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Un “Cio Council” a supporto della digitalizzazione del Paese

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Un “Cio Council” a supporto della digitalizzazione del Paese

05 Dic 2013

di Elisabetta Bevilacqua

Nella Tavola Rotonda organizzata da Finaki-ZeroUno-NetConsulting, ospitata presso la sede dell’Agenzia per l’Italia Digitale, l’introduzione del direttore Agostino Ragosa ha messo in campo i temi all’ordine del giorno, evidenziando criticità e opportunità che l’introduzione dell’Agenda Digitale offre alla Pubblica Amministrazione, ad aziende e a cittadini: presentare grandi progetti per poter sfruttare i 70 miliardi di Horizon 2020, evitando la frammentazione; sviluppare nuove figure professionali Ict di cui l’Europa ha bisogno per la digitalizzazione; ridefinire su nuove basi la relazione con i vendor andando a semplificare le regole per gli appalti; puntare al coinvolgimento dei territori per la digitalizzazione. La comunità dei Cio non si è limitata alla discussione, ma si è offerta di far confluire la propria esperienza e influenza in un Cio Council, in grado di fare lobby in senso positivo per la digitalizzazione del Paese.

Dopo un avvio faticoso, sembra ci sia ora tutta la volontà, anche sulla spinta dell’Europa, di applicare anche in Italia il paradigma digitale”, ha esordito Agostino Ragosa, direttore dell’Agenzia per l’Italia Digitale, nella sua introduzione alla Tavola Rotonda organizzata da Finaki-ZeroUno-NetConsulting e ospitata dall’Agenzia, indicando come banco di prova il piano europeo Horizon 2020: circa 70 miliardi di euro, nei prossimi sette anni a disposizione del sistema Italia. Si tratta di un’occasione di sviluppo imperdibile da sfruttare evitando di spendere meno di quanto finanziato, come accaduto invece per il precedente Piano della Società dell’informazione del quale sono stati utilizzati solo 18 dei 58 miliardi previsti. “Dobbiamo far comprendere, non solo alla Pubblica Amministrazione ma anche al mondo privato, che il digitale non è un insieme di piccoli progetti bensì una delle chiavi di sviluppo del Paese per il quale servono linee progettuali chiare e generali, un’opportunità per rilanciare il sistema produttivo grazie a un uso appropriato dell’Ict – ha esortato Ragosa –. I fondi europei resteranno a disposizione delle amministrazioni territoriali, ma dobbiamo trasmettere all’Europa un piano nazionale sul digitale, non una miriade di singoli progetti, come è accaduto negli anni passati”. Le Regioni hanno condiviso questa esigenza e presentato alla Conferenza Stato-Regioni un documento che esprime la necessità di vedere il digitale trasversale ai sistemi dei servizi e delle infrastrutture, evidenziando l’obbligo di un coordinamento nazionale.
“Il digitale ha importanti risvolti anche sul piano dell’occupazione”, ha sottolineato ancora Ragosa. “Nell’incontro programmato il 24-25 ottobre a livello europeo [vedi correlata dal titolo “Bruxelles: una bella giornata per l’Europa e per l’Italia” ndr], con la partecipazione dei primi ministri, si discuterà non solo di agenda e mercato digitale ma anche di profili professionali, visto che la Commissione Europea prevede che mancheranno un milione di competenze nel digitale per il 2015, di cui almeno 100mila dovrebbero riguardare l’Italia. Abbiamo lanciato, coinvolgendo tutti i ministeri, compreso il Miur, un piano nazionale per la diffusione della cultura e per l’alfabetizzazione digitali, che coinvolgerà anche le organizzazioni imprenditoriali”, ha ricordato Ragosa.
Sul tema pubblico-privato c’è apertura a nuove posizioni a livello europeo per cercare modalità di collaborazione che tecnologie come il cloud possono favorire. La partnership pubblico-privato è una delle strade da percorrere.
