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Sta nascendo una nuova Business Intelligence

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Sta nascendo una nuova Business Intelligence

02 Set 2011

di Giampiero Carli Ballola

Mobilità, real-time, dati complessi, cloud, social analysis… tutti questi fattori, per quanto in parte esterni ai sistemi di business intelligence, ne cambiano il quadro in cui questi si sviluppano e vengono usati nelle imprese. Vediamo come tali elementi si combinano nel confluire in un nuovo concetto di BI, che esce dai confini fisici e temporali del posto di lavoro per diventare uno strumento di supporto al business cui ricorrere ovunque e in ogni momento in cui se ne abbia bisogno

Vi sono quattro macrotendenze che stanno cambiando il modo di operare delle aziende di tutti i settori d’industria i cui prodotti e servizi si rivolgono più o meno direttamente ai consumatori/utenti finali e che quindi influenzano una componente fondamentale dell’economia dei paesi avanzati. Si tratta:
– della disponibilità di dati che crescono in quantità e qualità a tassi, letteralmente, esponenziali;
– della diffusione della comunicazione mobile, che ha trasformato il nostro modo di vivere oltre che di lavorare;
– della crescita del cloud computing e del tipo di delivery dei servizi It che questo propone;
– della nascita di un nuovo tessuto di rapporti interpersonali che, abilitato da Internet (i social network), ha assunto una dimensione planetaria e del quale ogni realtà che si rivolga a un mercato fatto di molte persone e non di poche entità non può non tener conto.
Questi quattro fenomeni, ‘big data’ (cioè dati sia numerosi che complessi), mobilità, cloud e social network sono il motore dell’evoluzione in atto nella business intelligence che nel suo ruolo di strumento-guida delle scelte e delle attività aziendali ne è più direttamente coinvolta che altre funzioni It.
La crescita dei dati è un vecchio problema, e finora si è fronteggiata con la crescente potenza dei sistemi e del software di data management. Ma negli ultimi tempi ha subìto un’impennata nata dall’aggiungersi, al volume di dati prodotti dalle organizzazioni, quello dei dati generati dai privati. Dati che possono essere di utenti/consumatori, quindi in rapporto ai servizi/prodotti delle imprese, oppure no. Ma che sono in ogni caso una fonte di conoscenza sterminata. A patto di poterla dominare. Dieci secondi di video non solo richiedono uno storage superiore a 10 mila pagine Html, ma anche modelli logici e analitici capaci di trarne delle informazioni. I ‘big data’ sono tali proprio per questo: non è tanto il loro volume in termini di Terabyte, che è già di per sé un problema, ma soprattutto la loro natura che li rende ingestibili dai sistemi tradizionali e che rappresenta per questo la sfida per la BI di nuova generazione.
Il fenomeno dei big data interagisce poi con il cloud e il social networking, con i quali è in parte collegato. Il primo rende i dati di pubblico dominio (gratuiti o a pagamento) molto più fruibili e condivisibili che in passato, moltiplicando le informazioni e le analisi che se ne possono trarre, e facilita la distribuzione controllata dei dati di proprietà di un’impresa al di fuori dei confini aziendali, promuovendone l’utilizzo in remoto e quindi interagendo con le soluzioni di mobilità. Il secondo, come si è detto, ne aumenta volume e complessità con la necessità di analizzare dati in parte o completamente non strutturati: pagine Html, e-mail, messaggi, commenti a voce, video, immagini.

Un social commerce market da 30 miliardi di dollari
Facebook, per citare solo la rete più diffusa, conta 500 milioni di utenti attivi e l’analisi dei contatti mostra che ciascun utente è collegato in media con altre 130 persone (gli “amici”), fa parte di 8 comunità o gruppi d’interesse e ha 9 marche preferite, delle quali segue lo sviluppo dei prodotti o servizi. Un immenso bacino che alimenta un “social commerce market” stimato a 30 miliardi di dollari nel 2015 e del quale possiamo sapere tutto: gusti, abitudini, comportamenti e tendenze. Poter analizzare testi e messaggi diventa importante per ogni impresa, e quasi tutti i fornitori di BI si stanno attivando, con varie soluzioni, a questa domanda.
Si va insomma verso una BI orientata all’analisi real-time di grandi volumi di dati complessi, anche non strutturati, capace di fornire informazioni tempestive e basate su elementi di fatto aggiornati. Si tratta di tendenze, come abbiamo detto, accelerate dal cloud e dalle reti sociali ma in atto da tempo. L’evoluzione sta nel fatto che le relative soluzioni escono dai mercati di nicchia per diventare funzionalità non ancora mainstream ma necessarie a una parte crescente dell’utenza aziendale.
Un’altra rivoluzione in atto nella business intelligence è quella che si manifesta con la nascita e lo sviluppo della BI mobile, o mobile BI. Si stima che oggi il 47% della popolazione mondiale, oltre 3,2 miliardi di persone, usi telefoni mobili, e che il 22% di tutti i cellulari sia usato anche per la connessione a Internet. Una quota che è in rapida crescita: si prevede infatti che nel 2014 nell’Europa occidentale il 39% dei cellulari sarà connesso al Web. Proiettando questa quota in Italia, che è tra i paesi a più alta densità di dispositivi mobili del mondo (nel 2010 il numero dei cellulari attivi ha già superato quello degli abitanti) si avrebbero circa 40 milioni di connessioni Internet in mobilità. Anche se ciò non significa 40 milioni di utenti, dato che molte persone hanno più di un dispositivo, la cifra è comunque impressionante.
Ma per quanto eclatante nelle dimensioni, non parliamo di un fenomeno inatteso. Il boom della mobilità è sotto gli occhi di tutti e da parecchio tempo. Eppure nella maggioranza dei casi le imprese non sembrano tenerne conto. Secondo un’indagine di Forrester, svolta nel marzo 2011 su un campione di 28 vendor e 16 utenti, il 57% delle aziende non ha una strategia It per la mobilità, o ha appena incominciato a pensarci. Anche le più diffuse applicazioni del genere, quelle per la forza vendite, hanno un livello di adozione del 15%, molto inferiore alle applicazioni mobili per l’e-mail e la gestione dei contatti, mentre le applicazioni mobili di gestione del magazzino e della supply chain sono al 9 e al 6% rispettivamente. Quanto alla intelligence, Forrester ha rilevato negli ultimi due anni un numero di casi di mobile BI pari solo al 3% dei progetti correlati all’analisi dei dati.

