Alla ricerca di una nuova sintesi tra Etica e Tecnologia, anche per la blockchain

Pubblicato il 26 Mar 2019

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La blockchain sta facendo nascere questioni di natura etica. Succede per tutte le nuove tecnologie: vengono sviluppate, si impongono sul mercato e, solo a posteriori, ci si chiede se siano “buone” o “cattive”. Porsi queste domande serve agli individui e alla società nel suo complesso, senza escludere le aziende, che si muovono in un contesto dove la dimensione etica non è ignorabile. La “catena dei blocchi”, una delle tecnologie al cuore dei Bitcoin, la criptomoneta inventata dal misterioso Satoshi Nakamoto nel 2008, suscita una serie di interrogativi etici: è un sistema democratico o piuttosto “iper-democratico”? La trasparenza dei dati è più un elemento positivo o un rischio per la privacy degli utenti? Quali normative vanno pensate per un sistema basato sulla auto-regolamentazione? Su questi ed altri temi ci si è interrogati a un tavolo sull’Etica Digitale organizzato da Digital Guys alla Milano Digital Week presso lo spazio di Tutelio, startup che tutela le opere dell’ingegno attraverso la Blockchain, all’interno di Talent Garden Calabiana.

Si è parlato di veridicità, sicurezza e certificazione dei dati. Si è riflettuto sull’impatto sociale della Blockchain, in particolare sulla mancanza di un’autorità verticale che significa anche assenza di regolamentazione. Si è dibattuto sulla trasparenza del processo, cosa “buona” di per sé ma che in alcuni casi potrebbe diventare “eccessiva” se non  addirittura pericolosa. Sono stati approfonditi temi come la necessità di consapevolezza, di formazione e di una cultura tecno-umanista che promuova le tecnologie tenendo conto degli aspetti legati all’essere umano. Infine è stata suggerita la creazione di un codice etico. Vediamo i principali argomenti toccati.

Blockchain: buzzword, hype o…libertà?

Per individuare la dimensione etica della Blockchain bisogna partire dalla sua esatta definizione. Ma il significato non è ancora chiaro a tutti: talvolta viene equiparata o confusa tout court con le criptomonete. In sostanza la Blockchain “allo stato puro”, come l’ha intesa e applicata Nakamoto, ha il suo sblocco naturale in tre tipologie di piattaforme: quelle per le criptovalute, per gli atti notarili e per la protezione del diritto d’autore delle opere. Questo almeno ritengono i “puristi della blockchain”, appartenenti sostanzialmente al mondo delle criptocurrencies. D’altra parte molti altri guardano alla blockchain in senso più ampio come un’efficace modalità di certificazione dei dati. Sono due scuole di pensiero. Ma dal modo diverso di vedere la blockchain possono derivare diverse prospettive etiche.

“Sgombriamo il campo dalle informazioni sbagliate: spesso aziende e banche utilizzano il termine Blockchain come buzzword e come strumento di marketing, ma senza fondamenta” afferma Alberto De Luigi, Bitcoin evangelist (albertodeluigi.com). Secondo De Luigi “Bitcoin è libertà” perché è una “moneta” che non necessità di alcuna autorità centrale. “Oggi non serve più il potere coercitivo nel monopolio dello strumento monetario. Semplicemente, ci sono soluzioni tecnologiche che ci permettono di adempiere agli stessi fini rispettando la volontà degli individui e senza ricorrere all’esercizio della violenza”.

La differenza tra blockchain pubbliche e blockchain private

Sulla stessa lunghezza d’onda Edoardo Vecchio, founder di Coin Society, un negozio fisico appena aperto in Lombardia che vende Bitcoin, su ispirazione della francese Maison du Bitcoin. “C’è una gran confusione su cosa sia la Blockchain e cosa possa fare meglio dei sistemi di certificazione attualmente in uso. Noi, puristi della Blockchain, la definiamo un sistema pubblico, condiviso e disintermediato che si distingue dalle Blockchain private. Perciò pensiamo che nell’applicazione della Blockchain alla transazione monetaria ci sia effettivamente un’applicazione dell’etica. La Blockchain garantisce infatti una vera privacy finanziaria, fornendo un’alternativa digitale al cash. È la spinta verso la cashless society. Ed è un sistema che si auto-regola”.

