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3D Printing: un’opportunità per l’impresa italiana?

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3D Printing: un’opportunità per l’impresa italiana?

31 Gen 2014

di Elisabetta Bevilacqua

Il saper fare continua a rappresentare un ingrediente
essenziale di qualità e di innovazione per il nostro Paese
che va integrata sempre più con una cultura digitale e
cosmopolita. Lo sostiene Stefano Micelli, docente di
Economia all’Università Ca’ Foscari, autore del saggio
“Futuro artigiano – L’innovazione nelle mani degli
italiani”, edito da Marsilio, che ZeroUno ha intervistato
per fornire ai lettori una visione completa dell’evoluzione
del settore manifatturiero in Italia e del ruolo che i
protagonisti dell’It possono giocare.

ZeroUno È davvero in atto una rivoluzione del manufacturing a seguito della diffusione della stampa 3D e di altri fattori tecnologici?

Stefano Micelli – Si parla di rivoluzione come conseguenza di cambiamenti profondi sia sul lato dell’offerta di nuove tecnologie sia su quello della domanda. Il digital manufacturing, dalle stampanti 3D (che operano su una molteplicità di materiali e non più solo su materie plastiche) alle macchine a controllo numerico fino ai laser cutter, consentirà di superare molti degli assunti alla base delle economie di scala. Queste tecnologie consentono di aumentare enormemente la varietà dell’offerta senza compromettere l’economicità di impresa. Ci sono poi importanti cambiamenti anche sul versante della domanda, che oggi richiede in modo crescente prodotti personalizzati e su misura. Un esempio di questo cambiamento è il successo del portale internazionale Etsy.com, che ha superato il miliardo di dollari di transato e testimonia del successo, presso un ampio pubblico, di un artigianato contemporaneo, non solo tecnologico.

ZeroUno Ma l’industria italiana saprà cogliere questa tendenza?

Stefano Micelli, docente di Economia all’Università Ca’ Foscari di Venezia

Micelli – La manifattura italiana ha da tempo sposato le serie limitate e la proposta di prodotti su misura e pezzi unici per andare oltre il fattore scala, dove raramente siamo competitivi. Non penso solo alle industrie più tipiche del made in Italy, come la moda o l’agroalimentare, ma anche a settori come quello delle macchine utensili, dove siamo ai vertici delle graduatorie mondiali. Gran parte di queste macchine sono veri e propri pezzi unici, progettati e prodotti ascoltando le richieste del cliente. Nel settore dell’industrial design, uno dei grandi nomi come Molteni ha dichiarato esplicitamente che ormai l’industria del mobile è su misura, è artigianato contemporaneo.

Per trarre beneficio dalle trasformazioni in corso sono necessari alcuni cambiamenti. Nella maggioranza delle nostre piccole imprese è ancora forte una cultura dal ‘segreto’ che limita il racconto del prodotto e del processo che ne determina il valore. Oggi, per giustificare il valore del made in Italy è necessario raccontare chi siamo e cosa sappiamo fare. Serve poi una nuova apertura internazionale che ci consenta di guardare al mondo in una logica non solo mercantile, ma interessata a conoscere meglio gli interlocutori. C’è poi la questione dell’utilizzo della rete. È sorprendete che l’executive president di Google, Eric Schmidt, abbia dovuto ricordarci che ‘made in Italy’ è una delle ricerche più frequenti in rete e abbia invitato le imprese italiane a farsi trovare più facilmente. Se però in un anno difficile come il 2013 l’economia italiana continua a vedere una crescita del suo export significa che qualcosa si è messo in moto soprattutto grazie all’impegno allo sforzo di migliaia di Pmi.

ZeroUno Quale ruolo possono svolgere le unità e i responsabili It nelle aziende italiane per favorire il digital manufacturing?

Micelli – Negli ultimi 10-15 anni, soprattutto nelle medie imprese, si è assistito, con l’introduzione dei gestionali, a uno sforzo per dare ordine e portare cultura manageriale dove non c’era. In questa fase ha prevalso, anche giustamente, una logica top-down, mentre la rivoluzione dei maker applicata alla manifattura propone una cultura prevalentemente bottom-up, legata agli individui, poco codificabile. Ne è un esempio il successo straordinario dei FabLab. Le aziende dovrebbero poter praticare un po’ di sperimentazione ‘anarchica’, soprattutto in questa fase innovativa. Più avanti ci sarà la necessità di rimettere insieme i pezzi di queste sperimentazioni assegnando loro qualità manageriale ed economica. Gli uomini dell’It possono giocare un ruolo importante in questo sforzo di raccordo e di integrazione diventando subito parte attiva di una nuova cultura digitale che entra nelle aziende come un pezzo integrante del processo produttivo.

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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