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Si fa presto a dire cloud

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Si fa presto a dire cloud

27 Ott 2010

di Stefano Uberti Foppa

Prendere dalla rete ciò che ti serve, applicazioni, piattaforme, infrastrutture, utilizzandole “as a service”. Oppure “declinare” questa modalità self service all’interno del più sicuro perimetro aziendale e delle aziende del tuo gruppo fruendo di risorse elaborative (sistemi e applicazioni) che, grazie a livelli di virtualizzazione, vengono erogate laddove serve, ancora in una logica di servizio svincolata dalla conoscenza di dove queste risorse fisicamente risiedono. In termini semplici stiamo riferendoci al tema del momento: il cloud computing e il private cloud.Si tratta di un paradigma sul quale si sta impegnando tutta l’industria IT. Da un lato i vendor stanno cercando di riorientare al modello cloud parte della propria offerta, agendo su uno sviluppo tecnologico e applicativo che sia fruibile as a service. Dall’altro, sempre i vendor, sono alle prese con un modello di erogazione di servizio (e non più di prodotto) che ridefinisce pesantemente i criteri di offerta e di relazione con le terze parti e con gli utenti finali (go-to-market). Insomma, una vera e propria rivoluzione.
Ma andiamo con ordine per cercare di inquadrare questo fenomeno complesso. Da dove nasce, innanzitutto, l’esigenza del cloud? Nasce parecchi anni fa quando è incominciata ad essere evidente l’inadeguatezza dei sistemi informativi nel riuscire a tenere il passo del “continuo cambiamento”: al variare rapidissimo delle condizioni di business (opportunità tattiche e strategie) variano le esigenze operative delle persone nelle Lob e cresce di conseguenza la difficoltà per i sistemi informativi di poter dare risposte adeguate a una domanda di soluzioni It molto diversificata (e talvolta anche esigente e sofisticata rispetto ai parametri standard di erogazione dei sistemi informativi). In più, a questo fenomeno di gestione della complessità e del cambiamento si sono affiancate ai dipartimenti It due ulteriori elementi di difficoltà: primo, l’insostenibilità a saper gestire con efficacia la stratificazione sistemistica e applicativa sviluppatasi negli anni (legacy); secondo, l’estrema accelerazione che il fenomeno Internet ha portato, anche sul piano sociale, a concetti (e abitudini) quali l’ ”always on”, la collaboration, il social networking, con il Web come nuova Agorà di confronto, scambio e downloading di tutto. Un’accelerazione culturale che proprio in questi anni sta frangendosi contro i tradizionali steccati aziendali rappresentati da criteri di governance e di security. L’esigenza del cloud computing nasce da tutto questo. Dalla necessità di connotare la rete, Internet, anche sul piano professionale rappresentato dalla fruibilità di applicazioni e servizi, di quei concetti di downloading e pay per use che ci troviamo oggi sull’i-Pad (e su qualsiasi altro device, ma la tablet di Jobs è ormai divenuta un simbolo) quando scarichiamo un’applicazione. E la mente torna all’efficace metafora di Nicholas Carr, autore del provocatorio articolo, ormai del lontano 2004, apparso su Harvard Business Review dal titolo “It doesn’t matter”, nel quale si affermava l’inutilità dell’It vista come elemento di differenziale competitivo. La metafora era tra l’It e l’energia elettrica o le ferrovie o qualsiasi altra cosa di carattere infrastrutturale che per la sua peculiarità potesse dare vantaggio competitivo. Ma perché costruirsi ognuno in casa propria delle centrali elettriche per avere elettricità piuttosto che dare alla rete quella dimensione di “servizio” erogabile a pagamento con la stessa modalità in cui oggi noi usufruiamo dell’energia elettrica nei nostri appartamenti? In altri termini: perché ogni impresa deve avere i propri mainframe, server, reti, applicazioni, software di governance, di security e quant’altro costituisce l’infrastruttura Ict aziendale? Quella stessa struttura che oggi i dipartimenti It riescono sempre meno a governare, a rendere economicamente giustificabile, ad evolvere al passo delle esigenze operative e di business dell’azienda? Perché non andare in una nuvola a