Chip open source gratis per spin off e PMI: il NIST li progetta e Google li paga

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Chip open source gratis per spin off e PMI: il NIST li progetta e Google li paga

Google e il NIST stringono un patto di ricerca e sviluppo congiunto per democratizzare l’innovazione nel mondo delle nanotecnologie e dei semiconduttori. La big tech finanzierà la produzione di chip open source destinati a spin off, ricercatori e PMI innovative con idee brillanti ma zero budget per le tecnologie necessarie alla loro messa a terra. Sarà SkyWater, partner di Google, a produrre i chip, entrambe avranno così l’opportunità di esplorare nuovi orizzonti sia tecnologici che progettuali. E magari di adocchiare realtà interessanti da acquisire.

30 Set 2022

di Marta Abba'

Troppo spesso spin off e PMI non hanno il budget per quei chip necessari a sviluppare i dispositivi all’avanguardia che hanno in mente e abilitare le loro funzionalità “intelligenti”. Il rischio è quello di bloccare una potenziale rivoluzionaria innovazione ogni volta che investire su un’idea brillante, per chi è piccolo o appena nato, risulta impraticabile. Oggi è un dato di fatto che i fondi per ordinare chip personalizzati dalle case di progettazione o procurarsi grandi quantità di componenti di serie non è affrontabile da tutti. Lo è però per Google, che finanzierà infatti un progetto di chip open source proprio per ricercatori e piccole imprese innovative. Sviluppato con il NIST, mira ad accelerare la prototipazione e quindi l’integrazione dei prodotti, riducendo così il time-to-market.

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Dietro a questa iniziativa c’è l’intenzione da parte del governo di democratizzare l’innovazione nella ricerca sulle nanotecnologie e sui semiconduttori. Google coprirà i costi di produzione e sovvenzionerà la prima serie di chip progettati abbassando la barriera di entrata in questo mondo. Non è escluso che decida poi di acquisire le realtà più innovative del programma, pur beneficiando già di un ritorno in termini di brand awareness e di anteprima privilegiato sull’innovazione.

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Il NIST e i suoi partner di ricerca universitari progetteranno 40 chip open-source ottimizzati per diverse applicazioni. Spazieranno tra nuovi tipi di dispositivi di memoria, nanosensori, tecnologie di bioelettronica e device avanzati necessari per l’intelligenza artificiale e il quantum computing.

I chip open-source saranno forniti su wafer, sarà compito delle università e delle PMI suddividerli in singole matrici, assemblarli in pacchetti appropriati e testare i chip finali presso le proprie strutture di elaborazione.

Messi a disposizione senza restrizioni né costi di licenza, alcuni potrebbero essere utilizzati per alimentare nuovi dispositivi, altri saranno ulteriormente personalizzati per realizzare circuiti integrati destinati ad applicazioni specifiche. Preziosa è la scelta del framework open source che favorisce la riproducibilità e abilita la valorizzazione del lavoro di altri riducendo notevolmente tempi ed effort.

Nessun legame con il CHIP Act, per ora

Per produrre questi chip, Google ha coinvolto un suo partner, SkyWater, con il suo stabilimento nei sobborghi di Twin Cities, in Minnesota. Le due aziende potrebbero utilizzare il kit di progettazione di processo (PDK) open-source a 130 nm di cui già dispongono ma la scelta è ampia e i dettagli al momento non sono resi noti. SkyWater offre infatti tecnologie di processo anche a 90 nm e dispone di un nodo di produzione qualificato a 65 nm.

Seppur “antichi” rispetto a quelli dai 12 ai 3 nm di altre big tech, tali nodi permetteranno di inserire sensori specializzati nelle matrici e di realizzare i primi tape-out, partendo da chip a segnale misto, semplici microcontrollori e ASIC con caratteristiche fisiche sperimentali.

I primi a beneficiare di questo accordo pubblico-privato saranno l’Università del Michigan, l’Università del Maryland, la George Washington University, la Brown University e la Carnegie Mellon University. Il lancio ufficiale del progetto è previsto entro fine settembre, ma l’idea è emersa già prima che il CHIPS Act venisse firmato nella sua versione definitiva, con 11 miliardi di dollari in meno di finanziamento. Non ci sono legami a livello di investimenti, ma non sono escluse a priori future sinergie.

Marta Abba'

Giornalista

Laureata in Fisica e giornalista, per scrivere di tecnologia, ambiente e innovazione, applica il metodo scientifico. Dopo una gavetta realizzata spaziando tra cronaca politica e nera, si è appassionata alle startup realizzando uno speciale mensile per una agenzia di stampa. Da questa esperienza è passata a occuparsi di tematiche legate a innovazione, sostenibilità, nuove tecnologie e fintech con la stessa appassionata e genuina curiosità con cui, nei laboratori universitari, ha affrontato gli esperimenti scientifici.

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