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Come abilitare business network grazie alla blockchain

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Intervista

Come abilitare business network grazie alla blockchain

27 Mar 2018

di Patrizia Fabbri

Partire da una realtà di riferimento per un determinato settore, per poi aggregare tutti gli attori della filiera in blockchain globali e offrire i propri servizi e soluzioni di security, cloud o di integrazione alle aziende coinvolte. È l’approccio di IBM al mercato della blockchain che ha appena annunciato il lancio della joint venture con Maersk per il mondo dello shipping, frutto di Hyperledger Fabric, uno dei progetti blockchain promossi da Linux Foundation. Fabio Malosio, Blockchain Solution Leader di Big Blue, intervistato da ZeroUno, ne illustra caratteristiche e specificità

Cloud, Client, Consorzio, Community. Sono le 4 C sulle quali si basa la strategia IBM in ambito blockchain che Fabio Malosio, Blockchain Solution Leader dell’azienda, spiega così: “Cloud perché, anche se non è l’unica configurazione possibile, è quella che IBM consiglia per iniziare; Client perché sono i punti di ingresso; Consorzio perché per riuscire a concretizzare questa tecnologia non ha senso lavorare con una sola azienda ma bisogna pensare a una filiera, a un gruppo di aziende; Community perché è indispensabile lavorare con partner per diffondere più velocemente questa tecnologia sul mercato”.

La tecnologia blockchain di IBM è basata su Hyperledger Fabric, uno dei progetti promossi dalla Linux Foundation, che si rivolge al mondo aziendale per la creazione di ambienti sicuri per l’interscambio di prodotti e/o servizi all’interno di specifici settori o filiere: “La strategia evolutiva di IBM per la blockchain si sviluppa intorno all’ambizione, e alla sfida, di creare dei business network il più ampi possibili, per tutti i settori, ai quali possano unirsi attori da tutto il mondo”, spiega il manager IBM, ricordando che ci troviamo nel mondo delle blockchain permissioned (ossia non aperte a tutti, ma alle quali è possibile accedere solo previa autorizzazione) e che Hyperledger Fabric 1.0 è ormai percepita come una tecnologia matura; “il grosso limite della scalabilità è stato superato: con questa versione raggiungiamo le 1000 transazioni al secondo e nella prossima, che dovrebbe arrivare a metà maggio, abbiamo benchmark che indicano il raggiungimento delle 3500 transazioni al secondo”, specifica Malosio.

L’azienda sta lavorando in diversi settori con progetti che hanno raggiunto diversi livelli di maturità. Quello più avanzato è relativo alla collaborazione con Maersk (vedi dettaglio più avanti), gruppo danese che ha attività in diversi settori (dal trasporto marittimo all’energia e cantieristica navale) ed è il più grande armatore di navi mercantili nel mondo. “Il secondo settore sul quale stiamo lavorando – prosegue Malosio – è legato al tema del cibo dove le caratteristiche di tracciabilità e sicurezza della blockchain offrono grandi opportunità: c’è stata un’importante sperimentazione con Wallmart che si è estesa ad alcuni produttori come Nestlé, Unilever ecc. e l’idea è di farla diventare una soluzione di mercato per poter coinvolgere nell’iniziativa un vasto numero di attori”. Seguono poi sperimentazioni sui pagamenti digitali (in particolare nel mondo del money transfer), nel mondo assicurativo ecc.

Joint venture IBM-Maersk: la blockchain per la filiera dello shipping

Il percorso che ha portato alla decisione di una joint venture tra IBM e Maersk può essere preso come paradigma dell’approccio che l’azienda intende avere nei diversi segmenti.

“All’inizio abbiamo identificato insieme a Maersk quello che poteva essere per loro un valore differenziante sul mercato, ossia la possibilità di seguire in modo completamente digitale tutta la pipeline della spedizione di un container, dal suo carico su una nave fino allo scarico dall’altra parte del mondo, con una tracciatura puntuale di tutti gli step. Il passo successivo – spiega Malosio – è stato trasformare questo valore differenziante in una sorta di utility per il settore dello shipping, rendendo disponibili per tutta la filiera i servizi sviluppati”. Ricordiamo che il costo e il volume del commercio mondiale continua a crescere, comportando un costante aumento della complessità (documentazione che deve viaggiare con la merce, smistamento della stessa, gestione della movimentazione dei container ecc.): ogni anno vengono spedite merci per un ammontare di circa 4 trilioni di dollari e l’80% delle merci destinate al mercato finale viene trasportato via mare. Il costo per elaborare e gestire tutta la documentazione commerciale relativa è pari a un quinto del costo fisico del trasporto, un’enormità. Stime del World Economic Forum indicano che la riduzione delle barriere burocratiche all’interno della filiera internazionale porterebbe a una crescita del 15% del commercio internazionale, con conseguenti impatti positivi sull’economia dei diversi paesi.

