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Silvia Candiani, AD di Microsoft, si racconta: “Un leader è efficace se è autentico”

pittogramma Zerouno

Vita da CEO

Silvia Candiani, AD di Microsoft, si racconta: “Un leader è efficace se è autentico”

Essere disponibili all’apprendimento continuo, l’importanza della discontinuità per migliorare la crescita, la motivazione delle persone che aiuta anche il business: sono solo alcuni concetti che Silvia Candiani esprime in questa lunga intervista rilasciata a ZeroUno per raccontare come vive il suo ruolo

28 Mar 2019

di Patrizia Fabbri

Il corpo, la voce, il modo di muoversi, le pause, le espressioni del volto, la luce degli occhi… non c’è bisogno di essere grandi psicologici per sapere che la comunicazione non verbale racconta delle persone spesso molto di più di quanto non facciano le parole. E l’impressione che Silvia Candiani, Amministratore Delegato di Microsoft Italia, mi ha dato in questa intervista è quella di una donna determinata, attenta al proprio interlocutore, ben consapevole di essere a capo di una realtà molto importante, ma nel contempo una persona positiva e serena, perché sicura delle proprie scelte e soddisfatta della propria vita privata e professionale.

Quali concetti mi sono portata a casa da questa intervista? Eccone alcuni in ordine sparso: vivere la tecnologia attivamente; l’equilibrio tra vita privata e vita professionale è indispensabile; essere disponibili all’apprendimento continuo; per crescere serve discontinuità; anche le delusioni aiutano a migliorare; motivare le persone è utile anche al business; un leader è efficace se è autentico e coinvolto anche emotivamente.

foto a figura intera di silvia candiani
Silvia Candiani, Amministratore Delegato di Microsoft Italia

Il tempo dedicato alla famiglia: tanta attività fisica

ZeroUno: Per prima cosa le chiedo di raccontarci la sua giornata-tipo.

Silvia Candiani: Sono abbastanza mattiniera: mi alzo prima delle 7, mentre la sera vado a letto presto perché ho bisogno di 8-9 ore di sonno, fa parte della mia ricarica. La mattina è un po’ convulsa perché ci sono i ragazzi da preparare per andare a scuola, ma in famiglia siamo grandi fan della colazione e non si salta mai: è un momento da vivere insieme. Dopo avere accompagnato a scuola il piccolo, mi incammino verso l’ufficio e anche questo è uno spazio mio, al quale non rinuncio. Sono 40 minuti di camminata che mi aiutano a pensare, a mettere un po’ in ordine le cose: camminare è molto stimolante per riflettere.

Quindi arrivo in ufficio, anche se il mio è un lavoro molto di relazione e che si svolge, almeno per il 50% della giornata, all’esterno: incontri con clienti, con partner, eventi pubblici, conferenze. Il tempo che passo in ufficio è cadenzato da incontri che si riconducono a due grandi ambiti: circa il 20% del mio tempo è dedicato a incontri one-to-one con i miei collaboratori, ad attività di coaching ecc. e il 30% è orientato a progetti e avanzamento del business.

Esco verso l’ora di cena e cerco di evitare impegni lavorativi la sera: è il tempo è dedicato alla famiglia. Nel tempo libero, forse anche per differenza rispetto a quello che faccio di lavoro, mi piace molto la vita all’aria aperta, quindi nel tempo libero cerco di stare fuori: camminare, sciare, andare in barca… avere un momento di rigenerazione nella natura. I ragazzi, per ora, ci seguono e questo è uno dei motivi per cui mi piace, così riescono a limitare il tempo passivo di fronte agli schermi, ai telefonini ecc.

ZeroUno: A questo punto mi viene spontaneo chiederle qual è il rapporto dei suoi figli con la tecnologia. Se come genitori esercitate qualche forma di controllo, di limitazione.

Candiani: Si fa il possibile, ma poi la dipendenza dal cellulare è una cosa molto forte. Cerco per quanto possibile di limitarne l’uso, togliendolo al mattino e riconsegnandolo la sera, ma appena hanno il via libera tornano davanti allo smartphone o alla Xbox. Credo però sia un tema molto importante, da seguire con attenzione: l’utilizzo eccessivo di cellulari e videogiochi può portare ad avere una scarsa concentrazione e ad essere meno inclini a prendere un task e finirlo; si tratta spesso di un utilizzo passivo della tecnologia (consumare dei video che fa qualcun altro, per esempio) mentre è l’utilizzo attivo della tecnologia che fa la differenza. Ed è questo che io cerco di incentivare.

