Come cambia la system integration nell’era dei container e dei microservizi

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Intervista

Come cambia la system integration nell’era dei container e dei microservizi

Microservizi, container, applicazioni serverless…qual è il ruolo di un system integrator nel supporto alle aziende nell’implementazione delle nuove architetture cloud native? Ne abbiamo parlato con Alessandro Gatti, Chief Business Officer di Sinthera

23 Apr 2020

di Patrizia Fabbri

Con forti competenze nella consulenza, nel supporto operativo e nella formazione, Sinthera è specializzata nel supporto all’implementazione di soluzioni software defined data center e cloud native. Containerizzazione e DevSecOps rappresentano i due ambiti nei quali il system integrator vanta una forte esperienza, ed è per questo che abbiamo intervistato Alessandro Gatti, Chief Business Officer di Sinthera, cercando di capire come è cambiato il ruolo del system integrator con l’introduzione delle nuove architetture applicative cloud native.

ZeroUno: Sulla base dell’esperienza pluriennale che avete nei data center e nel networking, come avete visto cambiare il ruolo del system integrator con le grandi trasformazioni in atto nell’IT?

Alessandro Gatti: Secondo noi è cambiato, sta cambiando e, soprattutto dopo questo evento catastrofico nel quale siamo tutti coinvolti, si trasformerà ancora. Negli anni passati il system integrator è sempre stato colui che integrava una tecnologia in un contesto e la inseriva in una architettura e in un’infrastruttura già in funzione; le scelte erano fatte sulla base di competenze specifiche sul prodotto da integrare.

Oggi il nostro ruolo è cambiato completamente: dobbiamo partire dalla consulenza delle esigenze dei clienti per declinare un piano d’azione volto all’implementazione e all’integrazione a supporto della valorizzazione del business.

Questo lavoro è molto complesso. Dal punto di vista tecnologico, la prospettiva si sta modificando drasticamente: il data center una volta era monolitico, venivano acquistati e installati on-premise i diversi componenti, per poi essere gestiti con risorse per lo più interne. Oggi il data center deve corrispondere a requisiti ben precisi: deve essere software defined, deve essere distribuito on premise e in cloud – meglio se più di uno e diversi – deve essere costituito da componenti di piccole dimensioni che garantiscono dinamicità e flessibilità.

Le competenze che vanno messe in campo sono quindi molto più ampie, più complesse e richiedono da parte nostra un investimento in termini di studio e preparazione delle persone che poi devono colloquiare con i clienti. Questo comporta conoscenze molto più estese di quanto fosse necessario anni fa, quando bastava avere la certificazione sullo specifico prodotto.

Hyperautomation: il mantra del data center software defined

ZeroUno: Uno dei temi più importanti nella trasformazione delle infrastrutture IT è l’automazione spinta, tanto che Gartner ha identificato l’hyperautomation come uno dei 10 principali trend del 2020. Come vede questa analisi?

Gatti: Condivido pienamente questa analisi di Gartner: l’automazione è necessaria per affrontare il percorso che ho appena delineato, perché non è possibile governare manualmente tutta questa complessità. Da qui il paradigma dell’infrastructure as a code, ovvero un’infrastruttura che si auto genera in modo completamente automatizzato sulla base delle esigenze; in altre parole, un’infrastruttura caratterizzata da automatismi talmente spinti che creano in automatico l’infrastruttura necessaria. Per questo noi abbiamo già fatto da qualche anno formazione sugli strumenti di automation che oggi possono contare anche sull’intelligenza artificiale, un punto cardine dei nuovi data center: proprio questa generazione automatica di attività, questa automazione di processi e di operation viene aiutata fortemente dall’intelligenza artificiale.

ZeroUno: Microservizi, container, applicazioni serverless…qual è il ruolo di Sinthera nel supporto alle aziende nell’implementazione delle nuove architetture cloud native?

Gatti: Gartner prevede che entro il 2022, il 75% delle applicazioni girerà su container mentre oggi la percentuale è decisamente inferiore. Si tratta della logica conseguenza di quanto abbiamo detto: tutta questa dinamicità e flessibilità deve essere sostenuta da componenti tecnologici agnostici rispetto all’infrastruttura dove vengono posizionati e devono andare in esecuzione. Ormai si sono definiti degli standard de facto, come per esempio Docker, ma che hanno poi bisogno di un sistema di management, di gestione, perché quando la quantità dei container e dei relativi cluster aumenta, ci vuole qualcosa che organizzi e gestisca tutto quanto.