Andrea-Rubes Albinati, parte del board dell’associazione “The Blockchain Council“, ha preso la parola, evidenziando che “c’è un enorme ‘hype’ attorno al tema Blockchain. L’utilizzo della blockchain per applicazioni diverse dalla gestione di transazioni di asset completamente tokenizzati, digitalizzati o digitalizzabili ha generalmente poco senso e va valutata con estrema attenzione, come già accennato in alcuni interventi precedenti..
In merito agli aspetti “etici” legati alla blockchain, vorrei andare, invece, contro corrente e sottolineare alcuni rischi potenziali dell’applicazione su larga scala della blockchain, se e quando accadrà. In estrema sintesi il bitcoin e la blockchain nascono come espressione della massima decentralizzazione, ma potrebbero diventare uno degli strumenti di massima centralizzazione e di controllo totale.
La somma della tracciatura completa di ogni azione tramite i nostri dispositivi digitali, della digitalizzazione del danaro e delle transazioni, e dell’adozione della blockchain rischia di diventare una possibile “piattaforma” di controllo estremamente capillare delle persone che, nelle mani sbagliate, potrebbe essere molto pericoloso. Questo potrebbe essere il potenziale rischio tra qualche anno”.

Blockchain: la necessità di regole e i rischi della iper-democratizzazione

È cominciato da pochi anni il percorso verso una regolamentazione della Blockchain. La Repubblica di San Marino, per esempio, ha di recente emanato una legge per normare e garantire lo sviluppo e l’implementazione della Blockchain. La necessità di regole è “l’altra faccia della luna” della Blockchain, strumento dalle enormi potenzialità ma attualmente non ancora regolato.

“Abbiamo voluto normare la Blockchain perché ci è sembrata una tecnologia rivoluzionaria che davvero potrebbe avere un forte impatto sulla società” dice Sara Noggler, membro Comitato Scientifico San Marino Innovation – Blockchain, Public Affairs Consultant  e Advisor presso JUR. “Per noi il ritorno alla sovranità del cittadino nella gestione del dato è fondamentale. Così abbiamo cominciato a regolamentare  una piccola parte di iniziative per implementare questa tecnologia nelle attività giornaliere quali cittadinanza digitale, transazioni finanziarie e possibilità di crowdfunding per le imprese. Il fatto che San Marino sia una nazione molto piccola ci è d’aiuto, siamo un laboratorio. Ci muoviamo sull’esempio dell’Estonia”.

A sua volta Massimiliano Cantafia, area Promozione e Sviluppo FonARCom, Fondo Paritetico Interprofessionale Nazionale per la Formazione Continua, esprime preoccupazioni per l’assenza di regolamentazione. “Se da una parte la Blockchain è senz’altro un forte stimolo alla democratizzazione dei processi, dall’altra l’assenza di un regolatore è quanto di più contrario all’etica”.

Blockchain, il valore dei dati

I dati hanno un grande valore. Da tempo siamo abituati a cederli gratuitamente, quasi senza rendercene conto, invece sono estremamente preziosi per le aziende alle quali li cediamo. È etico che le aziende ne possano disporre senza retribuire l’utente che li fornisce più o meno consapevolmente?

“Per poter dominare i dati e le informazioni ogni nazione o potenza porta avanti le proprie strategie” osserva Fabiano Lazzarini, Country Manager at Qwant, motore di ricerca europeo con focus sulla privacy. “Uno degli strumenti per contrastare lo sfruttamento del dato da parte delle grandi aziende della rete è quello di creare un nuovo rapporto con l’utente finale, remunerandolo per la cessione dei suoi dati attraverso le criptovalute. Già esistono esperimenti che vanno in questa direzione. Credo che la remunerazione del dato non sia solo un incentivo per rendere più corretto il rapporto fra i detentori del potere online e le persone, ma anche un modo per farle diventare più consapevoli del valore del dato che ora cediamo gratuitamente”.