Rientra in questa collaborazione anche la tematica degli open data, che possono rappresentare una grande opportunità di sviluppo dell’impresa nazionale, soprattutto per le Pmi. Ma anche in questo caso bisogna essere pronti: “Se apriamo le basi dati pubbliche mentre l’industria nazionale non è ancora pronta, rischiamo la paradossale situazione di vederli utilizzati da aziende straniere che ce li rivenderanno come servizi”, ha detto Ragosa. Ricordiamo infatti che l’Italia ha aderito all’accordo di Dublino, la cosiddetta Data Declaration, che la impegna a rendere disponibili, secondo formati standard, i dati pubblici ai privati, che potranno dunque attingervi direttamente in modo automatico per utilizzarli nelle applicazioni.
Su questo, come su temi quali i database della Pa, il cloud, i data center, vanno definite rapidamente le linee guida indispensabili per riqualificare la domanda e per indire le opportune gare. “Per definire i criteri, chiediamo il confronto anche con le multinazionali dell’It che detengono la tecnologia. Ma abbiamo constatato che anche il mercato dell’offerta in molti casi non è ancora maturo, soprattutto nelle aree più innovative”, ha aggiunto Ragosa. Va dunque migliorata la domanda pubblica, che spesso non si esprime in modo adeguato e che deve invece definire chiare linee guida, consentendo così anche all’offerta di riallinearsi per sfruttare davvero le opportunità che si stanno aprendo.
Sì alla collaborazione fra pubblico e privato, ma semplificando

Consip svolge un ruolo fondamentale per collegare due realtà: il pubblico e il privato. Infatti, come evidenziato da Domenico Casalino, amministratore delegato di Consip, l’Azienda è garanzia di fiducia e rappresenta perciò il punto di connessione tra amministrazioni, imprese, istituzioni e società civile, per conseguire l’obiettivo che l’Agenzia per l’Italia Digitale ha indicato, realizzare, cioè, i contratti di acquisto, fondamentali per la digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni. Per Casalino, il contesto attuale si può riassumere in tre parole chiave: obiettivi, risorse e fiducia. “Gli obiettivi sono quelli dichiarati dal Governo, che indica la digitalizzazione in ogni campo di attività della Pa, la leva per portare nel Paese un’innovazione digitale a largo spettro. Le risorse economiche necessarie per tale obiettivo possono arrivare dai fondi europei ed essere recuperate attraverso la riqualificazione della spesa pubblica, riponendo fiducia in tutti quei soggetti pubblici e privati, Agenzia, Regioni, la stessa Consip, che sono impegnati nel difficile compito di far partire una macchina complessa, quale quella della riqualificazione della spesa It pubblica. In questa grande trasformazione – ha sottolineato Casalino – anche i Cio, i dirigenti del settore informatico, tanto nel settore pubblico quanto nel settore privato, hanno un ruolo importante, essendo abituati a gestire progetti fondati sui tre pilastri della gestione manageriale: obiettivi, tempi e costi”.
Come ha però ricordato Stefano Uberti Foppa, direttore di ZeroUno, “la necessità di razionalizzare e realizzare grandi progetti definendo tavoli di confronto apre il difficile e antico tema dell’execution, presente sottotraccia insieme alla necessità di semplificazione. È proprio nella scarsa capacità esecutiva, infatti, che molti piani di sviluppo strategici si sono rivelati inattuabili in passato”.
Anche Pierluigi De Marinis, direttore Sistemi informativi e impianti di Anas, ha richiamato la necessità “di nuove regole consistenti e blindate contro le eccezioni”, per evitare che interessi di parte blocchino i processi di innovazione. Andrebbero, a suo parere, ridefinite le regole degli appalti, “visto che non si possono comprare servizi di informatica con le regole utilizzate per i lavori pubblici”. Mentre Stefano Tomasini, direttore centrale, responsabile del Sistema informativo di Inail, ha insistito sulla necessità di ridefinire il modello di partenariato pubblico-privato che deve però essere più trasparente e richiede investimenti anche da parte dei privati.
Chiamato in causa, il mondo dei vendor è intervenuto.
