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CIO: andare oltre i confini della trasformazione digitale

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Prospettive

CIO: andare oltre i confini della trasformazione digitale

17 Ott 2017

di Elisabetta Bevilacqua

In un contesto dove prevalgono i modelli algoritmici nel mercato, il ruolo umano consiste nel definire le regole e il CIO, per non essere “divorato” dal software deve utilizzarlo per ridefinire gli elementi chiave dell’impresa (capitale, lavoro e fiducia) diventando un Chief Hybridization Executive. Riprendiamo l’analisi di alcuni interventi tenutisi agli scorsi Incontri ICT 2017 di Finaki, evento annuale che coinvolge la comunità dei CIO italiani, quest’anno dal titolo “Oltre i confini della trasformazione digitale. Le sfide di un mondo in versione beta”

Il punto di partenza per l’evoluzione del CIO è la necessità delle imprese di cambiare modello di business e organizzativo a partire dalla crescente diffusione della logica algoritmica. È quanto è emerso in occasione degli Incontri ICT 2017 di Finaki. Ivan Ortenzi, partner Ars et inventio (Divisione focalizzata su innovazione e creatività della società di consulenza Business Integration Partners), ha analizzato le sfide del CIO usando la lente di osservazione della “neotenia”, ossia la capacità di mantenere anche in età adulta le caratteristiche tipiche dell’età infantile, alla base della forza evolutiva, presente in alcuni esseri viventi, fra cui l’uomo.

Ivan Ortenzi

Partner Ars et inventio

Carlo Alberto Carnevale Maffè, professore di Strategy and Entrepreneurship presso SDA Bocconi School of Management, da parte sua, vede il CIO come leader della contaminazione organizzativa nei nuovi mercati algoritmici. In un contesto di grande cambiamento, “il CIO può avere un ruolo determinante solo se sa proporsi come innovatore di un modello organizzativo non solo come efficientatore di quello in essere”, sostiene Carnevale Maffè, che considera come condizione per la competitività, la capacità dell’impresa di sapersi ridisegnare ponendo al centro gli algoritmi.

Carlo Alberto Carnevale Maffè

professore di Strategy and Entrepreneurship presso SDA Bocconi School of Management

Il CIO Neotenico per l’evoluzione del business

Come mai le aziende e i modelli di business non sono neotenici come gli uomini?

“Siamo tutti neotenici: manteniamo infatti in età adulta la curiosità, la giocosità, l’umorismo, la gioia, lo spirito critico, l’immaginazione, la capacità di fare domande”, sostiene Ortenzi. Si tratta di capire se le aziende, come somma di individui neotenici, lo sono anch’esse. I numeri sembrerebbero negarlo. La vita media delle aziende diminuisce a differenza di quanto avviene per la vita media dell’essere umano, nota Ortenzi, sottolineando che il vero problema per le imprese non è tanto la loro minor permanenza sul mercato quanto il fatto che “i modelli di business non siano neotenici”, non si sappiano cioè adattare ai mutamenti del mercato. Un segnale, secondo Ortenzi, del ribaltamento dei modelli di business è lo spostamento di capitalizzazione negli ultimi 10 anni da aziende tradizionali ad aziende che basano il proprio business sui dati: nel 2006 le prime cinque per capitalizzazione erano infatti Exxon, GE, Microsoft, CityGroup, Grazprom, mentre nel 2016 le prime cinque erano Apple, Alphabet-Google, Microsoft (l’unica a mantenere il terzo posto dopo una discesa nel 2011), Amazon, Facebook.

Ma se le imprese e i modelli di business non sono neotenici, lo possono e devono essere i CIO e i CTO per colmare il gap attuale fra le capacità di trasformazione attuali e le aspettative rispetto alle opportunità che la tecnologia offre (figura 1).

Figura 1
La quarta rivoluzione industriale per chiudere il gap
Fonte: presentazione Ivan Ortenzi a Incontri Finaki 2017

La digital transformation non è però, secondo Ortenzi, sufficiente per colmare il gap: “È condizione necessaria per garantire l’efficienza, ma non l’efficacia e l’eccellenza”, sostiene, sottolineando che la competizione non è più solo sull’efficienza ormai da tempo. È infatti inutile rendere più efficiente il proprio modello di business se questo viene scalzato da modelli più efficaci per rispondere ai bisogni del mercato: nel caso dei trasporti, ad esempio, un operatore può anche diventare il migliore nella vendita di biglietti online aumentando la propria efficienza ma non è competitivo se i potenziali clienti usano BlaBlaCar o FlixBus.

Entro 2019, il 70% delle organizzazioni IT (dati IDC) cambierà la propria cultura verso un approccio simile a quello delle startup con competenze Agile e open source.

“Il CIO neotenico, o CIO Beta, dotato di istinto evolutivo, scalzerà il CIO Alfa inerziale, dotato di istinto di sopravvivenza. E mentre il secondo continua a ragionare in una logica pipeline, Project management e Project thinking, requisiti, il secondo lavora su piattaforme, si occupa di user experience e di interfacce, non chiede più i requisiti ma interagisce”, sostiene Ortenzi.

