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Perché l’Ict non riesce a migliorare la produttività?

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Perché l’Ict non riesce a migliorare la produttività?

25 Mag 2016

di Elisabetta Bevilacqua

In tutte le economie evolute sembra non esserci correlazione, ad oggi, fra investimento Ict e aumento della produttività, tranne per il breve periodo 1995-2000. e negli ultimi 15 anni, a livello organizzativo, nelle aziende sono aumentate le procedure, le interfacce, i livelli di approvazione… Il risultato è stato l’aumento della burocratizzazione, la diminuzione del coinvolgimento delle persone, la produttività stagnante, se non in contrazione come in Italia. È quanto sostengono insigni economisti e istituti di ricerca, smentendo una diffusa quanto errata convinzione. Le tecnologie digitali, accoppiate alla smart semplicity, potrebbero aiutare a sbloccare questa situazione, superando una logica organizzativa che affonda le proprie radici nel taylorismo. Un’occasione per definire un nuovo contratto sociale fra le imprese e le loro persone, che premi la collaborazione, e per ridare un nuovo senso alla produttività

“La produttività non è tutto, ma nel lungo termine è quasi tutto”. Queste parole del premio Nobel per l’economia Paul Krugman evidenziano uno dei nodi che caratterizza la nostra epoca.

In questo articolo ci interessa soprattutto comprendere quale sia la correlazione tra produttività e la spesa Ict  e cosa stia cambiando con l’avvento del digitale.

Un dato oggettivo che un’analisi di Boston Consulting Group (The Smart Solution to the Productivity Paradox, in Bcg Perspectives 1/2016) evidenzia è che, dopo una breve esplosione nel periodo fra il 1995 e il 2000, l’andamento della produttività nelle economie avanzate non ha tenuto il passo con la spesa It. Più in generale, la produttività è in costante discesa dagli anni Settanta dello scorso secolo in tutte le economie avanzate. Se almeno si intende nella sua accezione classica, come output per ora lavorata, il cui andamento è determinato dall’aumento del capitale investito, dai miglioramenti della qualità del lavoro e dal fattore totale di produttività (Ftp).

“Le nuove tecnologie conquistano grandi titoli, ma ottengono risultati economici modesti”, ha sostenuto ancora Krugman sul suo blog sul New York Times, interrogandosi sul perché ciò accada.

Una possibilità delineata è che i numeri non stiano rappresentando in modo esatto la realtà, in particolare i benefici derivanti dai nuovi prodotti e servizi. Un’altra ipotesi è che le nuove tecnologie siano più “fun than fundamental”. In ogni caso, per il premio Nobel, sarebbe auspicabile ridimensionare il battage pubblicitario sull’innovazione prodotta dalle tecnologie e sul fatto che queste, di per sé, siano in grado di generare significativi incrementi di produttività. Anche l’economista Gavyn Davies, ammettendo la caduta della produttività nell’ultimo decennio in tutto il mondo industrializzato (articolo The internet and the productivity slump, su Financial Times), indica diverse interpretazioni. La più ottimistica è che l’arrivo di Internet e del mobile abbia prodotto guadagni non correttamente identificati e calcolati. In questo caso il Pil reale e la produttività del lavoro sarebbero di fatto superiori a quanto registrato nelle statistiche ufficiali e il rallentamento della produttività non sarebbe dopotutto sopravvalutato. La difficoltà di misurare il ruolo svolto dalla digitalizzazione a favore della produttività potrebbe spiegare il cosiddetto “productivity puzzle 2.0”, ossia la coesistenza di una produttività debole con l’esperienza quotidiana dell’enorme impatto della tecnologia digitale nelle vite delle persone.

 

In Italia scarseggia soprattutto il digital capital stock

Questo discorso vale ovviamente (e a maggior ragione) anche per il nostro Paese. Anche introducendo alcuni correttivi, il rallentamento di produttività è ulteriormente accentuato per l’Italia. Molti analisti la considerano la causa principale della scarsa crescita del nostro paese, anche se sarebbe utile analizzare con maggiore attenzione gli andamenti nei diversi settori; mentre si riscontra, per esempio, una caduta soprattutto nel settore dei servizi, si registrano miglioramenti significativi nel manifatturiero.