“Oggi l’Italia è considerata dalla maggior parte dei vendor un paese di terza fascia, non è cioè un paese dove investire”, ha detto senza troppi giri di parole Massimiliano Ferrini, Country manager di Citrix, ricordando che, con il doppio di aziende It della Germania, si realizza nel nostro paese metà del fatturato della Federazione Tedesca. “Nella maggior parte dei casi sono aziende che non fanno innovazione, ma ‘montano’ soluzioni che arrivano dall’estero”, ha aggiunto. Questa visione viene confermata da Roberto Moriondo, Direttore dell’Innovazione, Regione Piemonte e rappresentante delle Regioni presso l’Agenzia per l’Italia Digitale che ricorda: “In Piemonte, per esempio, guardando ai dati sembrerebbe di avere una specie di California trasportata in Europa: 10mila imprese, 7% del Pil, 100 mila addetti. Ma molte di queste aziende in realtà si comportano da agenzie interinali, ‘affittando’ le proprie persone alla filiera dell’auto o al settore finanziario e spesso alla Pa, la quale oltretutto ha contratto drammaticamente il budget. Queste aziende spesso si vantano di riuscire a stare sul mercato anche con prezzi molto bassi, ma questa non è competitività”.
Come dunque attirare gli investimenti? “I vendor arrivano se c’è know how, pesante defiscalizzazione (vedi Irlanda e Olanda), vero mercato – ha detto ancora Ferrini – Ma la possibilità, all’interno dell’Agenda digitale, di realizzare joint-venture con le amministrazioni potrebbe stimolare i vendor internazionali all’investimento”.
“Alle multinazionali dell’It, per investire non servono sgravi fiscali ma possibilità di lavorare”, ha ribattuto Francesco Signore, Director of Public Sector di Ibm – La vera sfida è passare dal dato alla conoscenza, un percorso nel quale c’è ancora tempo affinché alcune amministrazioni siano capofila di progetti per rispondere alle esigenze del territorio”. Ed è con queste amministrazioni che Ibm sarebbe interessata a collaborare, rendendosi anche disponibile a investire.
Dopo aver premesso che la sua azienda, avendo migliaia di persone che lavorano in Italia, non si può considerare solo un vendor internazionale, se mai un “vendor localizzato”, Antonio Menghini, Public Sector Industry Leader di Hp, ha precisato: “Per supportare la Pa, i vendor devono capire i veri obiettivi. L’amministrazione deve per esempio indicare se la priorità è recuperare efficienza con l’Ict per migliorare la produttività interna o aumentare l’efficacia verso i cittadini”, ha aggiunto.
Agenda Digitale e territori
Un grande tema che riguarda la progettualità del territorio è rappresentato per Ragosa dalle Smart City. “La capacità delle città di realizzare l’idea di un sistema informativo locale potrebbe portare a un grande sviluppo dei territori, che non vanno visti solo in termini di eGov, ma devono coinvolgere attori quali per esempio le Pmi, che tuttora sfruttano poco il web come canale per presentarsi sui mercati internazionali”, ha detto.
Moriondo ha rilanciato sulla necessità di digitalizzazione dei territori. “Sto scrivendo in questi giorni il documento Smart specialization per la Regione Piemonte, che definisce la specializzazione e la vocazione di sviluppo del territorio. Confesso di avere avuto qualche difficoltà a trovare la giusta collocazione per l’Ad, ma poi l’ho inserita nell’area dedicata allo sviluppo imprenditoriale. In Piemonte, come altrove, un’impresa non si sviluppa se il territorio non è digitalizzato, non funge da facilitatore, non è competitivo – ha detto – Non è solo un problema di informatizzazione della Pa, ma della presenza di data center, banda larga diffusa, facilità di accesso, velocità di azione, in sintesi, attrattività”.
Ragosa approva: “Quando si pensa al digitale si deve pensare in modo trasversale sia al sistema dei servizi pubblici, sia al sistema industriale.

