Corsa alle chip fab: l’ansia da recessione non ferma gli investimenti. 84 in arrivo entro il 2024

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Corsa alle chip fab: l’ansia da recessione non ferma gli investimenti. 84 in arrivo entro il 2024

Tutti i governi delle maggiori potenze tecnologiche investono sul futuro dell’innovazione, sovvenzionando la produzione di chip. Entro il 2024 metteranno in gioco oltre 500 miliardi di dollari e il mondo avrà 84 fabbriche in più. Oltre a Cina e Stati Uniti, sono anche i Paesi europei e asiatici a voler scommettere nel settore, cercando di limitare la dipendenza e liberarsi dall’incubo di una supply chain lunga e fragile

Pubblicato il 05 Gen 2023

di Marta Abba'

Nonostante il pensiero incombente della recessione e i poco incoraggianti sviluppi dei conflitti geopolitici in corso in diverse parti del mondo, i produttori di chip scommettono sull’innovazione. Hanno scelto di fornire al mondo questo fondamentale “ingrediente tecnologico” senza cui tanti settori rischiano di arenarsi. È quanto emerge dall’ultimo rapporto World Fab Forecast realizzato dall’associazione industriale SEMI (Semiconductor Equipment and Materials International) guardando al panorama globale. Non si può dire che ci sia un’area che non scommette sui chip, ciascuno si muove secondo le proprie possibilità ma tutti incoraggiati da consistenti sussidi governativi. 

Uno sprint innescato dai governi  

Entro il 2024 i produttori di chip spenderanno 500 miliardi di dollari per realizzare 84 nuove fabbriche. Nella maggior parte dei casi i cantieri sono già stati avviati. Tempo un paio di anni, quindi, e il panorama del mondo dei semiconduttori sarà differente, non solo per la quantità di pezzi in circolo ma anche per le dinamiche e i rapporti di forza che lo regolano.

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Oggi esistono delle forti dipendenze che alcune potenze, Stati Uniti in primis, vogliono eliminare al più presto. Una volta toccata con mano, durante la pandemia, la fragilità di una supply chain troppo lunga e distribuita, la tendenza è quella di mirare all’autonomia, o per lo meno a un minor sbilanciamento verso oriente. Anche l’Europa ha una posizione simile.

Contando molto su una accoglienza entusiasta di nuovi e numerosi chip da parte di settori come automotive e calcolo ad alte prestazioni, il mondo dei semiconduttori “getta il cuore oltre l’ostacolo”. Lo fa coi soldi dei contribuenti, attraverso gli incentivi governativi mirati all’espansione della capacità produttiva e al rafforzamento delle catene di fornitura.

Non solo Usa e Cina: tanti nuovi chip anche made in Europe e in Taiwan

Solo negli Stati Uniti, i 52 miliardi di dollari di sovvenzioni per la produzione di chip previsti dal Chips and Science Act del 2022 e i 24 miliardi di dollari di crediti d’imposta per la produzione di chip hanno già spinto le aziende a investire quasi 200 miliardi di dollari in progetti produttivi in 16 Stati.

Con questi numeri, riportati dalla Semiconductor Industry Association, gli USA conquistano il primo posto a livello mondiale tra le aree che stanno più spendendo in nuovi impianti e potenziamento della produzione. Nel periodo 2021-2023 prevedono di costruire 18 nuove chip fab e la Cina non sta a guardare, anzi. Sta preparando un contrattacco, rilanciando con un piano che, secondo quanto trapelato, prevederebbe 20 nuove fabbriche e un investimento da 1000 miliardi di yuan che corrispondono a 143 miliardi di dollari, tra sovvenzioni e crediti di imposta. Diventerebbe quindi il Paese con il maggior numero di cantieri aperti nel prossimo biennio, ma dedicati solamente a tecnologie mature. Assenza totale di tutte le innovazioni e le sperimentazioni su cui si sta lavorando tra Europa e Stati Uniti, per via delle sanzioni di questi ultimi. Una strategia per tagliare fuori il Regno Di Mezzo, o perlomeno a smorzarne la potenza di fuoco, impedendogli l’accesso a gran parte delle attrezzature e degli strumenti necessari per produrre chip avanzati.

Nel loro perenne sgomitare, Cina e Stati Uniti occupano la scena anche nel settore dei chip, ma alcuni progetti di costruzione di fabbriche inizieranno anche altrove. Grazie ai 43 miliardi di euro dell’European Chips Act, tra il 2021 e il 2022 in Europa si avvieranno 17 nuovi progetti di fabbriche. Un record per la regione che supera così, anche se di un soffio, altri player importanti. Taiwan, per esempio, si ferma a 14 nuovi impianti, il Giappone e i Paesi del Sud-Est asiatico a 6 per ciascuno, la Corea del Sud a 3.

Nel suo report, SEMI analizza anche l’impatto che tutto questo fermento produttivo avrà sulle attrezzature necessarie per la produzione di chip. Rispetto allo scorso anno, si spenderà quasi il 6% in più rispetto al 2021, arrivando alla cifra di 108,5 miliardi di dollari.

Per una volta, sembra che tutti concordino nel prevedere e desiderare un futuro in cui i chip verranno generosamente prodotti e usati, e anche potentemente valorizzati. Visti i fondi stanziati, c’è da sperare che ciò che si sta per costruire non cadrà in disuso per un ennesimo imprevedibile cambio di scenario. Il dubbio che già si insinua in chi osserva attentamente trend e numeri è relativo alla geolocalizzazione dei cantieri. Poco distribuiti, forse, per evitare di mettere sotto pressione l’ancora fragile supply chain.

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Marta Abba'

Giornalista

Laureata in Fisica e giornalista, per scrivere di tecnologia, ambiente e innovazione, applica il metodo scientifico. Dopo una gavetta realizzata spaziando tra cronaca politica e nera, si è appassionata alle startup realizzando uno speciale mensile per una agenzia di stampa. Da questa esperienza è passata a occuparsi di tematiche legate a innovazione, sostenibilità, nuove tecnologie e fintech con la stessa appassionata e genuina curiosità con cui, nei laboratori universitari, ha affrontato gli esperimenti scientifici.

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