Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Software Ag e Furla: una piattaforma per affrontare la digital economy

pittogramma Zerouno

Attualità

Software Ag e Furla: una piattaforma per affrontare la digital economy

15 Set 2017

di Valentina Bucci

Che caratteristiche deve avere una infrastruttura aziendale per riuscire a gestire le sfide della digital economy? Perché una piattaforma di interconnessione tra sistemi può essere un forte abilitatore? Risponde alla domanda, descrivendo la sua Digital Business Platform, Software Ag, supportata dal racconto del caso utente Furla

MILANO – Oggi i dati sono il nuovo petrolio e le aziende devono trasformarsi in raffinerie: non è più possibile accettare l’esistenza di silos in azienda a impedire la libera e coerente circolazione delle informazioni. Questo il primo dei messaggi dati da Software AG durante una recente conferenza stampa nella quale l’azienda ha descritto le caratteristiche che deve avere un’infrastruttura aziendale oggi per supportare le sfide imposte dalla digital economy e ha presentato la sua piattaforma Digital Business Platform (DBP). Ospite come caso utente Furla, a raccontare le scelte compiute in questi ultimi anni proprio per vincere queste sfide tra cui quella, tema caldo per il retail e non solo, della costruzione di un rapporto omnicanale coi clienti.

Tre, secondo Fabio Todaro, VP Sales & country manager representative, Software AG Italia gli obiettivi su cui un’azienda, nel divenire “raffineria di dati”, deve lavorare:

  • la pianificazione dei processi, “che devono riuscire a generare servizi customercentrici”;
  • l’orchestrazione delle applicazioni, “che devono poter essere sviluppate rapidamente per ridurre i tempi di risposta al business”;
  • la gestione di grandi volumi di dati ed eventi, anch’essa volta alla rapidità decisionale.
Figura 1 – La Digital Business Platform in sintesi

Si ripromette di abilitare tutto questo la DBP di Software AG (figura 1), un insieme integrato di tecnologie che non si sostituisce ai sistemi IT ma li integra e li potenzia creando una continuità tra processi, fornitori e clienti (oltre che tra risorse cloud e on premise) che ancora spesso manca alle aziende e che si pone come layer orizzontale funzionale alla creazione di quell’architettura event-driven richiesta dai nuovi modelli di real-time business.

 Furla: come applicare la service oriented architecture

Aldo Chiaradia, CIO di Furla, ha descritto come è cambiata negli ultimi anni l’infrastruttura dell’azienda in un percorso che ha abbracciato il cloud pubblico e i principi della service oriented architecture e che è stato supportato tecnologicamente anche dall’introduzione della DBP di Software AG: “Abbiamo voluto mettere al centro del sistema non tanto una applicazione software, per esempio un ERP, ma una tecnologia infrastrutturale di interconnessione che potesse gestire i dialoghi e le comunicazioni tra i sistemi”; tra gli obiettivi che hanno spinto Furla a questa scelta:

  • guidare meglio la crescita accelerando i tempi di sviluppo delle applicazioni.
  • Poter essere maggiormente scalabili: “Ciascun elemento applicativo dell’architettura – dice Chiaradia – deve avere la libertà di evolversi indipendentemente dagli altri”: per farlo va frenato il nascere di accoppiamenti forti e rigidi tra i sistemi (anche in questo la DBP può aiutare).
  • Adottare un approccio coreografico: secondo Chiaradia l’IT non può più semplicemente orchestrare dei processi (come accadeva quando l’impresa era un mondo finito, tutto rivolto all’interno dei confini aziendali) ma deve “coreografare” degli eventi; “Oggi si deve fare in modo che ogni evento venga intercettato e abbia la possibilità di ‘parlare’; sono gli eventi che devono guidare le decisioni che dovrà prendere l’azienda”, dice il CIO, che chiarisce con un esempio riportandoci al rapporto azienda-cliente: “Il customer journey non è ‘orchestrabile’ perchè se è vero che si può vedere come si muove il cliente ora, non si può sapere esattamente cosa farà tra un momento”: il customer journey non ha processi stabili; è il cliente che decide quale sarà il percorso generando una serie di eventi che l’IT e l’azienda (agendo appunto con un approccio coreografico) hanno il complesso compito di cogliere e trasformare in azioni di business.
Figura 2 – Customer experience: cosa vuole il cliente?

Generare un contatto coerente col cliente: a questo stesso cliente, libero di muoversi all’interno di tutti i punti di contatto che l’azienda offre, digitali e non, è infine fondamentale offrire quell’esperienza omnicanale su cui le imprese oggi stanno investendo, spinte da un’utenza sempre più esigente e intransigente (Figura 2); solo un’infrastruttura che supporta una evoluta gestione del dato consente di realizzarla

Valentina Bucci
Giornalista

Giornalista pubblicista, per ZeroUno scrive dei cambiamenti che la digitalizzazione sta imponendo alle imprese sul piano tecnologico, organizzativo, culturale e segue in particolare i temi: Sicurezza Informatica, Smart Working, Collaboration, Big data, Iot. Master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza (Università di Ferrara), laurea specialistica in Culture Moderne Comparate (Università di Bergamo).

Argomenti trattati

Personaggi

Aldo Chiaradia
Fabio Todaro

Approfondimenti

S
Soa

Articolo 1 di 4