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Private cloud: ben capito dalle imprese

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Private cloud: ben capito dalle imprese

02 Giu 2010

di ZeroUno

L’aumento dell’interesse verso la creazione di un corporate cloud e della relativa infrastruttura è dovuto alla maggiore comprensione che in questi due anni i responsabili It hanno potuto farsi del modello cloud e della sua applicazione in azienda

Di cloud computing si parla da circa un paio d’anni, che nel metabolismo accelerato con il quale vive il mondo dell’It è un periodo di tempo più che sufficiente a digerire concetti e parole per trasformarli in attività e business. E così è stato: nel giugno del 2008 Gartner lanciò alcune previsioni su un fenomeno del quale, allora, si stava ancora cercando di dare una definizione dichiarando che entro il 2012 otto su dieci delle ‘Fortune 1000’ avrebbero usufruito di servizi di cloud computing a pagamento; una su tre avrebbe realizzato una propria infrastruttura per il cloud e che il peso di tali iniziative nelle strategie aziendali sarebbe stato pari a quello dell’e-business. Oggi, giunti alla metà dell’arco di tempo preconizzato, crediamo di poter dire che se queste previsioni avranno un margine d’errore, questo sarà in difetto. Complice anche la crisi economica, i servizi cloud, con la loro promessa di risparmio immediato, sono in accelerazione e interessano quasi tutte le imprese, e non solo le maggiori. E anche se si tratta di un fenomeno più difficile da misurare, il feedback che i vendor It hanno da parte del mercato fa ritenere che l’interesse verso infrastrutture di cloud privato sia almeno pari a quello verso l’acquisto di servizi cloud esterni, se non maggiore.
Questa evoluzione, cioè l’aumento dell’interesse verso la creazione di un corporate cloud e della relativa infrastruttura, è dovuto alla maggiore comprensione che in questi due anni i responsabili It hanno potuto farsi del modello cloud e della sua applicazione in azienda. Da una parte ci si è resi conto che i livelli di prestazioni, di disponibilità e soprattutto di sicurezza (come accessi e come controllo sui dati aziendali), richiesti per l’esecuzione delle applicazioni business sono, almeno ancora allo stato attuale, difficilmente compatibili con il modello, per così dire, originario del cloud computing, che parla (come definito appunto da Gartner due anni fa) di “capacità It largamente scalabili fornite come servizio attraverso l’internet a più utenti esterni”. Dall’altra parte, in compenso, si è capito che i vantaggi di scalabilità, economicità e flessibilità d’uso insiti in tale modello si potevano coniugare alle esigenze di cui si è detto sostituendo all’internet pubblica una rete chiusa. Erogando quindi servizi It sul modello del cloud computing a un limitato numero di utenti all’interno di un perimetro definito e protetto da firewall e secondo livelli di prestazioni e availability definiti.
Ciò si può fare in due modi: chiedendo agli eventuali service provider un accesso su rete privata (Vpn) o implementando il modello cloud sulla intranet dell’azienda. Nel primo caso si ha in sostanza, dal punto di vista dell’utente, una forma di outsourcing. Questa si può declinare in diverse modalità a seconda che i servizi forniti riguardino soluzioni software (SaaS) o si estendano alla piattaforma (Paas) o all’infrastruttura (IaaS). Il fatto che si possa parlare o meno di ‘servizi cloud’ riguarda il provider, la sua struttura, organizzazione e modello di business, ma non l’utente, che ha tutto il diritto, come in un qualsiasi contratto di outsourcing, a ricevere un servizio in forma completamente dedicata e nel rispetto di Sla stabiliti. Nel secondo caso invece l’impresa diventa nello stesso tempo fornitrice e utente dei servizi It, ed è il ‘private cloud’, o ‘corporate cloud’ di cui parliamo.
Perché un private cloud sia tale deve avere le stesse caratteristiche del cloud pubblico. Ossia: capacità di allocazione dinamica dei servizi; sistema di billing (cioè di attribuzione di costi) pay-per-use; capacità di delivery on-demand; accesso da portale e in modalità self-service; interfacce utente unificate e browser-like. Alla base di tutto ciò sta un’infrastruttura altamente virtualizzata in ogni suo componente: server, storage e rete, la cui realizzazione è il punto di partenza per ogni progetto del genere.
Le tecnologie di virtualizzazione, applicate a sistemi di elaborazione e storage di intrinseca flessibilità come quelli basati sulle architetture blade e serviti dai processori di più recente generazione, permettono già ora d’implementare infrastrutture adatte al delivery di servizi cloud privati presso la maggior parte dei data center aziendali. Ed è probabile, secondo Gartner, che gli investimenti in private cloud possano superare nei prossimi anni la spesa per l’acquisto di servizi da parte dei cloud services provider. Come è possibile che alcune aziende, dopo aver creato la loro cloud privata, decidano di aprirla all’esterno fornendo servizi a clienti e partner e facendo così fruttare al meglio il loro investimento.
La costruzione di un ambiente cloud privato non è un problema solo tecnologico. Il private cloud cambia infatti la gestione dei processi aziendali, quando non i processi stessi (si pensi all’effetto dirompente che può avere l’accesso self-service o l’attribuzione dei costi in funzione dell’uso), interferendo quindi sull’organizzazione del lavoro e delle persone. Si dovranno fare studi di fattibilità e adottare best practices che in buona parte sono ancora da trovare. Dotarsi dell’infrastruttura è un problema relativamente più semplice. Ma proprio per questo conviene probabilmente partire proprio da lì.

ZeroUno

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