È qui che entriamo in campo con un ruolo molto importante in queste situazioni, occupandoci del disegno e della relativa implementazione delle piattaforme di container management, cioè quelle piattaforme che consentono di distribuire correttamente nell’infrastruttura adeguata (e spesso quella che troviamo non va bene) questi framework. Sono strumenti fondamentali perché sono quelli che nei cicli DevOps [Sinthera si occupa della parte operation ndr] servono per abilitare e poi sostenere tutti i rilasci applicativi che sono sempre più accelerati.

È uno dei nostri punti di forza su cui cominciamo a essere riconosciuti come competenti e nel quale abbiamo aumentato gli investimenti in termini formativi tanto da essere oggi i primi partner certificati su una piattaforma che riteniamo strategica: la nuova piattaforma VMware PKS, rilasciata in seguito all’acquisizione di Pivotal. Siamo la prima e ad oggi l’unica azienda italiana che ha sostenuto il percorso formativo perché crediamo fortemente nella containerizzazione e nelle piattaforme di management. Abbiamo partnership oltre che con VMware con Red Hat (OpenShift) che oggi detiene la leadership del mercato. Siamo dunque altamente ingaggiati su questi temi che fanno parte del nostro bagaglio e delle caratteristiche che ci contraddistinguono dai nostri competitor.

Più nello specifico, proponiamo un percorso di formazione al cliente con un modulo che abbiamo messo a punto in questi anni, e che stiamo erogando anche in questo periodo offrendo formazione in remoto, per condividere tutta una serie di modalità di approccio. Da lì poi parte il disegno dell’architettura, dell’infrastruttura e poi l’implementazione lasciando il cliente libero di scegliere ambienti on premise, cloud o ibridi.

foto Alessandro Gatti
Alessandro Gatti, Chief Business Officer di Sinthera

L’importanza di un interlocutore super partes

ZeroUno: Quali sono le altre partnership tecnologiche che avete?

Gatti: Abbiamo sempre fatto del nostro agnosticismo una delle caratteristiche principali, e questo piace ai clienti perché ci vedono come un interlocutore super partes. Recentemente ci siamo avvicinati più strettamente ad AWS, principalmente per due aspetti: da un lato, perché nella maggior parte dei casi è più in linea con la tipologia di soluzioni che realizziamo; dall’altro, perché c’è un particolare legame tra tutta l’infrastruttura di cloud VMware e AWS, c’è una facilitazione di spostamento di tutto l’ambiente VMware su AWS, quindi privilegiamo questo provider rispetto agli altri anche per le maggiori competenze interne su questa soluzione. Non per questo non lavoriamo anche su altri come Azure o Google.

Per quanto riguarda gli altri aspetti, abbiamo alcune significative partnership nell’ambito della sicurezza dove per noi è fondamentale abbracciare le due aree IT e OT: non bisogna pensare che l’OT sia una necessità solo di aziende che hanno impianti produttivi. L’OT è un problema anche nel finance, per esempio: sono già in fase di pilota progetti su filiali di banche dove anche il semplice impianto di condizionamento è gestito su software che gira sulla stessa rete dove viaggiano tutte le informazioni bancarie. È evidente che l’OT ha una naturale commistione con le infrastrutture, quindi è necessario proteggere tutta l’infrastruttura dei clienti e in questo ambito abbiamo ricercato partnership con realtà che sviluppano soluzioni molto innovative e ci consentono di avere un approccio veramente a 360 gradi in ambito security. In particolare, vorrei citare le due partnership con F5 e Micro Focus che, con le rispettive soluzioni Nginx e Fortify, ci consentono di garantire sicurezza end to end dall’inizio dello sviluppo applicativo fino all’utente che usa le applicazioni.

Nel paradigma DevSecOps, la sicurezza riguarda anche la parte di sviluppo e questo rappresenta un grande cambiamento, perché tradizionalmente è sempre stata considerata un problema solo delle operation. Nel ciclo DevOps, invece, tutti hanno un “piccolo bit” della sicurezza da gestire, a partire dalla scrittura del codice, ed è lì che noi interveniamo con automatismi o addirittura servizi in cloud e ogni singola riga del codice viene controllata in automatico e, laddove necessario, proposto un piano di rimedio in base alle vulnerabilità trovate.

In pratica, quindi chi scrive software deve preoccuparsi di sicurezza nello sviluppo e lo può fare con questi strumenti che sono completamente automatici e restituiscono le vulnerabilità e come fare per risolverle.