È così che l’Europa immagina i suoi territori”. “Serve innovare gli ecosistemi territoriali per favorire lo sviluppo delle Pmi”, ha evidenziato anche Giancarlo Capitani, presidente e amministratore delegato di NetConsulting, che ha aggiunto: “Osservando il punto di vista dei Cio, mi sento di dire che la capacità di innovazione di un’organizzazione dipende dalla qualità del contesto esterno: risorse umane, Pa efficiente, infrastrutture, in particolare Ict e digitale. Nello stesso tempo sta nella coscienza dei Cio che l’innovazione delle aziende, soprattutto quelle grandi, la fanno, influenzare la crescita e la qualità dell’economia esterna. L’Agenda Digitale non riguarda solo il Governo e le Pa, ma è una partita che ci stiamo giocando tutti insieme”. L’Agenda può facilitare l’innovazione aziendale, ma nello stesso tempo deve capitalizzare tutte le innovazioni che le aziende possono mettere in campo, una visione che permea il Cio Manifesto, il documento elaborato dalla community Finaki con il supporto di ZeroUno e NetConsulting nel 2012 per supportare il percorso attuativo dell’Agenda Digitale. “Ma cosa si aspettano i Cio dall’Agenda Digitale? Quali progetti influenzano la loro capacità innovativa? Cosa i Cio e i vendor offrono? Come possono le grandi imprese influenzare l’Agenzia per l’Italia Digitale? A fronte della frammentazione evidenziata da Moriondo nel mondo dell’offerta, i grandi vendor possono diventare collettori di competenze che risiedono nel territorio?”, sono le domande che Capitani ha posto alla platea.
Un Cio Council per supportare l’Agenzia per l’Italia Digitale
Una risposta concreta su quanto i Cio possono fare è arrivata da Alessandro Musumeci, direttore centrale Sistemi informativi di Ferrovie dello Stato, che ha proposto di garantire un’Ict governance a partire dalle competenze presenti proprio in questo incontro che vede la partecipazione dei responsabili dei sistemi informativi di alcune delle principali organizzazioni italiane nonché di vendor di primaria importanza.
“Sfruttiamo la comunità Finaki e il Cio Manifesto per creare una struttura permanente. Chiedo a chi si occupa di Agenda Digitale di convocarci e creare un Cio Council, formale o informale non importa”, ha detto Musumeci, mettendo in gioco la sua esperienza in Ferrovie dello Stato anche sui progetti europei. “In Ferrovie dello Stato stiamo già realizzando progetti interamente finanziati dall’Ue in ambito logistica, un obiettivo europeo oltre che italiano. Ci piacerebbe farci finanziare dall’Ue anche i progetti per la mobilità intelligente”, ha ricordato, evidenziando i progetti di Ferrovie dello Stato per reimpostare uno sviluppo che riguardi non solo il trasporto su ferrovia ma l’integrazione ferro-gomma, i trasporti intelligenti, la logistica, il potenziamento dei trasporti locali.
“Stiamo in pratica realizzando un piano di smart mobility partendo dalle istanze fin qui emerse”, sintetizza Musumeci. “Importante il ruolo del cloud nell’efficientamento, che vuol dire centralizzazione e, come già discusso con l’Agenzia, unificare i sistemi razionalizzando i data center. Anche in ottica di smart mobility possiamo pensare di creare data center centralizzati che diano supporto a più aziende di trasporto e a più amministrazioni”.
Francesco Castanò, Cio del Dipartimento del Tesoro, Ministero dell’Economia e delle Finanze, aderendo alla proposta si chiede, e chiede alla platea, come aiutare chi ha responsabilità di attuare l’Agenda Digitale a veicolare questi messaggi a chi decide? “È senz’altro necessario un Cio Council o un altro meccanismo che incrementi la partecipazione di tutti per far comprendere la creazione di valore indotto dall’It in un paese dove non ci sono incentivi per lo sviluppo software ma dove al Sud, con ottime università di informatica, ci sono costi di sviluppo paragonabili a quelli dell’India”.