L’obiettivo della joint venture, per il momento ancora senza nome e della quale Maersk detiene il 51% mentre il restante 49% è di IBM, è quello di “aggregare tutti gli attori dell’ecosistema (dogane, traportatori, ecc.), attori non convenzionali come banche o assicurazioni, ma anche competitor in modo che questi servizi siano effettivamente disponili per tutto il settore”.

La realizzabilità dell’obiettivo è fortemente collegata alle caratteristiche intrinseche di Hyperledger Fabric: oltre ai requisiti di affidabilità, immutabilità, trasparenza e tracciabilità tipici della blockchain, Hyperledger Fabric offre infatti i “canali” ossia la possibilità di avere delle transazioni visibili solo da un sottoinsieme di nodi, mediante la segregazione dei dati relativi alla transazione (codificata in uno smart contract). Ogni operatore può quindi condurre operazioni senza che il loro contenuto sia visibile dai propri competitor.

Al momento i servizi resi disponibili sono due:

  • Shipping Information Pipeline, che garantirà la visibilità di tutti gli stadi del processo della supply chain per consentire alle parti coinvolte di scambiare le informazioni su ogni spedizione in modo sicuro, senza interruzioni e in tempo reale.
  • Paperless Trade, digitalizzerà e automatizzerà i documenti cartacei consentendo agli utenti finali di inviarli, convalidarli e autorizzarli in modo sicuro.

Sicurezza, privacy e integrazione della blockchain nei sistemi aziendali

La blockchain viene considerata una tecnologia sicura per definizione, ma in realtà, come spiega l’articolo Blockchain: perché va resa più sicura e quali vantaggi può portare alle imprese, basato su studi Forrester, così non è. Se a questo si aggiunge il fatto che qui stiamo parlando di blockchain che non vantano gli oltre 10.000 nodi di Bitcoin (secondo letteratura, più ampio è il numero dei nodi e più difficile è attaccare e manipolare la blockchain), è doveroso approfondire questo tema con il manager IBM: “Il minor numero di nodi rispetto a una blockchain pubblica viene in effetti considerata una criticità delle blockchain private perché potrebbe essere più facile manipolarle, ma non bisogna dimenticare che gli attori di queste blockchain operano ‘in chiaro’: sono identificabili e per entrare, e firmare le transazioni, devono utilizzare chiavi di accesso rilasciate da una specifica authority di certificazione. Inoltre per Hyperledger Fabric il meccanismo di consenso è basato sul 66%+1 dei nodi [e non 50% +1 delle blockchain pubbliche ndr]”. Ma questo può non bastare.

E sono proprio i servizi di sicurezza che rappresentano una delle opportunità di business che IBM vede nel mercato blockchain: “Un elemento sicuramente molto delicato da questo punto di vista è rappresentato dagli smart contract. Quello che noi offriamo per garantire che non vengano manomessi è la nostra tecnologia Secure Services Container, basata su Docker, che consente di segregare lo smart contract in un ambiente, che girà su cloud IBM, che rende assolutamente impossibile l’attacco dall’esterno”.

Per quanto riguarda la privacy, ricordiamo che in Hyperledger Fabric l’ingresso di membri nella blockchain viene validato e autorizzato dai nodi chiamati “endorse” che hanno proprio la funzione di verificare ogni transazione; sono le regole definite per la specifica blockchain a stabilire chi può essere un nodo endorse (contrariamente alle blockchain pubbliche dove tutti possono diventare miner, ossia coloro che “autorizzano” le transazioni). A questo, ricorda Malosio, “si aggiunge il già citato meccanismo dei canali che consente di avere un ulteriore livello di privacy”.

Un altro tema importante è quello dell’integrazione della blockchain con i sistemi aziendali: “Il meccanismo standard – risponde il manager IBM – è quello di esporre restAPI [API che utilizzano il protocollo http per trasferire i dati ndr], ma questo è l’altro grande filone sul quale IBM può fare il proprio business perché non sempre le API possono essere utilizzate [pensiamo, per esempio, ad applicazioni legacy proprietarie che, pur rispondendo ai bisogni dell’azienda, richiedono servizi di integrazione specifici per comunicare con altre applicazioni ndr] e quindi possiamo fornire tutta una serie di strumenti e di servizi di integrazione”. Le opportunità offerte dalla blockchain per un vendor come IBM non si fermano qui: “Certo, perché sulla blockchain un’azienda può essere interessata a ‘montare’ analytics e, ancora, c’è tutta la convergenza con l’Internet of Things [la tecnologia blockchain può infatti essere utilizzata per tracciare miliardi di dispositivi collegati, con diversificate necessità, per esempio in termini di sicurezza, scalabilità, riservatezza dei dati ecc. ndr]: le opportunità sono davvero tante. Il nostro CEO Ginni Rometty ha detto che la blockchain sarà l’Internet delle Transazioni e valutato che per ogni euro che IBM riuscirà a vendere di blockchain ci sono dai 4 agli 8 euro di ‘altro’ che può essere aggiunto”.


Commenti all’articolo:

  1. federico ha detto:

    bell’articolo

Patrizia Fabbri
Giornalista

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno.

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  1. federico says: 29 marzo 2018 alle 18:13

    bell’articolo

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