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Mobility: libertà obbligatoria

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Mobility: libertà obbligatoria

04 Giu 2013

di Riccardo Cervelli

Sul mercato continuano a proliferare dispositivi con form factor differenti e basati su diversi sistemi operativi. Sia per venire incontro alle esigenze e ai gusti degli utenti, sia per ragioni di bilancio, le aziende devono sposare il bring your own device e aprire le applicazioni a tutti i tipi di piattaforma. Alla fine sono le application, più che la tecnologia, a giocare il ruolo più importante.

Basta osservare sulle scrivanie di un ufficio, guardarsi intorno al gate di un aeroporto o sul vagone di un treno, esaminare come un venditore sul campo interagisce con il potenziale cliente, per rendersi conto di quante diverse tecnologie vengano oggi utilizzate a supporto dell’attività professionale. Sono ormai lontanissimi i tempi in cui il computer era qualcosa che stava solo nell’ufficio, e per utilizzare un’applicazione o inserire dei dati occorreva aspettare di essere sul posto di lavoro, o basarsi sulla collaborazione di un collega a cui inviare, qualora si operasse in mobilità, un fax a fine giornata. Ma lo scenario di oggi è anche completamente diverso dai tempi più recenti in cui il “mobile worker” aveva sempre con sé il laptop e il cellulare che permetteva solo di telefonare e di inviare e ricevere sms.
L’avvento degli smartphone e, in seguito alla contaminazione fra i “concept” di questi e di quelli dei laptop, l’arrivo dei tablet hanno rimescolato tutte le carte del mobile computing. Il tavolo è stato sconvolto sia dal punto di vista dei cosiddetti “form factor” (morfologia, dimensioni, peso, ergonomia dei diversi dispositivi) sia da quello dei sistemi operativi utilizzati. Se una volta, infatti, i sistemi informativi aziendali accettavano l’interazione solo da parte di pochi tipi di strumenti – ovvero il desktop e il laptop – dotati dello stesso sistema operativo scelto per lo strato client dell’architettura – nella quasi totalità dei casi Windows – oggi l’infrastruttura deve accettare connessioni da device con svariati Os. Questi vanno da quelli più tipici utilizzati sui computer fissi e portatili – ovvero Windows e MacOs – a quelli sviluppatisi nel mondo della mobility quali Apple iOs, Android, Rim e Windows Phone, solo per citare i più diffusi sui più moderni smartphone e tablet.
La ragione di tutto questo è che ormai gli smartphone e i tablet sono in grado di supportare almeno una parte delle applicazioni utilizzate nei processi aziendali o, da un altro punto di vista, che quasi tutte le business application possono in qualche modo essere accedute da device con i più svariati “form factor”. Già, perché accanto agli ormai diventati classici cellulari intelligenti e alle tavolette, dobbiamo aggiungere anche i deskphone delle varie Cisco o Avaya, o le smart tv collegabili alla rete locale e a Internet, che ritroviamo nelle sale riunioni o nel salotto di casa.

Il tramonto degli ammortamenti
Dal punto di vista dello sviluppo o della modernizzazione delle applicazioni, questa rivoluzione implica l’impegno ad adottare modelli di programmazione che permettano agli applicativi di essere utilizzati con diversi sistemi operativi e tipi di interfaccia, nel senso di schermi, tastiere, touch-screen, sistemi audio e così via. Oggi, infatti, a differenza che nei decenni scorsi, solo fino a un certo punto è possibile per un dipartimento It scegliere degli specifici e univoci sistemi operativi per i sistemi core, quelli dipartimentali e i client, e pianificare le attività di sviluppo applicativo, o gli acquisti di software e di hardware, sulla base di tali scelte tecnologiche. Al di là di alcune scelte obbligate, le direzioni It devono attrezzarsi per supportare un ecosistema eterogeneo e in continua evoluzione degli endpoint, soprattutto di quelli utilizzati dai lavoratori mobili o da chi, pur lavorando la maggior parte del tempo in un ufficio, vuole poter svolgere alcune attività di lavoro anche quando si trova all’esterno dell’azienda, a casa, in vacanza, in qualunque ora o giorno della settimana.
La sensazione condivisa da molti esperti It è che ci troviamo in un momento di transizione fra un mondo in cui le aziende si legavano per anni alle stesse tecnologie e un’era di libertà nella scelta degli strumenti. Data la velocità di refresh tecnologico, per le aziende diventa addirittura conveniente passare dalla gestione di una flotta di client di proprietà, con ammortamenti pluriennali che pesano sui bilanci aziendali e che si riferiscono molto presto a device divenuti obsoleti, a una di dispositivi di proprietà dei collaboratori, magari acquistati con il contributo dell’azienda. E qui diventa difficile imporre agli utenti il tipo di dispositivi che si devono acquistare. Nell’offerta di dispositivi per il mobile computing, peraltro, non esiste il prodotto che va bene per tutti, non si può parlare di “one size fits all”. Questo vale sia dal punto di vista dei form factor che da quello del sistema operativo.

