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Ibm Enterprise 2013: per la trasformazione digitale… “infrastructure matters”

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Ibm Enterprise 2013: per la trasformazione digitale… “infrastructure matters”

21 Nov 2013

di Rinaldo Marcandalli

L’evento di Big Blue si è svolto lo scorso ottobre a Orlando in Florida, sotto il segno di Ibm Systems & Technology Group (Stg). Il tema: di quale infrastruttura It deve dotarsi una Enterprise 2013 per essere efficiente, resiliente, agile e in grado di decidere grazie a una chiara visione del business che può venire solo dall’uso sapiente degli analytics.

ORLANDO (Florida) – L’evento Ibm Enterprise 2013 dello scorso ottobre (cinque giornate con oltre 700 sessioni per Technology Leader e due giornate per Business Leader, un totale di quasi 3.000 Partecipanti da oltre 20 Paesi e 19 settori di industria) si è svolto sotto il segno della divisione Systems & Technology Group (Stg). Il filo conduttore è stata l’infrastruttura It di cui deve dotarsi oggi un’impresa per essere efficiente, resiliente, agile, in grado di prendere decisioni efficaci per il business.
Perché dove contano i risultati di business, là “importa” l’infrastruttura It: “infrastructure matters” è la tesi di Thomas Rosamilia, Senior Vp, cui fa capo l’intero Gruppo Ibm Stg, con le sue linee di sistemi: Z, Power, Pure, X e Storage. E l’infrastruttura “importa” proprio quando un’azienda è in cerca di efficienza, agilità, rispondenza alle richieste, discernimento (insight) nelle decisioni di business, collaborazione, innovazione, il tutto in un ambiente sicuro.

Thomas Rosamilia, Senior Vp, Ibm Systems & technology Group (Stg)

Il messaggio “infrastructure matters” fa pensare, perché arriva proprio a chiusura del terzo trimestre, che, come il precedente, per Ibm è stato poco soddisfacente, soprattutto sul fronte hardware: Stg ha registrato un calo delle vendite pari al 17% anno su anno, mentre si salva con il software (+1%). Anche i servizi (che però non sono di competenza di Stg) sono in flessione, sia pur più contenuta (-4%).
E proprio alla luce di questi dati, nel lanciare il modello di azienda smart di Ibm, Rosamilia sceglie non a caso un linguaggio diretto ai business leader: l’infrastruttura per l’impresa moderna deve essere innanzitutto orientata ai servizi “non-solo-cloud”, robusta, rispondente ed efficiente, in grado di garantire discernimento in tempo reale (big data e analytics), informazione condivisibile ovunque (mobile e social), in un ambiente sicuro per le transazioni business. Il tutto con un’attenzione all’economia It, esigenza propria del Cio il quale deve quotidianamente fronteggiare l’esigenza di budget It non certo in espansione. Ma attenzione, dice Rosamilia, rivolgendosi con un monito alle linee di business (Lob): “Non si pensi di mettere in cloud [se questa scelta è determinata dall’ottimizzazione sui costi ndr] servizi con valore differenziante”.
Il suo ragionamento parte dall’obiettivo finale nella nuova enterprise: migliorare il processo decisionale e l’esperienza cliente. Una strada non priva di ostacoli, a partire dalla difficoltà nel gestire le informazioni (per le quali è indispensabile garantire, sul fronte dell’integrazione e dell’analisi, un accesso e una condivisione davvero anytime anywhere). Dunque la soluzione per il superamento di questi ostacoli si riconduce tutta alle “questioni infrastrutturali”. Perché alla fine è l’intelligence che viene dai big data che ridefinisce, nei vari segmenti di industria, come si prendono le decisioni, sulla base non più dell’istinto, ma di fatti dedotti dagli analytics. Ed è come si fa leva sul social computing che differenzia l’azienda nel fornire un’esperienza interattiva vincente al cliente. E nel “profilarlo” ben al di là del segmento di appartenenza, a livello individuale e personalizzato, il che consente di: prevedere cosa il cliente vorrà prima che questi lo sappia; rispondere in tempo reale al cambiamento che lo tocca; elevare la resa delle campagne marketing; modellare la supply chain sulla base della domanda; preparare lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi.
Così argomenta Rosamilia, cogliendo l’occasione per fornire dati di particolare spicco sui sistemi di Stg Group.