Sviluppare ed erogare le applicazioni pensando a chi le utilizza

ZeroUno: Qual è la tipologia di aziende cui vi rivolgete? Mi può fare qualche esempio di progetti realizzati presso vostri clienti?

Gatti: Possiamo suddividere la nostra tipologia di clienti su tre macro famiglie pur premettendo che Sinthera non lavora per verticali, ma in modo orizzontale.

La prima tipologia riguarda è il mondo Finance che conosciamo da tantissimo tempo perché una parte della nostra struttura si è sempre occupata di workspace e il Finance è stato tra i primi in questo ambito.

Quindi abbiamo diversi progetti: abbiamo per esempio realizzato una piattaforma basata su OpenShift per un primario istituto bancario Italiano che sostiene tutte le applicazioni di multicanalità; abbiamo realizzato tutta la nuova piattaforma basata su “vanilla kubernetes” per un istituto bancario attivo nello “specialty finance”; oppure ancora tutta la piattaforma unificata per lo sviluppo di nuovo software in un primaria compagnia di assicurazioni Italiana. Tra i clienti finance ci sono anche i service bancari: si tratta di realtà che stanno iniziando adesso ad accedere a queste piattaforme; sono un po’ più indietro perché loro stessi sono un po’ il “cloud” delle banche. Ma stanno arrivando anche da loro le richieste.

L’altro mercato che affrontiamo è quello industriale, anche qui stiamo portando tutte queste innovazioni, ma anche con ottiche differenti perché non tutto il mercato industriale ha componenti di sviluppo software interno e quindi non tutti hanno a che fare con temi quali container, DevOps, microservizi ecc. Sono comunque aziende che ci stanno ingaggiando per l’utilizzo di queste nuove tecnologie in ambito di sviluppo delle applicazioni dal punto di vista dipartimentale. Abbiamo per esempio in corso un progetto con una multinazionale svedese per la quale stiamo disegnando la piattaforma di containerizzazione delle applicazioni utilizzate per governare gli impianti di produzione.

E poi ci sono le realtà che erogano servizi di qualunque genere siano essi, tutte le realtà che hanno una infrastruttura di data center importante e che hanno a che fare con sviluppi applicativi in proprio o conto terzi, ma ne vogliono governare il ciclo di gestione. Anche in questo caso c’è un grandissimo interesse per tematiche di containerizzazione, di DevOps e di spostamento di workload in funzione delle necessità: in queste realtà le richieste di business arrivano velocemente e velocemente devono essere gestite.

ZeroUno: C’è infine un ultimo importante aspetto da tenere in considerazione, ossia il punto di vista di chi utilizza queste applicazioni…

Gatti: Certo, tutto quello di cui abbiamo parlato, deve essere fatto ricordando che chi utilizza l’applicazione, o meglio i servizi, accede a un workspace digitale che deve essere assolutamente smart. Dobbiamo avere in mente che chi utilizza i servizi sono utenti (siano interni all’azienda o esterni, come fornitori o clienti) che vogliono (e devono) avere una user experience di tipo consumer, quindi facile. I workspace sono ormai importantissimi: offrono applicazioni legacy, applicazioni SaaS, desktop, informazioni, contenuti, e devono sempre più essere integrati con i processi applicativi e organizzativi dell’azienda. In questo vengono in aiuto ancora una volta gli strumenti di AI, affinché attraverso i device gli utenti abbiano accesso agevolato alle funzioni applicative a lui dedicate.

Facciamo un esempio. Ci sono due modi per utilizzare un’applicazione come SAP o Salesforce, entrambe molto utilizzate ed erogate in modalità SaaS: aprire l’applicazione, seguire il menu e arrivare alla funzione applicativa che consente, per esempio, di inserire una nota spese; oppure, attraverso il mio workspace correttamente costruito e arricchito, trovo una icona che mi consente di imputare direttamente l’informazione senza passare attraverso il “percorso” dei menù aiutandomi a ridurre il tempo e la complessità. Che poi sotto ci siano container, microservizi e un’API all’utente è assolutamente trasparente.

In pratica, il workspace deve diventare un punto dove ritrovo i servizi di cui ho bisogno per lavorare, non le applicazioni, devo fruire di contenuti e i servizi senza vedere l’applicazione che c’è dietro.

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Patrizia Fabbri

Direttore responsabile ZeroUno

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno dove è stata prima caporedattore, poi vicedirettore e dal 2020, direttore.

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