Patrizia Fabbri, caporedattore di ZeroUno, ha a sua volta sostenuto che non basta fornire un supporto ai protagonisti dell’Agenzia, ma i Cio devono rendere attrattive queste tematiche anche per il mondo politico, visto che è lì che si gioca la partita: “Questa community non si deve limitare a rendere disponibili le proprie competenze sui grandi temi, ma fare lobby, in senso positivo, portando questi argomenti e queste problematiche in tutti gli ambiti, istituzionali e politici, dove vi sia l’opportunità di farlo. Un impegno che, oltre che come community, ciascuno individualmente si dovrebbe prendere”, ha suggerito.
“L’innovazione è però una battaglia dove c’è chi vince e chi perde. Come fare affinché tutti ‘guadagnino’ qualcosa? Le Istituzioni sono chiamate a decidere secondo programmi politici e il mondo politico valuta le iniziative – unitamente all’interesse nazionale – secondo un proprio indicatore empirico, il Rov (Return of votes) che presenta elementi interessanti per questo dibattito. Poiché l’innovazione ha un “Rov” di medio periodo mentre la conservazione ha un Rov a breve, la “quadratura del cerchio” dei decisori [i politici ndr] consiste nel trovare un difficile equilibrio tra innovazione e status quo”, ha ribattuto Casalino, ma proprio la riqualificazione della spesa è la quadratura del cerchio: “Si migliorano i processi gestionali della Pa e si creano nuove opportunità per le Imprese, il tutto a vantaggio dei cittadini. In base all’esperienza di Consip, il momento di discontinuità, costituito dal cambio di amministrazione, è il migliore per l’innovazione. Lo conferma il fatto che, andando a incontrare i nuovi presidenti, i sindaci o gli assessori nel momento del cambio di giunta, nel 20% dei casi Consip riesce ad attivare nuove modalità nell’effettuare acquisti. E decisori lungimiranti riescono a quadrare il cerchio”.
Ict…matters!
Anche Tomasini ha sostenuto la necessità di fare lobby per il bene del Paese imponendosi a un livello più alto: “Come Cio probabilmente non abbiamo svolto il nostro mestiere al meglio nel far comprendere la strategicità della digitalizzazione nelle amministrazioni, ma anche in molte aziende”.
Per sottolineare l’impatto che la digitalizzazione del Paese può avere sulle aziende, Fabio Fregi, Amministratore delegato e Country manager di CA Technologies Italia ha ricordato: “Mentre il Pil Italiano continua a decrescere, il commercio elettronico registra un +25%, secondo dati di più recente pubblicazione. Si tratta di un dato concreto che ogni Ceo è in grado di comprendere e ogni politico in grado di valorizzare. E al tema del commercio elettronico sono legati servizi che la Pa potrebbe fornire, come la fatturazione elettronica; ma anche il tema del digital divide, uno dei maggiori freni per lo sviluppo del commercio elettronico, andrebbe portato al tavolo della discussione”.
“Parlando di e-commerce si pensa soprattutto a supportare chi si interfaccia con il cliente finale, ma si trascura spesso la filiera che consente di evadere l’ordine, compreso l’aspetto logistico. Come Hp ci preoccupiamo di aggregare più soggetti grazie alla tecnologia per aumentare la dimensione della domanda- ha evidenziato Menghini- Abbiamo un analogo impegno di coagulare più soggetti coinvolti per evitare la frammentazione dei progetti anche a livello europeo, in particolare nella prospettiva Horizon 2020”.
“Bisogna far capire a tutti i livelli che l’Ict è una cosa seria, indispensabile proprio anche per quei settori che sono considerati con maggior attenzione come l’aerospaziale, l’automotive, il clean-tech – ha sottolineato Moriondo – È importante dimostrare che la digitalizzazione non è una spesa ma un investimento, introducendo anche strumenti per misurare i ritorni. Quando è stato introdotto il protocollo informatizzato in Regione Piemonte, 150-200 persone che passavano la mattinata a fare registrazioni manuali venivano sdoganate e potevano fare un altro lavoro. Ci sono margini altissimi per dimostrare che la digitalizzazione di una regione o l’informatizzazione di un ufficio hanno un loro ritorno di investimenti”.
