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Smart working: quale futuro dopo l’emergenza

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Prospettive

Smart working: quale futuro dopo l’emergenza

In occasione del Convegno di presentazione dei risultati della Ricerca 2020 dell’Osservatorio Smart Working si è discusso di come lo smart working, usato in fase emergenziale per garantire salute ed economia, non solo abbia inciso sul lavoro e sulla vita di tutti noi, ma abbia anche creato le condizioni per ridefinire sia l’idea di impresa e di amministrazione pubblica sia quella di territorio e il rapporto centro periferia, spostando potenzialmente ricchezza. Una grande opportunità non va lasciata cadere ma va colta per riuscire ad attuare quelle trasformazioni che da anni il Paese non è riuscito a realizzare.

28 Dic 2020

di Elisabetta Bevilacqua

“Dal quel 21 febbraio che ha cambiato le nostre vite, fin dai primissimi momenti, lo smart working è stato considerato il modo per conciliare salute e lavoro, con un risultato esplosivo”, esordisce Mariano Corso, Responsabile Scientifico Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano in occasione del Convegno di Presentazione dei dati dell’Osservatorio. Senza entrare nei risultati di dettaglio evidenziati nel report, vale la pena ricordare che si è passati, nel giro di una settimana, da circa 570mila smartworker a 6,5 milioni di persone che lavoravano in remoto, un fenomeno che ha investito soprattutto le grandi imprese e la PA.

“Si è trattato di un grande sforzo, necessariamente improvvisato, che ha trovato più pronte le organizzazioni che negli anni precedenti si erano allenate allo smart working. Per tutti ha in ogni caso rappresentato un grande salto di qualità”, aggiunge il Responsabile Scientifico dell’Osservatorio che riassume in quattro punti cosa abbiamo imparato nell’emergenza che ci sarà utile per il futuro:

  • lo smart working è una condizione di resilienza, non solo di modernità, capace di tutelare la salute e preservare l’economia;
  • durante l’emergenza sono emersi nuovi modi di lavoro possibili che si sono anche rivelati straordinariamente efficaci;
  • le persone poste nelle condizioni adeguate sono in grado di sviluppare nuove competenze: in pochi mesi hanno fatto salti di qualità, non realizzati in anni;
  • un’applicazione su vasta scala dello smart working cambia la nostra vita, le nostre città, il modello di società.

“Siamo stati buttati in acqua e ci siamo resi conto che riusciamo a galleggiare; ora dobbiamo imparare a nuotare”, è la sollecitazione.

Lo shock sarà sufficiente per trasformare la PA?

La PA ha avuto un ruolo da protagonista nel lavoro a distanza che ha coinvolto 1,8 milioni dipendenti pubblici, il 60% dei quali ha dichiarato di essere riuscito a svolgere tutte le attività da remoto. L’esperienza, valutata positivamente, è proseguita, nel corso del 2020, pur con i necessari aggiustamenti connessi ai rientri in sede. Da gennaio 2021 entrerà in funzione POLA (Piano Organizzativo del Lavoro Agile) varato per mettere in evidenza che il lavoro agile non sarà abbandonato finita l’emergenza ma sarà uno strumento di performance permanente, che si intende introdurre sfruttando anche il superamento del limite psicologico nel cambiamento organizzativo. Lo spiega la ministra per la Pubblica Amministrazione Fabiana Dadone, nel suo intervento al convegno, sottolineando che il lavoro agile è uno strumento flessibile affidato al dirigente, che conosce il livello di digitalizzazione e le mansioni nella singola amministrazione, e può dunque valutare quali attività si possano svolgere in modalità agile con l’obiettivo di raggiungere almeno il 60%. “Senza soffermarci su cosa sia smart working e cosa sia lavoro da remoto, è importante che il dirigente si apra all’idea di un lavoro non più improntato solo sul dove ma anche sul come, non più legato all’espletamento della mansione ma a obiettivi specifici – spiega – L’amministrazione dovrà mettersi nei panni di chi si relaziona con la PA e puntare a fornirgli un servizio migliore”.

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È evidente, e la ministra ne è consapevole, che quel 40% che non è riuscito a svolgere il lavoro da remoto (per mancanza di strumenti, ridotta o assente dematerializzazione, processi non digitalizzati) andrà messo nelle condizioni di farlo. “Il lavoro agile è la punta dell’iceberg – sostiene infatti – Sotto serve la reingegnerizzazione e il ripensamento dei processi: finché tutto continuerà ad essere basato su fascicoli all’interno degli uffici ben difficilmente sarà possibile attuare davvero un lavoro agile efficace”.