comprare, “quando” servono per “dove” servono le risorse informatiche? Il cloud nasce là come esigenza (come tecnologie, in realtà, nasce ancora parecchi anni prima), e la battaglia per la sua affermazione dovrà passare tra le “lacrime e sangue” dei fornitori che non proprio “a cuor leggero” si lasceranno “sfilare” un modello di offerta che nella parcellizzazione ha trovato la propria ragione economica a vantaggio di un modello, quello as a service, i cui fondamentali economici e di relazione con i clienti sono ancora tutti da definire. Non sarà un percorso semplice, non sarà breve e probabilmente non sarà mai totale, cioè l’unico modello di riferimento delle aziende. Si andrà, molto più credibilmente, verso modelli misti on-premise/as a service/cloud. Ma la storia ci ha insegnato che quando elementi di convenienza economica e soprattutto di efficacia e semplicità vengono scelti dal mercato, beh, se la domanda va in quella direzione, è difficile che i vendor, per quanto grandi siano, possano frenare un fenomeno di proporzioni globali. Vedremo. Nel frattempo, il passo intermedio, cioè la declinazione più vicina, meno avventurosa, più tranquillizzante è un cloud…privato, con utenti e fornitori più tranquilli perché entrambi, ancora una volta, si conoscono bene e conoscono i sistemi che usano. Giusto flessibilizzare al massimo, virtualizzare per distribuire servizi e applicazioni svincolati dalle piattaforme. Ma se questo disegno architetturale cloud mi viene realizzato da un soggetto con nome e cognome, con Sla ben definite, con una storia alle spalle che io conosco, è molto meglio. E poi, altro problema, calma con il cloud. L’impatto sulla forza lavoro It è in teoria devastante: se per fruire di un’applicazione cloud mi basta un quarto delle mie persone It attualmente disponibili…hai voglia i problemi di riconversione o di “eliminazione” che devo affrontare. Meglio partire con il private cloud, sperimentare e poi vedere cosa posso permettermi di acquistare, un domani, a livello di applicazioni, piattaforme, infrastrutture, dalla nuvola “pubblica”. Il tema, comunque, che dalla prospettiva degli utenti muove tutto non è “risparmio”, bensì “efficacia-time to market- flessibilità tecnologica al variare della domanda”.
E guardiamo allora velocemente proprio ai nostri amici dei dipartimenti It, ai Cio, giustamente interessati a capire criteri, modalità e costi di implementazione del cloud. Siamo agli albori, con il cloud, di un fenomeno. Ognuno, nella propria azienda, l’ultima cosa che oggi credibilmente pensa è quella di portare in cloud applicazioni core. Tutt’al più si cercano percorsi di sperimentazione sulle applicazioni meno critiche. Tuttavia…la tentazione è dietro l’angolo. Quale? Quella di rimodulare il fenomeno cloud in una versione outsourcing (peraltro un fenomeno in costante crescita), cioè identificare un proprio soggetto di riferimento (un vendor, ben contento di essere l’owner di responsabilità del servizio cloud) e su questo impostare a suon di Sla e di contratti, un modello di erogazione di servizio che svincoli il dipartimento It da ogni responsabilità. In sostanza scivolare lentamente nelle accoglienti braccia dei vendor, rischiando di esternalizzare anche quelle conoscenze su nuove tecnologie e su processi nonché quella capacità di innovazione che soltanto uno stretto presidio tra esigenze di business e risposta tecnologica può consentire. L’errore da non commettere è vedere nella delega al vendor la strada verso il cloud. Deve essere piuttosto disegnata un’architettura complessiva mista che veda nell’erogazione di servizi cloud e private cloud di ogni tipo, unitamente a sistemi informativi e applicazioni in house, quella capacità di proposta e di innovazione che rappresenta l’unica strada attraverso la quale evolvere il ruolo della tecnologia in azienda e il “peso” di tutte le persone che dei dipartimenti It sono l’elemento di riferimento, in ultima analisi il più importante, di valore per il cambiamento.

Stefano Uberti Foppa
Direttore Responsabile

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, attualmente è direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360.

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