“Dobbiamo far comprendere che la rivoluzione digitale è equivalente alla rivoluzione industriale di qualche secolo fa. Non si tratta solo di tecnologie, ma è una rivoluzione che ha la capacità di cambiare il mondo – ha detto Stefano Nocentini, responsabile del Progetto Integrazione dei Servizi di Poste Italiane – Come è accaduto nella rivoluzione industriale, chi saprà affrontare correttamente la rivoluzione digitale diventerà leader mondiale, mentre è destinato a scomparire chi resta ancorato a vecchi schemi. Finora ci siamo limitati all’informatizzazione dei processi, senza cambiarli, ma considerare la rivoluzione digitale un saving, come accade spesso, è un approccio minimalista. Neppure il miglioramento della qualità dei servizi è sufficiente. Dobbiamo diventare un Paese dove persone, processi e aziende siano attrattive per la realtà del futuro”, ha concluso.
I Cio per la digitalizzazione del Paese
Ragosa, nelle sue conclusioni, ha volentieri raccolto la proposta di creazione di un Cio Council “per svolgere un’azione di lobbing che vada nella direzione dell’interesse del Paese, a differenza di altri tipi di lobby che portano visioni o interessi di parte – ha precisato – È ormai opinione diffusa, sostenuta anche dall’Europa, che la digitalizzazione rappresenta una leva di sviluppo; per il nostro paese è urgente per superare una posizione arretrata, che ci vede agli ultimi posti nella maggior parte delle graduatorie riguardanti l’innovazione”.
Ragosa ha poi posto all’attenzione alcune criticità su cui, a suo parere, si dovrebbe intervenire, come la frammentazione del sistema pubblico a causa di oltre 5 mila punti di erogazione dei servizi, che andrebbero drasticamente ridotti; la difficoltà a promuovere i sistemi di sicurezza e attuare le architetture necessarie per l’identità digitale; la necessità di nuove competenze.
Si tratta però di focalizzare l’impegno della comunità dei Cio su alcuni temi significativi (quattro-cinque al massimo) per portare proposte concrete ai decisori. Ragosa ne ha proposti alcuni, pur dichiarandosi disposto ad accettare nuovi suggerimenti:

  1. Sviluppo delle competenze. Agire in questa direzione può portare alla creazione di nuovi posti di lavoro: si dovrebbe partire dai 21 profili professionali definiti dalla Comunità Europea, finora del tutto assenti nella Pa, ma poco presenti anche nelle aziende. Bisogna ricordare che ci sono in gioco 100 mila posti di lavoro.
  2. Integrazione dei processi, per superare la frammentazione del sistema pubblico, mettendo a fattor comune un certo numero di sistemi per concentrare l’informazione in pochi punti.
  3. Investimenti in Italia. Verifica delle condizioni che possono spingere le multinazionali dell’Ict, al di là della partecipazione alla gare pubbliche, a investire in Italia su queste nuove tematiche.
  4. Coinvolgimento attivo delle Regioni per superare l’attuale frammentazione territoriale, che deriva dall’assenza di responsabilità e ruoli definiti per le infrastruttura sul territorio.
  5. Pagamenti elettronici, che secondo recenti calcoli consentirebbero un risparmio per il Paese di circa 15 miliardi; per cogliere questa sfida si dovrebbero avviare da un lato le piattaforme di pagamento pubblico e dall’altro il sistema di fatturazione elettronica.

“In concreto il Cio Council dovrebbe lavorare su alcune proposte che farei mie per rilanciarle e tradurle in norme. Realizziamo la proposta del Cio Council e nel prossimo convegno Finaki discutiamo delle tematiche da sviluppare e verifichiamo l’impatto sul mercato di quanto decideremo“, è stata l’esortazione finale di Ragosa.

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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