Remunerare i dati in criptovalute. Ci sta pensando anche Ivano Labruna, CEO di Salusbank. “La nostra azienda si occupa di raccogliere dati sanitari. Quest’anno i nostri tecnici hanno proposto di trasferire i dati che possediamo in Blockchain. Proprio per sopperire alla mancanza di precisione e di aggiornamento dei dati della cartella clinica abbiamo pensato di remunerare le persone che cedono i loro dati attraverso una nostra criptovaluta”.

Blockchain nell’agro-alimentare e nelle risorse umane

La Blockchain è già una risorsa per il settore agroalimentare e potrebbe diventarlo anche in altri settori, per esempio quello delle risorse umane.

Lorenzo Guerra, co-founder di Italentfood, startup che punta a diventare un marketplace digitale per portare i migliori prodotti italiani nel mondo, sottolinea: “Il mio interesse verso la Blockchain riguarda le potenzialità che questa tecnologia può esprimere nella verifica e salvaguardia dei prodotti della filiera agroalimentare italiana, soprattutto rivolta al valore dei nostri marchi che vengono contraffatti all’estero”.

Alessandro Donadio, HR Innovation Lead e Associate Partner di Key2People, si chiede se la Blockchain può aiutare ad ottimizzare la ricerca di personale, rendendola più mirata ed efficace. Per poi osservare: “Le tecnologie sono ecosistemi complessi che non producono etica al proprio interno (la tecnologia di per sé non può essere etica). La Blockchain dovrà rispondere a noi, cittadini e utenti: saremo sempre noi a valutarla, agendo, di volta in volta, con la dovuta attenzione”.

L’etica dell’algoritmo

L’algoritmo è etico? Secondo alcune ricerche gli algoritmi rischiano di essere maschilisti, per esempio escludendo in automatico le donne da alcune ricerche, o razzisti, persino se a sviluppare l’algoritmo è una persona di colore.

Claudio Tancini e Claudio Pastore hanno costituito una quindicina d’anni fa Informatica Solidale Onlus, associazione per mettere la loro esperienza di informatici al servizio della società e per riflettere sui risvolti etici della loro professione. “Una delle iniziative che abbiamo avviato è stata sensibilizzare gli informatici ai temi dell’etica e far crescere una visione responsabile. Sempre di più chi codifica, dunque anche chi lavora alla Blockchain, deve pensare che quello che sta sviluppando avrà un impatto sulle persone e sulla società. Ma come può uno sviluppatore riconoscere ciò che etico da ciò che non lo è? Per questo abbiamo elaborato un codice etico, che vuole essere un modo per dare alcune linee guida. Abbiamo preso spunto dall’associazione americana ACM (Association for Computing Machinery) e lo stiamo testando per capire quanto è veramente applicabile”.

Blockchain: la necessità della consapevolezza

Gualtiero Giuliani, E-Learning specialist and ICT trainer, sottolinea come “l’etica nel digitale funziona se c’è consapevolezza; è la chiave per guardare più in generale tutta la trasformazione in corso”. Luisa Cozzi, comunicatrice, aggiunge: “Cultura, consapevolezza e lungimiranza non possono mancare a questo tavolo di discussione”.

Infine è intervenuto Fabrizio Bellavista in rappresentanza dei Digital Guys, gli organizzatori dell’incontro (Antonio Cirella e Stefano Lazzari, con la collaborazione di Luisa Cozzi): “Negli anni Sessanta e Settanta in Silicon Valley si è formata una cultura alternativa. Stewart Brand, Steve Jobs, Stephen Wozniak e decine di altri informatici si sono trovati a dare vita ad una cultura tecno-umanista che è stata spesso comparata al Rinascimento italiano. Quella spinta evolutiva ed emotiva nata dalla contaminazione tra tecnologi, artisti, psicologi ed informatici si sta però esaurendo: la Silicon Valley non è più un mito. Ma con la Blockchain abbiamo ripreso contatto con l’hub della rete. Perché Blockchain significa condivisione senza un potere centrale: questa tecnologia ha ridato visibilità ai valori fondanti degli anni della nascita della Silicon Valley e per questo dobbiamo esserle grati. Ma resta un problema: dobbiamo ricompattare l’umanesimo con la tecnologia”.

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