Come si sviluppano le relazioni con i collaboratori e con la corporation

ZeroUno: La Microsoft House, la nuova sede nel quartiere Porta Volta a Milano nella quale vi siete trasferiti nel 2017, è stata realizzata all’insegna dell’apertura, senza uffici, neppure quello dell’AD. Questo dà un’idea di come le relazioni all’interno dell’azienda siano caratterizzate dalla collaborazione, dalla condivisione, un’organizzazione “fluida” che dovrebbe agevolare la contaminazione. Nel contempo Microsoft è uno dei principali vendor di soluzioni di collaboration dove l’incontro virtuale sostituisce quello fisico. Qual è il corretto equilibrio tra virtuale e fisico? Il primo può sostituire completamente il secondo?

Candiani: Bisogna distinguere gli ambiti. Leggevo che, per essere efficaci, gli incontri one-to-one virtuali dovrebbero essere preceduti da almeno 7 incontri fisici perché solo in questo modo si acquisisce quella confidenza che consente, poi, di avere lo stesso tipo di conversazione anche da remoto.

Diverso invece è il discorso delle riunioni di lavoro dove oggi per me non fa alcuna differenza che un collega sia in sala o collegato da remoto: il modo in cui interagiamo durante il meeting è uguale. Naturalmente sono necessari alcuni accorgimenti affinché siano tutti inclusi, ma ormai è una modalità connaturata al nostro modo di lavorare. Questo ci consente di non dover venire necessariamente qui in Microsoft House e di essere molto più produttivi; ritengo quindi che l’utilizzo di strumenti di collaboration sia molto utile per le riunioni di business e per gli incontri sull’avanzamento dei progetti, mentre per gli incontri one-to-one considero molto importante anche il vedersi. Per cultura aziendale siamo incoraggiati in questa direzione perché gli incontri di valutazione, ovvero momenti di confronto in cui possiamo avere un feedback su quanto stiamo facendo, fanno parte del nostro ritmo interno e li facciamo 2-3 volte l’anno. Ma a parte questi incontri strutturati, io cerco di incontrare le persone con cui lavoro direttamente almeno una volta al mese, se possibile ogni 15 giorni.

Sono anche incontri orientati a far crescere la persona, a ingaggiarla. È un grande cambiamento culturale che negli anni ho visto diffondersi e che porta ad aiutare le persone a tirare fuori il meglio di sé, ad esprimere il proprio potenziale. Dedicare tempo allo sviluppo delle persone credo sia una cosa molto importante, è quella che ripaga di più: sicuramente dal punto di vista dell’impegno e della motivazione delle persone, con impatti rilevanti e positivi sull’attività in azienda.

ZeroUno: Lavorare per la sede italiana di una corporation americana può non essere facile: forte la pressione, differente la cultura, a volte l’essere considerati una realtà un po’ periferica rispetto a mercati verso i quali si ha una maggiore attenzione. Come sono le sue relazioni con la corporation?

Candiani: Prima di tutto ho la fortuna di avere un capo diretto, Vahè Torossian, Corporate Vice President Western Europe, che è una persona eccellente, con la quale mi trovo molto bene: è il miglior capo che io potessi desiderare e ha sempre cercato di aiutare me e la filiale in tanti modi diversi.

E questo rappresenta un elemento importante dato che il rapporto con la corporation non è diretto.

Ho lavorato in molte aziende multinazionali e ritengo che l’approccio americano sia comunque molto positivo: è molto meritocratico, si guardano i risultati, ma alla base di questo c’è un forte empowerment per valorizzare i talenti e metterli nelle condizioni di fare sempre meglio. Sono molto contenta di far parte di una corporation perché naturalmente ci sono tanti lati positivi: avere una grande attività di Ricerca & Sviluppo alle spalle (in Microsoft siamo ormai nell’ordine dei 10 miliardi l’anno investiti in R&D) e grandissimi prodotti. Tutto questo ci consente di avere un ruolo nel mercato davvero rilevante.

Certo, rispetto a un’azienda italiana ci sono maggiori livelli di approvazione, c’è un 10% di burocrazia che potrebbe essere eliminato, ma credo che Microsoft abbia fatto negli anni enormi passi avanti nell’aumentare l’autonomia locale in alcuni aspetti del nostro business e del nostro lavoro. Ci sono sicuramente differenze culturali che a dispetto di quel che si potrebbe pensare possono aiutare più che determinare contrasti. Noi italiani siamo più abituati a essere flessibili, siamo creativi e molto orientati al problem solving, ma siamo anche spesso più destrutturati: appoggiare queste abilità su binari più strutturati come quelli tipici di una corporation come Microsoft trovo sia un grande beneficio.

ZeroUno: Quindi, noi impariamo a strutturare la nostra creatività…ma è un rapporto bidirezionale? Qual è la “nostra” capacità di incidere in una corporation?