Secondo un’analisi di Accenture (Digital disruption: The growth multiplier), attraverso l’ottimizzazione della densità digitale (un valore calcolato sulla base di 48 parametri e che risulta correlato alla produttività), l’Italia potrebbe realizzare un incremento aggiuntivo del Pil del 4,2% al 2020. Per farlo è indispensabile agire su tre fattori che possono avere un impatto positivo sulla produttività: le competenze, le tecnologie e gli acceleratori digitali. Questi ultimi riguardano soprattutto la creazione di un ambiente favorevole all’imprenditoria digitale.

Sempre secondo Accenture, in Italia si dovrebbe agire soprattutto sui due ultimi fattori, visto che si riscontra una quota di lavoratori digitali (37%) non lontana dalla media degli altri Paesi, mentre gli investimenti accumulati in hardware, software e apparati di telecomunicazione (digital capital stock) rappresentano solo il 10% del Pil, mentre il valore tipico in un’economia digitale dovrebbe essere attorno al 18% del Pil ed è il 28% negli Usa.

Basta allora semplicemente incrementare gli investimenti in tecnologia? Per sfruttare la nuova opportunità offerta dalla digitalizzazione che, come vedremo in seguito, presenta caratteristiche che la differenziano notevolmente dall’Ict tradizionale, andrebbero però comprese le ragioni per la scarsa efficacia degli investimenti in tecnologia negli scorsi anni.

Secondo l’analisi Bcg, precedentemente citata, le aziende hanno investito pesantemente in tecnologia Ict e nell’integrazione fra i diversi strumenti, ma non nell’integrazione fra questa e le persone, perdendo il potenziale reale: liberare parte del loro tempo per poterlo impiegare in attività più produttive. Così, invece di liberare le persone, le hanno intrappolate. La struttura dell’impresa è ancora in debito con l’organizzazione tayloristica, una teoria che lascia ai lavoratori scarsa autonomia e demanda molto alla supervisione. L’introduzione delle tecnologie Ict in organizzazioni di questo tipo ha di fatto creato nuovi vincoli e non ha favorito invece l’esercizio della creatività finalizzata all’aumento della produttività. Negli ultimi 15 anni, secondo Bcg, il numero di procedure, strati verticali, interfacce, sistemi di coordinamento e sistemi di approvazioni delle decisioni è aumentato dal 50% al 350%.

Rispetto ai sistemi It della precedente generazione (massive Hr, Erp, Crm database), le attuali tecnologie digitali sono più flessibili, orientate all’analisi dei dati e alla collaborazione. Un esempio è lo sviluppo agile del software, basato sull’iterazione e il continuo miglioramento che porta gli sviluppatori a realizzare soluzioni software più aderenti al modo in cui le persone effettivamente lavorano. Il suggerimento di Bcg alle imprese è coniugare questo nuovo approccio digitale con la smart simplicity, per sfruttare la potenzialità della tecnologia e delle loro persone. La smart semplicity cerca di sbloccare la produttività creando un ambiente dove le persone sono capaci di esercitare la loro autonomia e, al tempo stesso, lavorare insieme. “Quando le persone cooperano hanno anche la necessità di minori risorse”, afferma l’analisi.

La produttività può aumentare in due modi: uno hard, con l’introduzione di processi e sistemi smart; uno soft, attraverso la maggiore efficienza delle persone che lavorano insieme. Sul primo versante, Bcg ha calcolato che nel settore manifatturiero, nella sola Germania, si potrebbero realizzare miglioramenti della produttività di 150 miliardi di euro. Mentre la capacità di condividere dati, comunicare istantaneamente e costruire e modificare applicazioni favorisce la collaborazione e diminuisce i costi transazionali. Secondo lo studio Leading digital, Turning technology into Business Tranformation, Harward Business Review Press (ottobre 2014) le imprese che guidano la digital tranformation sono più profittevoli del 26% rispetto alla media del settore. Portare la smart semplicity all’interno delle organizzazioni attraverso l’adozione di strumenti digitali non è però facile. E infatti Bcg suggerisce sei regole per farlo (figura 3).

Ci si deve soprattutto ricordare che il digital non è una panacea e che gli strumenti digitali non promuovono di per sé la cooperazione e l’autonomia. Ma se nello scorso secolo il prezzo pagato per una rapida espansione e la crescita della produttività è stato l’aumento della burocratizzazione, ora che la produttività sta decrescendo, vanno riesaminate le radici del taylorismo alla base delle attuali organizzazioni. E in questo processo le imprese possono creare un nuovo contratto con i propri dipendenti.

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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