Altri nodi da sciogliere sono la formazione del personale e soprattutto della dirigenza e la necessità di nuove assunzioni (solo il 2% dei dipendenti pubblici ha meno di 35 anni), con un ripensamento delle competenze e l’adeguamento delle modalità di valutazione.

La PA può dunque cogliere l’occasione del percorso verso il lavoro agile per ridisegnare la sua organizzazione e i suoi processi, grazie alla digitalizzazione, per renderli più facili e accessibili non solo per i suoi dipendenti ma soprattutto per i cittadini.

Lo smart working ridefinisce l’idea stessa di impresa e di territorio

Lo smart working ha evidenziato la sua potenzialità di incidere sia all’interno delle imprese sia nel contesto socio-economico nel suo complesso. “C’è una grande opportunità di alta progettualità: sta cambiando la struttura del lavoro e di conseguenza dovranno cambiare i sistemi di welfare, i sistemi culturali, la dialettica centro-periferia, il sistema dei trasporti, che dovrà prevedere investimenti su trasporti multimodali locali”, sostiene Francesco Caio, Presidente – Saipem SpA, una ricca esperienza manageriale in molti settori, senza dimenticare il suo passato ruolo di commissario per l’Agenda Digitale.

Ascolta “Smart Working, così si cambia l'organizzazione nelle aziende” su Spreaker.

“La pandemia sta rendendo consapevoli le imprese e la PA delle opportunità mancate in questi anni – aggiunge – Il lavoro che entra nelle case fa saltare il modello statico di impresa vittoriana, rimette in discussione l’dea stessa di appartenenza a un’impresa e cosa vuol dire essere a capo di un un’impresa o essere un dirigente”. Motivare le persone, caratterizzare l’impresa, dare valore aggiunto al cliente, attraverso un lavoro che trasforma i fattori di ingresso verso prodotti e servizi, significa essere in grado di mettere progettualità innovativa al centro dell’identità dell’impresa. “Il modello di controllo basato sulla co-presenza (che pure ha un suo valore) non funziona più, né per le imprese private né per la PA, mentre è indispensabile la capacità di definire gli obiettivi”.

La necessità di uno smart working efficiente mette in discussione anche l’idea della digitalizzazione come “la nursery dove il Chief Digital Officer fa giocare i ragazzi”. La digitalizzazione va pensata in un’ottica industriale (“siderurgica”, la definisce Caio), basata sulla tassonomia dei dati, architetture molto ben definite, sicurezza.

Se sapremo cogliere queste opportunità ci saranno ottime prospettive. “Il nostro Paese sembra disegnato per il post-Covid: un territorio piccolo con aree deserte molto belle che, anche attraverso una ristrutturazione dei capitali, può offrire una base nuova di ripartenza. Spero che, in un contesto europeo e di progettazione infrastrutturale pesante, ci sia l’occasione per far ripartire qui da noi nuove imprese”, conclude.

Guardare al futuro, oltre l’emergenza

Anche Corso ritiene che abbiamo una grande opportunità da cogliere. “Lo smart working sposta equilibri, ridistribuisce ricchezza, permette di ripensare a nuove condizioni infrastrutturali, apre una nuova competizione fra territori, non solo fra imprese. Se lo comprendiamo e smettiamo di fare battaglie di retroguardia, possiamo uscirne più forti, abbandonando senza rimpianti una situazione precedente non particolarmente rosea e un equilibrio non più sostenibile”, conclude, indicando quattro suggerimenti per affrontare il futuro prossimo:

  • lo sviluppo di un lavoro davvero sostenibile, richiede delicati bilanciamenti, innanzi tutto fra vita e lavoro; ciascuno deve imparare a ridefinire i propri nuovi equilibri;
  • se manca un cambiamento culturale, manageriale, un nuovo modo di valutare gli obiettivi, di dare feed-back, lo smart working si riduce a misura di welfare, privilegio di alcuni;
  • Il nostro quadro giuridico e contrattuale non è ancora pronto, la legge 81/2017 (che regolamenta lo smart working) aiutava a gestire un certo livello di flessibilità ma se applicata su larga scala non funziona;
  • dobbiamo imparare che lo smart working su vasta scala sposta ricchezze (dalle città ai paesi, dal centro alle periferie), crea nuovi bisogni, genera un cambiamento che va compreso e accompagnato.

Elisabetta Bevilacqua

Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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