Candiani: Una cosa che apprezzo delle aziende americane, e comunque di Microsoft dove è un aspetto molto importante, è la capacità di ascolto. Una capacità che in questa azienda si abbina con la logica del growth mindset, l’orientamento alla crescita, per cui l’attenzione a proposte, idee che vengono dalle realtà locali c’è sicuramente e viene molto incentivata. Poi naturalmente, in una realtà così complessa come può essere un’azienda di questo tipo, bisogna saper veicolare le proprie idee attraverso le persone giuste: come dicevo, la nostra filiale fa parte dell’area europea e quindi sono i colleghi dell’area ad avere il contatto diretto con Redmond, per raccogliere idee nuove e valutare la possibilità di “incorporarle” nella strategia globale.

Le delusioni aiutano a crescere: dal momento più bello a quello più difficile

ZeroUno: La sua è stata una carriera piena di soddisfazioni, ma può comunque individuare un momento che ritiene più bello? Quello in cui ha pensato “ce l’ho fatta”?

Candiani: Sicuramente quando sono stata nominata AD di Microsoft Italia. Sono stata molto contenta perché quella di diventare AD era stata un po’ un’aspirazione, un obiettivo che mi ero posta nella mia carriera. Quindi ho vissuto questo momento come un traguardo, ma anche l’inizio di un nuovo percorso.

E poi, guardandomi in giro e considerando che solo il 3% degli amministratori delegati è donna (non solo in Italia ma anche fuori), penso che la mia nomina possa anche rappresentare un incoraggiamento per altre donne.

ZeroUno: Di contro, è naturale chiederle qual è stato il momento più difficile, di maggiore sconforto…

Candiani: Ce ne sono stati alcuni, ci sono state situazioni in cui ambivo a una certa posizione e non sono stata scelta. E quando capita, c’è sempre il momento di delusione: in alcuni casi, come è successo in Vodafone quando mi ero proposta per un ruolo che poi non mi venne assegnato, è servito per decidermi a intraprendere una nuova strada – fu infatti in quell’occasione che decisi di passare a Microsoft; in altri casi, come quando in Microsoft mi proposero un incarico europeo invece di essere nominata AD, ho potuto fare un’esperienza di livello internazionale che mi ha permesso di avere una rotondità più ampia nella mia formazione professionale.

Guardandomi alle spalle, posso dire che non sempre i percorsi sono lineari, che ci possono essere degli zig-zag, ma nel mio caso posso dire che questi “passaggi laterali” nel lungo periodo mi hanno consentito di raggiungere una maggiore soddisfazione di quanto probabilmente non ne avrei avuta se il percorso fosse stato lineare.

La condivisione dei valori è importante

ZeroUno: Il ruolo di amministratore delegato è molto delicato, non solo per le responsabilità che si assumono, ma anche, soprattutto nel caso di aziende della portata di Microsoft, perché si viene in qualche modo identificati con la società che si rappresenta. Secondo lei è possibile ricoprire questo ruolo se non si condividono i valori guida dell’azienda?

Candiani: Personalmente uno dei motivi che mi dà più energia è quello di poter avere un impatto positivo sulla realtà che mi circonda, sul mondo in cui vivo: contribuendo a digitalizzare le aziende e quindi a renderle più forti; aiutando le persone a lavorare meglio e, quindi, a essere più soddisfatte…

Non potrei mai lavorare per un’azienda della quale non condivido l’approccio e la mission. Certo, una persona può fare di tutto, ma se non c’è condivisione di valori, di strategia, di approccio sarebbe difficile dare il meglio di se stessi. In Microsoft ho trovato proprio questo ed è una delle cose che più mi fa apprezzare questa azienda: lavorare in una realtà importante che può aiutare il cambiamento, in meglio, del mondo grazie alla tecnologia. La tecnologia è come una bacchetta magica che permette di realizzare cose che altrimenti sarebbero impossibili (per essere più produttivi, ma anche per trovare una cura per il cancro o aiutare a risolvere problemi dell’ambiente…).

E comunque, personalmente, credo che un leader sia efficace se è autentico: non può trasmettere in modo convincente valori e strategia aziendali se non è il primo a crederci. Ritengo inoltre che un leader debba mettersi in gioco ed esporsi in prima linea per seguire le proprie convizioni, mettendo in campo non solo la componente professionale ma anche la parte emotiva.

Ritratto di Silvia Candiani – Illustrazione di Lorenza Luzzati

ZeroUno: E parlando di valori, quest’anno compie 10 anni ValoreD, la prima associazione di imprese in Italia (190 ad oggi, per un totale di più di due milioni di dipendenti e oltre 7,5 miliardi di euro di fatturato), della quale lei è stata tra i fondatori, che si impegna per l’equilibrio di genere e per una cultura inclusiva nelle organizzazioni e nel nostro paese. Qual è il bilancio che si può fare di questa esperienza?