L’istinto evolutivo dovrebbe però spingere anche il CIO Alfa a reagire diventando neotenico per evitare di soccombere a nuove specie che stanno nascendo e stanno assumendo parte delle sue funzioni, come il Chief Innovation officer, il Digital Officer o il Data Officer.

“Il CIO neotenico deve superare il concetto di CIO bimodale se è vero quanto prevede IDC, secondo la quale entro il 2019, l’80% delle organizzazioni bimodali IT accumulerà un debito tecnico [l’incapacità a mantenere bassa la complessità ndr] che determinerà una spirale di complessità e costi”, avverte Ortenzi.

La prospettiva per i CIO è dunque essere gestori di risorse e asset intra e infra generazioni, nuove competenze all’interno dei giovani che vogliono lavorare in modalità diverse dagli Alfa.

Figura 2
Spostamento dei costi transazionali e organizzativi nel mercato digitale
Fonte: presentazione Carnevale Maffè a Incontri Finaki 2017

Il CIO alla prova dei mercati algoritmici

La visione di Carnevale Maffè, ancora più radicale, si basa su una visione di organizzazione robotizzata, che non si limita alla fabbrica, ma investe tutte le aree e i settori. “Ognuno avrà un digital twin, un alter ego virtuale che lavora al suo posto. Non più il software che supporta l’uomo, ma l’uomo che supporta il software e progressivamente gli insegna quello che sa”, spiega. In fondo è quanto già accade nel mondo della meccanica, grazie alla diffusione di IoT e di industria 4.0, dove ci sono ricadute notevoli nella manutenzione preventiva e predittiva.

Il salto verso la virtual factory non determinerà però la fine del lavoro dell’uomo, come non lo ha determinato l’automazione delle attività industriali o dell’agricoltura, ma ci sarà uno spostamento delle competenze e delle professioni richieste. Alcune professioni come quelle ICT crescono del 38% mentre altre, come quelle in ambito vendite, sono destinate a scomparire, come evidenziano le analisi di EuroFound (Living and working in Europe 2016) sui lavori in rapida crescita e quelli destinati all’estinzione.

In questo contesto dove prevalgono i modelli algoritmici nel mercato, il ruolo umano consiste nel definire le regole e un’etica robotica basata su processi algoritmici di tutela e non sulla proibizione.

Secondo la teoria classica, formulata nel secolo scorso dal Nobel per l’economia Ronald Coase, l’impresa ha la sua ragion d’essere nella capacità di trovare l’equilibrio fra i costi transazionali (in estrema sintesi tutti gli oneri che i partecipanti allo scambio devono sostenere per realizzarlo) e i costi organizzativi. Ma questo equilibrio si evolve (facendo diminuire i costi di transazione fino ad azzerarli) verso gli ecosistemi digitali (o economia delle piattaforme) che rappresentano l’attuale tendenza evolutiva (vedi figura). Ma negli ecosistemi digitali cambia il punto di equilibrio e ne va trovato uno nuovo; da qui la necessità, secondo Carnevale Maffè, di ripensare l’organizzazione, ricordando che “un ecosistema digitale non è il progetto di una cattedrale, ma l’esperienza di un souk”.

Ma se, come scrisse Marc Andreessen nel suo famoso articolo sul Wall Street Journal, si realizzasse la profezia che il “software is eating the world”, come fare in modo che i nuovi modelli di business non finiscano anche con il “mangiarsi” i CIO tradizionali? Potrebbe essere questa la logica conseguenza della virtualizzazione di gran parte degli asset e della disponibilità delle risorse as-a-service, senza la necessità di impegno di capitali a lungo temine, lavoro a tempo pieno dedicato e specializzato, la fiducia basata su vincoli legali.

“Per non essere mangiato, il CIO deve usare il software per ridefinire gli elementi chiave dell’impresa: capitale, lavoro e fiducia”, suggerisce Carnevale Maffè che elenca alcune delle priorità dei CIO per svolgere questo ruolo:

  • imparare a usare il capitale, finanziario o intellettuale, nel modo più efficiente grazie all’adozione di soluzioni innovative, dalla blockchain alla gestione dei diritti digitali alle API.
  • massimizzare la produttività del lavoro umano selezionando da una vasta gamma di soluzioni tecnologiche oggi disponibili
  • essere in grado di scrivere nuove regole per la creazione di trust, che devono evolvere dai tradizionali testi legali agli smart contract, utilizzando l’intelligenza artificiale e le piattaforme per il social rating, le piattaforme social che consentono di valutare la qualità dei prodotti/servizi offerti.
  • estendere il suo campo di competenza in direzione della gestione delle risorse (Hr) per organizzare il lavoro delle persone e dei robot, del brand manager, del CFO per la gestione del capitale che deve girare ad alta velocità…

In sostanza il CIO deve diventare Chief Hybridization Executive.

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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