Il “one size fits all” non esiste più

La maggior parte degli utenti di strumenti evoluti di mobilità non utilizza un solo tipo di device, ma è ormai abituata a un’esperienza cosiddetta “multiscreen”. A seconda della situazione in cui si trova e della connettività disponibile, il mobile worker può scegliere di impugnare lo smartphone, tirare fuori dalla borsa il tablet, o estrarre dalla valigetta o dal trolley il laptop, il più delle volte per accedere allo stesso tipo di applicazioni: navigazione sul web, uso di sistemi di messaggistica istantanea, social network, applicativi di produttività, e così via.
Oggi il tablet è il form factor che meglio consente di acccedere ad applicazioni che normalmente si utilizzano su un laptop, anche se, a differenza di questo, poiché il sistema operativo è derivato dal mondo smartphone (Apple iOs, Android, Windows Phone, Rim Blackberry) la compatibilità con le applicazioni business può non essere ancora garantita al 100%. Il laptop, che peraltro è stato il primo tipo di strumento di mobile computing a essersi diversificato in differenti form factor (netbook, subnotebook etc.) resta il device con il quale è più possibile svolgere le stesse attività che sono possibili con un pc Windows o con un Apple iMac. Data la sempre maggiore disponibilità di app sia consumer sia business (e in alcuni casi sviluppate per singole aziende o scelte da queste e rese disponibili su app store privati), sia i tablet di Apple (iPad) sia quelli basati su Android – e in particolare quelli marchiati Samsung – cominciano effettivamente a essere adottati in alternativa ai laptop, soprattutto quelli con uno schermo da 10 pollici. Da notare che questi tablet possono essere integrati con una tastiera ultrasottile Bluetooth che rende più comodo scrivere o digitare comandi testuali nelle situazioni in cui è possibile utilizzarla: per esempio alla scrivania dell’ufficio o su un treno. Un tablet che ha adottato la soluzione della tastiera removibile, in aggiunta alla possibilità di utilizzare i tasti sullo schermo touch, è Microsoft Surface, lanciato lo scorso anno dal colosso di Redmond e basato su sistema operativo Windows 8. Nel corso del 2013, Microsoft prevede di introdurne anche una versione con schermo da 7 pollici. I tablet con display da 7 pollici sono ideali quando si richiede una particolare mobilità e si tende a utilizzare prevalentemente applicazioni che possono essere accedute facilmente sia da seduti che in movimento: navigazione Web, uso dei social network, scatto di foto e ripresa di video, ecc.

Agli sviluppatori l’ultima parola
Per quanto riguarda i sistemi operativi, quello più gettonato, quando si tratta di dispositivi mobile per utilizzo business, resta al momento l’Apple iOs, essendo quello che gira sull’iPad. Avendo da un lato preceduto i concorrenti in termini temporali e dall’altro disponendo di uno store molto controllato, l’iPad beneficia di una quantità di app di elevato livello professionale, stabili e sicure, superiore a quella del principale concorrente, Android, per non parlare di Windows 8 ancora agli esordi. Per contro, la caratteristica open source di Android facilita l’innovazione delle applicazioni da parte della community, mentre l’uso di strumenti di sviluppo più familiari favorisce Windows 8 presso i programmatori più abituati al mondo Microsoft. Tutti e tre gli Os principali nel mondo degli smartphone e dei tablet, insomma, hanno qualche buona carta da giocare per proporsi come piattaforma utilizzabile in un’ottica Byod. Tra l’altro, con le loro ultime versioni, sia iOs che Android hanno aggiunto diverse funzionalità di sicurezza e di gestione che vengono incontro alle esigenze del mondo enterprise. Il fatto che adottino un sistema operativo Microsoft, almeno per il momento, non favorisce in modo particolare i device con Windows Phone 8, rilasciato lo scorso autunno dalla casa di Redmond. Occorrerà attendere una più profonda convergenza con Windows 8 e il debutto di Windows 9, ovvero quando si realizzerà l’unificazione delle piattaforme client di Microsoft, prima che l’omogeneità dell’ambiente tecnologico possa giocare un ruolo favorevole. Secondo Gartner questo non avverrà prima della metà del decennio. Nel frattempo, i dispositivi Windows Phone 8 dovranno convincere gli utenti dei tablet a preferirli all’iPad e alle tavolette Android, ma non sarà facile anche solo considerando, come si è detto, il divario fra l’offerta di app esistente in questi due mondi e in quello Windows mobile. Alla fine, a parità di form factor, interfacce touch e altre tecnologie tipiche del mondo mobile – tra le quali non vanno dimenticate il riconoscimento vocale, quello del movimento e quello facciale, e la near field communication (Nfc) – a determinare il successo o meno di una piattaforma sono ancora gli sviluppatori con le loro applicazioni.

Riccardo Cervelli
Giornalista

57 anni, giornalista freelance divulgatore tecnico-scientifico, nell’ambito dell’Ict tratta soprattutto di temi legati alle infrastrutture (server, storage, networking), ai sistemi operativi commerciali e open source, alla cybersecurity e alla Unified Communications and Collaboration e all’Internet of Things.

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