Mobile Bi: la spinta della tecnologia
I motivi di questa situazione stanno fondamentalmente nel fatto che si tratta di un segmento di applicazione nuovissimo, ma anche nei limiti funzionali dei terminali mobili, nei dubbi sulla loro sicurezza e nella difficoltà di dimostrare il Roi di un progetto di mobile BI. Sull’ultimo punto c’è poco da fare: è un problema comune a tutti i progetti di business intelligence, mobili e no. Bisogna quindi da un lato che un progetto di BI risolva un’esigenza di business ben precisa in modo da poter dare un risultato in termini economici chiaramente dimostrabile, e dall’altro che gli sponsor del progetto, se questo non viene promosso dal top management, sappiano sottolinearne i vantaggi sia non tangibili (come immagine aziendale e soddisfazione degli utenti) sia tangibili ma difficili da quantificare, come la riduzione dei costi derivante dalla maggiore efficienza degli utenti o da progetti di livello enterprise che sostituiscano le attività di analisi svolte da singole funzioni aziendali.
Sui limiti funzionali e sulla security,invece, sta intervenendo l’evoluzione tecnologica con l’avvento dei tablet e dell’interfaccia touch trainato dal ‘fenomeno’ iPad (che, tra l’altro, in Italia ha avuto un successo superiore alla media internazionale). L’accoppiata tra la potenza di elaborazione e di memoria di un tablet e il fattore di forma di un dispositivo sottile e relativamente leggero ma con un grande schermo, supera ampiamente i limiti degli smartphone. Ciò rende possibile, come infatti sta avvenendo, sia l’estensione ai device mobili (nei modi che vedremo) delle applicazioni di analisi aziendali, sia lo sviluppo di piattaforme di BI mobile dedicate, molto performanti in quanto ottimizzate sui nuovi dispositivi e dotate delle caratteristiche di sicurezza, dalla criptazione dei dati al controllo degli utenti e degli accessi, proprie di una soluzione di classe enterprise.
Ma il vero punto di forza dei tablet è l’interfaccia touchscreen gestuale. Già presente sugli smartphone ma limitata dalle misure del display, la Nui (Natural User Interface) supera quello che è sempre stato un problema della BI: la difficoltà d’uso da parte di utenti che, va ricordato, non sono specialisti ma si trovano in tutti i livelli dell’impresa. Recentemente Beye Research, ente espresso dal Business Intelligence Network e che fornisce ai membri della BI Community studi nell’area della gestione e analisi dei dati, ha svolto un’interessante indagine che dimostra come gli attuali strumenti di BI siano appena sopra, come facilità d’uso, ai sistemi transazionali, che non hanno mai brillato per essere user-friendly. Più ostici di Excel (che non a caso è il vero ‘concorrente’ dei tool di BI) e ben lontani dai sistemi di e-mail, che risultano addirittura più facili da usare di un tipico oggetto consumer come l’iPod (vedi figura 1). Eppure, dopo la qualità dei dati, la facilità d’uso è il secondo fattore d’importanza per la diffusione della BI ed il suo effettivo impiego ai fini del business (vedi figura 2).


Figura 1 – Quanto è facile acquisire competenze nell’uso delle nuove tecnologie. (Fonte Beye Research, marzo 2010, su un campione di 255 utenti)
(cliccare sull’immagine per visualizzarla correttamente)



Figura 2 – Quali sono i fattori d’importanza per la diffusione della BI ed il suo effettivo impiego ai fini del business.
(Fonte Beye Research, marzo 2010, su un campione di 255 utenti)
(cliccare sull’immagine per visualizzarla correttamente)

L’interfaccia touch… e la BI è a portata di tutti
Il tablet con interfaccia gestuale cambia le cose. Perché si applica a uno schermo più che sufficiente per visualizzare report e cruscotti e perché il passaggio (peraltro facile per chi è già abituato agli attuali smartphone) dal mouse e dai menu al tocco delle dita comporta una semplificazione delle azioni, che diventano sensibili al contesto in cui si interagisce con il sistema, abilitando una vera interattività. Secondo Forrester, poco meno di un terzo delle imprese ha già portato o sta portando sui tablet le applicazioni business, mentre più del 40% si dichiara “interessato a farlo”. Si tratta di un mercato potenziale che fa ritenere che entro pochi anni (da tre a cinque, secondo una stima prudenziale) la nuova generazione di dispositivi mobili rimpiazzerà se non i notebook, che sono anch’essi in rapida evoluzione, certamente i netbook. E le soluzioni di intelligence e di analisi potranno davvero supportare il business in ogni luogo e in ogni momento in cui se ne avrà bisogno.

Giampiero Carli Ballola
Giornalista

Giampiero Carli-Ballola, nato nel 1942 e giornalista specialista in tecnologia, collabora con ZeroUno dal 1988. Segue i processi di digitalizzazione del business con particolare attenzione ai data center e alle architetture infrastrutturali, alle applicazioni big data e analitiche, alle soluzioni per l’automazione delle industrie e ai sistemi di sicurezza.

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