Candiani: Sono stati fatti tanti passi avanti, ma siamo ancora ben lontani dalla parità di genere, basta guardare i numeri: nonostante le donne rappresentino ormai il 50% in ingresso nel mondo del lavoro, solo il 15/20% ha raggiunto livelli dirigenziali. Credo quindi sia indispensabile porre l’attenzione su tre elementi fondamentali:

1) avere delle aziende che credano nell’importanza della parità di opportunità di talento al proprio interno e questo è il motivo per cui lo scorso anno ci siamo mossi con il Manifesto [documento programmatico in 9 punti per raggiungere la parità di genere in azienda già firmato da oltre 120 presidenti e AD ndr];

2) misurare effettivamente la diversity: non è una mera questione di quote rosa (approccio al quale non credo), ma di valutazione quali quantitativa della diversità in azienda, perché solo questo consente poi di fare un piano di azione per contrastare le disparità;

3) promuovere un cambiamento culturale sia all’interno delle aziende, perché i manager riconoscano gli eventuali pregiudizi che possono avere, sia tra le ragazze, affinché facciano delle esperienze che le portino poi a seguire una traiettoria che renda possibile fare carriera dentro un’azienda.

Consigli ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro

ZeroUno: Cosa consiglierebbe a un giovane che si sta orientando verso il mondo del lavoro, in un momento così difficile dove, soprattutto in Italia, sembra che anche le facoltà che tradizionalmente offrivano opportunità sicure di impiego non garantiscano più un futuro certo.

Candiani: Sicuramente bisogna seguire le proprie passioni perché quando si fa qualcosa che appassiona, comunque si riesce sempre meglio. Detto questo, ritengo che frequentare le facoltà STEM abbiano ancora delle ottime possibilità di trovare lavoro, proprio perché le competenze matematiche, scientifiche analitiche sono sempre più richieste.

Con Ambizione Italia [progetto per colmare il divario di competenze per il futuro andando a formare competenze verticali su specifiche tecnologie ndr] stiamo monitorando questo tema e abbiamo rilevato che ci sono 135.000 posizioni vacanti in Italia nell’IT; per contro i dati sulla disoccupazione giovanile sono allarmanti. È evidente che c’è un gap deve essere colmato.

Se da una parte sono richieste competenze scientifiche, dall’altra sono sempre più rilevanti anche le cosiddette soft skills come il problem solving, abilità creative, lavoro in team, capacità che non necessariamente si acquisiscono sui banchi di scuola, durante il percorso scolastico. Ecco quindi che diventano importanti le esperienze di vita, come per esempio i boy scout o quelle attività che consentono di esercitare la collaborazione, o l’ascolto per esempio.

L’altra cosa che, secondo me, fa la differenza è la capacità di imparare sempre, la formazione non si conclude con il diploma, la laurea o il master: bisogna imparare a imparare. Oggi ci sono tantissime possibilità di accedere a una formazione continua, le opportunità sono enormi, il panorama vastissimo e il problema è solo quello di sapersi orientare [da questo punto di vista programmi come Flexa lanciato dal Politecnico di Milano basato sul motore di intelligenza artificiale di Microsoft può essere un valido aiuto ndr]

E comunque bisogna sempre sapersi mettere in discussione.

NOTA BIOGRAFICA

Laureata in Economia all’Università Bocconi di Milano, master in Business Administration presso l’Insead di Fontainebleau, Silvia Candiani ha 47 anni, è sposata e ha due figli di 13 e 10 anni. AD della filiale italiana di Microsoft dal 2017, è alla guida di un team di 850 collaboratori e una rete di 10.000 partner; giunge al vertice dell’azienda dopo avere guidato per tre anni la divisione Consumer e Channel per l’area dell’Europa Centrale e dell’Est e, precedentemente, avere ricoperto la carica di Direttore Marketing & Operations e Direttore Divisione Consumer & Online per l’Italia. Prima di Microsoft, la top manager ha maturato una lunga esperienza in Vodafone, McKinsey e San Paolo Imi. È membro del Consiglio Generale di Confindustria Digitale e Presidente del Gruppo sulle Piattaforme di filiera per le PMI e membro del Consiglio Amcham – American Chamber of Commerce in Italia.

Con questo articolo inizia un ciclo di interviste che abbiamo chiamato “Vita da CEO” e nel quale vogliamo raccontare le esperienze, le sfide, lo stile dei top manager dell’IT.

Patrizia Fabbri

Giornalista

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno.

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