheremo, l’ennesima volta nella nostra Storia, la formidabile leva del progresso tecnico-scientifico, qui rappresentata da un’informatica cognitiva che impara dal nostro modo di essere persone, per indirizzarla prima di tutto all’accumulazione di capitale, al mantenimento di privilegi, al controllo economico e politico oppure sarà possibile, accanto alla fisiologica ricerca del benessere, una declinazione più sociale, democratica, con una tecnologia che indirizza il proprio obiettivo alla creazione di condizioni di vita migliori, sostenibilità ambientale, riduzione delle diseguaglianze?

La nostra storia ci dice che forse sarebbe la prima volta, ma il modo in cui imposteremo questa formidabile leva dell’informatica sempre più intelligente, ci guiderà nei prossimi decenni. Cosa insegneremo allora alle macchine che apprenderanno da noi? Quali algoritmi di base utilizzeremo per istruirle e sviluppare le loro logiche di apprendimento? Guideremo le future learning machine verso una nuova era di sfruttamento intensivo e, probabilmente, verso un punto di non ritorno oppure coopereremo con sistemi sempre più intelligenti avendo, come stella polare, uno sviluppo davvero human centric? Avremo il coraggio di affrontare l’utopia di una società il cui la qualità della vita e la crescita diffusa saranno “gli algoritmi” primari delle macchine intelligenti che verranno?

A noi piace credere che questo sia ancora possibile. Ma saremo noi a dover giocare la partita giusta, sapendo che il rischio di perderla è ormai altissimo.

Stefano Uberti Foppa

Digital innovation influencer

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, è stato direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360, fino al febbraio 2019.

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