La tecnologia è la parte facile, ma deve essere al top
Per System Z, emerge un +7% di spedizioni anno su anno e un numero record di installazioni Linux che affianca lo storico installato di transaction processing. Si assiste alla (ennesima) rentrée in grande stile dell’erede del mainframe. Dove? Particolarmente nei data center adibiti a provider di cloud privato: al crescere del numero di Virtual machine (Vm) supportate, il costo a carico della singola Vm decresce rispetto al numero di utenti; ma decresce assai più rapidamente per piattaforme Linux basate su System Z che per piattaforme Linux su sistemi X86. L’andamento positivo di System Z, in controtendenza rispetto alla diminuzione del fatturato hardware Ibm, è un secondo indizio che inevitabilmente conferma l’idea di un “effetto cloud” sulle sorti delle vendite hardware di Stg. Un effetto nel suo insieme avverso nel breve, ovvio. Ma ovvio altrettanto che Big Blue non può non aver già architettato una contromossa.
A sentire Rosamilia parlare dei Power System e delle loro prospettive in cloud, la contromossa è già pronta. Dopo lunga militanza Unix, i Power System hanno anche loro svoltato su Linux, adottando l’Integrated Facility for Linux come il System Z. Ma soprattutto ora puntano tutto su un approccio open e collaborativo. Risale ad agosto l’annuncio del Consorzio OpenPower, con cui Ibm “apre la tecnologia attorno all’architettura Power e ne condivide le specifiche di processore, firmware e software in una licenza libera, per sviluppo open e collaborativo basato su Linux”, dice Rosamilia. Partner del Consorzio sono Google, Nvidia, Tyan, Mellanox. I partner, Google in particolare, “stanno considerando l’architettura Power aperta, a base Linux in alternativa agli attuali server delle loro infrastrutture cloud”, prosegue il top manager.
Dunque Ibm Stg sembra puntare a rimontare l’effetto cloud, sfavorevole a breve sul fatturato hardware, cavalcandolo come opportunità su almeno tre filoni: cogliere nuovi sbocchi in cloud con OpenPower; far leva di nuovo in cloud sull’economia dell’It con System Z; far quadrato nell’on premise sul valore differenziante di big data e cognitive computing, ancora con Power e Pure System.
E a proposito di questi ultimi, Rosamilia sottolinea che si tratta di “una famiglia di sistemi esperti per integrare cloud, big data e analytics, con un balzo del 3% nel terzo trimestre e oltre 8.000 sistemi spediti nel mondo”.
Sempre parlando di numeri, ma passando all’ambito dei sistemi storage, Rosamilia cita gli Ibm Flash System come “un esempio di economia It”: con un petabyte che viene archiviato in un sistema delle dimensioni di una piastrella (laddove non molti anni fa era necessaria un’intera stanza), senza necessità di tuning, c’è chi ha visto performance fino a 45 volte superiori rispetto allo storage “sparpagliato” su dischi sottoutilizzati.
Per tutti questi hardware, tre sono i canoni di sviluppo che servono da riferimento per tutta la Stg, parola di Rosamilia: innanzitutto, una “tecnologia storage disegnata per i big data” e per l’accesso ottimizzato a “miliardi” di file, in grado di gestire con massima efficienza dati strutturati e non; secondo, la “configurabilità software” che garantisce, previa virtualizzazione, grandi economie di scala ed efficienze all’hardware dove si eseguono le App, on premise o cloud che sia; infine, “l’approccio open e collaborativo”, scelta strategica per l’innovazione, di cui OpenPower è esempio.
Rosamilia descrive una Ibm Stg “consapevole di essere in posizione unica”, in grado di coprire, come nessun altro nell’industry, tutte le aree che concorrono alla produzione dei sistemi hardware: dai semiconduttori, ai processori, all’infrastruttura di sistema, ai sistemi operativi, agli ipervisori, alle Open Api e all’orchestrazione, al middleware ottimizzato per Z e Power, alle soluzioni che vi girano sopra.
Ma il Vp parla anche di una Ibm “convinta che la tecnologia è in fondo la parte facile”. Serve altrettanto capire e gestire “la psicologia dei gruppi”: in una trasformazione che richiede ogni tipo di collaborazione trasversale è il personale la parte difficile. Raccomandazione tutta per i Cio: pensate alle Lob, ai Cmo, ai Cfo, alle Hr e al Procurement che devono riuscire a collaborare in modo utile su sistemi integrati come i Pure che combinano networking, storage ed elaborazione, altrimenti gli “outcome” non vengono. “Nella trasformazione digitale – conclude Rosamilia – creare isole di automazione appartiene al passato; serve aprirsi alla comunicazione e capire come organizzarsi per collaborare in modo interfunzionale sull’unico comune obiettivo: il risultato di business”.

Rinaldo Marcandalli
Giornalista

Consulente aziendale e giornalista. 40+ anni di esperienza nello sviluppo software, laboratorio IBM e field, nelle telecomunicazioni prima e poi nelle applicazioni e nel governo del Dipartimento It. Esperienze sul campo in settori bancario, in particolare interbancario, assicurativo e pubblica amministrazione. Da 20+ anni segue prima da consulente e poi come giornalista l’evoluzione dei processi nei settori e da 10+ anni la loro trasformazione progressiva al digitale, specializzandosi nello studio della riorganizzazione agile, digitale e smart delle Aziende.

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